The Irishman è il miglior gangster movie degli ultimi trent’anni

The Irishman è un gangster movie che racconta un pezzo di storia americana, una storia d'amicizia, una storia esistenzialista. Dal 4 al 6 novembre al cinema

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Martin Scorsese

Frank Sheeran è un veterano della Seconda Guerra Mondiale e un autista di camion. La sua vita cambia per sempre quando incontra Russ Bufalino, boss di Filadelfia: il mafioso si affida a Frank quale uomo di fiducia da inserire nelle proprie fila. Inizia una collaborazione criminale, ma non solo; le rispettive famiglie diventano amiche al di là degli affari. Poi Russ presenta Frank a Jimmy Hoffa, un sindacalista che riscuote più successo di una rock star. Frank diventa il suo braccio destro, ma anche consigliere e amico; sia Russ che Jimmy vedono in lui un fedele alleato. La storia di questi tre personaggi si muove nel corso di tanti anni; una storia che si mostra in maniera intima e che allo stesso tempo si sviluppa nei decenni e nel contesto storico degli USA. Le premesse sono quelle di un gangster movie, ma The Irishman è molto di più: un film di tre ore e mezza che è anche un viaggio spirituale, un’opera con elementi classici misti al tocco personalissimo del regista di Taxi Driver e Quei bravi ragazzi. Martin Scorese torna in grande stile affondando in pieno le mani nel genere cinematografico con cui ha cambiato Hollywood per sempre. E non delude neanche questa volta.

The Irishman

The Irishman funziona prima di tutto perché, per la prima volta, Robert De Niro, Joe Pesci e Al Pacino recitano tutti insieme; tre attori decisamente credibili nel ruolo di mafiosi, ringiovaniti da una CGI ben fatta che non infastidisce mai. Il film ricorda vagamente Casino, ma nel personaggio di Frank Sheeran c’è un po’ di tutti i grandi mafiosi della storia dello schermo: un po’ di Noodles di C’era una volta in America, un po’ di Tom Hagen de Il Padrino, passando per il più goffo Tony Soprano che rivoluzionò la serialità televisiva ormai quasi venti anni fa. Pesci, invece, porta in scena un personaggio (Russ) pacato e sobrio quanto carismatico; è un criminale dall’intelligenza fuori dal comune. Quasi una figura paterna per Frank. L’interpretazione di Al Pacino (Jimmy) è più enfatica, rabbiosa, fuori dalle righe. Un sindacalista che prende fuoco ogni cinque minuti e che parla anche troppo. I tre leggendari attori premi Oscar si dividono la scena senza invadersi a vicenda, rischio che si corre quando metti Messi e Ronaldo nella stessa squadra; ma i grandi tre si valorizzano con scambi di battute spesso fuori contesto, originali e pieni di ritmo.

Il ritmo, appunto, è ben bilanciato da Scorsese e dallo sceneggiatore Steven Zaillian in un film che racconta un pezzo della storia americana, ma anche una storia intima di amicizie e tensione, infine un ulteriore riflessione esistenzialista. I temi più cari al regista sono tutti lì: la colpa e il (non) pentimento, la spiritualità e la solitudine dell’uomo di fronte alla fine di una vita. E poco importa se questa vita sia stata da santi e eroi o da criminali e cattivi. Quando è finita siamo tutti uguali. Siamo tutti soli, dunque, di fronte al calar del sole.

The Irishman

The Irishman inizia con un bellissimo piano sequenza che mostra Frank vecchio a pochi anni dalla sua morte. Il personaggio inizia a raccontare la sua storia e il film prende quota… musica pop e rock degli anni ’60 e ’70 si inseriscono a valorizzare la storia di un viaggio negli Stati Uniti, la storia di tre uomini che si volevano prendere tutto. Poi la sceneggiatura rallenta dolcemente e non a caso: come in Silence o Taxi Driver, racconta la visione malinconica che Scorsese ha dell’uomo in punto di morte, di qualsiasi tipo di morte si tratti: che sia la morte fisica, dell’intelletto, della morale. La visione più esistenzialista si inserisce dando vita a un finale molto lungo che compensa le prime ore di ritmo, spari, musiche veloci e  affascinanti rallenty violenti.

È quando i conflitti finiscono che lo spettatore si aspetta che il film a questo punto stia davvero per mostrare i titoli di coda; cala la tensione e tutti e casa. E invece no. Martin Scorsese non si accontenta di una storia di gangster, adesso vuole riflettere su cosa succede, nel profondo, dopo che gli stessi gangster non hanno più nulla per cui lottare. Al calar del ritmo della storia, cala il ritmo di un montaggio perfetto e le inquadrature si fanno più evocative, le battute più ermetiche. È quasi come se iniziasse un altro film, un altro tutto da scoprire. Inizia la riflessione sulla fine di un mito.

The Irishman
The Irishman, se vogliamo, può essere considerato la chiusura di un cerchio iniziato negli anni ’70. Soprattutto, però, colpisce ancora di più quanto ormai Martin Scorsese voglia rallentare leggermente e riflettere di più, lasciando per un attimo da parte l’adrenalina di The Departed o The Wolf of Wall Street; semmai, per tematiche e stile visivo, questo film si pone in continuità con Silence.

La religiosità, nel nuovo Vangelo secondo Scorsese, va di pari passo con una messa in scena elegante: movimenti di macchina lenti e fluidi, i piani sequenza, la fotografia distaccata. A livello di regia, The Irishman inquadra i personaggi in modo mai banale.

Nel complesso, possiamo dire che The Irishman sia forse il miglior gangster movie da trent’anni a questa parte. Un film che, in un modo o nell’altro, ti tiene incollato senza mai annoiare per più di tre ore. Merito del maestro, Martin Scorsese, che si mostra ancora in ottima forma.

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Nato a Roma. Giornalista sportivo e cinematografico. Studioso e appassionato della Settima Arte e della letteratura da sempre. È tutto.

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