Honey Boy: Shia LaBoeuf trasforma la recitazione in terapia

Con Honey Boy Shia LaBoeuf supera il genere autobiografico e crea un film terapeutico raccontando della sua infanzia e delle ripercussioni della stessa.

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Honey Boy

La 14esima Festa del Cinema di Roma ha ospitato anche Honey Boy, un film scritto e interpretato da Shia LaBeouf e diretto dall’israeliana Alma Har’el.

Honey Boy racconta la storia di un giovane attore e alterna in parallelo sequenze provenienti da due anni diversi, il 1995 e il 2005. Viene dunque mostrata la sua turbolente infanzia (interpretato da Noah Jupe) e le conseguenze che questa ha avuto sulla vita una volta cresciuto (interpretato da Lucas Hedges). Il protagonista si chiama Otis e viene segnato da ferite talmente profonde per via dell’alcolismo del padre e della separazione dei genitori, che ne porta le cicatrici dopo dieci anni di distanza.

Un punto di vista innovativo

Ciò che differenzia Honey Boy dai classici film che toccano il tema dell’alcolismo è il punto di vista. Solitamente i film di questo tipo si concentrano sulla figura problematica – in questo caso il padre – e mostrano la lotta quotidiana del soggetto mentre cerca di non cadere nuovamente nella spirale della dipendenza.

In questo caso il protagonista è il figlio di un alcolista e quindi mette in luce un aspetto raramente esplorato. Sin dall’infanzia Otis è costretto a fare i conti con il carattere violento e altalenante di un padre che non gli mostra affetto. Oltretutto c’è un’inversione delle normali dinamiche padre-figlio che complica ulteriormente la loro relazione, perché è proprio il giovane Otis a mantenere economicamente il padre grazie al suo lavoro da attore.

honey boy

Honey Boy non è il classico biopic

Come precedentemente sottolineato, la sceneggiatura è opera di Shia LaBoeuf e si tratta di una semi-autobiografia, quindi aumenta notevolmente il livello di interesse. I drammi famigliari sono complicati e affascinanti di per sé, ma avere la consapevolezza che ciò che si sta guadando sullo schermo sia stato effettivamente vissuto suscita sensazioni più intense. Si prova compassione per il bambino ma allo stesso tempo non si riesce ad odiare totalmente il padre, anzi si prova per lui un sentimento di pietà.

Il motivo per cui quest’esperienza drammatica sia stata raccontata in modo così ricco, è legato al vissuto personale dell’attore, ma anche all’esperienza della regista che ha raccontato: “È stata una sfida artistica che mi ha impegnata ogni giorno, e ciò che mi ha fatto andare avanti è che dovevamo fare questo film insieme e raccontare la nostra storia di figli di alcolisti, qualcosa che viene spesso raccontato solo nella prospettiva della dipendenza. […] La mia famiglia ha vissuto sempre all’ombra dell’alcolismo di mio padre. Il mio amore per lui e per loro mi ha ispirato nella realizzazione del film.”

Honey Boy

Honey Boy supera dunque il genere del melodramma biografico e diventa un’esperienza psico-magico-catartica in cui il punto di arrivo non è raccontare un’esperienza traumatica ma è raggiungere il perdono attraverso la comprensione. Shia LaBoeuf non interpreta il suo alter-ego, Otis, ma il padre. Il suo scopo non era quello di creare un ritratto lusinghiero di sé stesso da offrire al pubblico, ma è stata un’esperienza personale di catarsi, proprio come la terapia che Otis adulto deve affrontare per superare i propri traumi.

Proprio per questo motivo il padre risulta essere un personaggio patetico, perché Shia è stato capace di coglierne ogni sfumatura. Si è barcamenato tra scatti d’ira, violenza psicologica e mentale (in alcuni anche fisica), e non ha tralasciato il lato umano della persona, anzi si è impegnato a mostrare il lato affettuoso del padre.

“Questa è una storia sull’eredità della dipendenza e su come l’espressione di sé può portare al perdono e all’amore.”

Si può solo immaginare, quindi, quanto sia stato intenso il lavoro psicologico a cui Shia LaBoeuf si è sottoposto per interpretare al meglio il padre.

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I traumi e la terapia

Le sequenze del 1995 che rappresentato Otis-bambino e quelle del 2005 che mostrano Otis-adulto sono portate avanti in parallelo, in alternanza. Tuttavia, LaBoeuf si è concentrato maggiormente sui traumi e dunque sulla sua infanzia, piuttosto che sulle conseguenze che lo mostrano cresciuto.

La principale conseguenza a cui si fa riferimento è l’inevitabile alcolismo di Otis-adulto che lo porta a fare un brutale incidente (Shia l’ha fatto nel 2008) e a finire poi in riabilitazione dove gli viene diagnosticato il disturbo post traumatico da stress. Proprio in questo luogo trova un modo per dare una certa pace al suo dolore: la scrittura. Il diario di Otis però non è un semplice diario ma una vera e propria sceneggiatura (quindi il film è la terapia).

Probabilmente sarebbe stato curioso vedere approfonditi gli ulteriori problemi causati dalle sofferenze dell’infanzia. Eppure per Shia non è quello il punto, e lo si capisce anche dal fatto che le sequenze che rappresentano Otis-adulto sono spesso confuse. Non si riesce a distinguere quali siano reali, quali siano visioni e quali invece sequenze oniriche.

Lo scopo è solo quello di capire il padre e di arrivare quindi a perdonarlo, e sembra che LaBeouf ci sia proprio riuscito.

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Ricerco nell’arte l’espressione tangibile dei miei pensieri e la confutazione degli stessi.

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