Quando Nuovo Cinema Paradiso durò solo 3 giorni nelle sale

Tornatore alla Festa del Cinema di Roma racconta di quando Nuovo Cinema Paradiso passò dal durare 3 giorni nelle sale ad incassare più di Batman.

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Nuovo Cinema Paradiso

Alice nella Città inaugura la prima masterclass della Festa del Cinema di Roma partendo da un regista fondamentale del cinema italiano: Giuseppe Tornatore.

Il regista Premio Oscar, viene intervistato da Mario Sesti e quest’incontro si concentra principalmente sul film che gli ha fatto guadagnare il suo primo Oscar: Nuovo Cinema Paradiso.

La scelta è dovuta alla volontà di creare un “incontro che desse la possibilità di mettere al centro la sala, di vedere i film in sala, insieme” e questo tema è intrinsecamente legato sia al regista che al film su cui si concentrano.

Mario Sesti inizia questo scambio con un monologo, accompagnato dal suono di un piano che rende le sue parole ancora più poetiche. Ci riassume in questo modo la difficile storia di Nuovo Cinema Paradisoinizialmente odiato dai critici italiani ma che ha avuto modo di riscattarsi al festival di Cannes fino ad arrivare all’inattesa statuetta.

Nuovo Cinema Paradiso

L’intervista a Tornatore su Nuovo Cinema Paradiso

Inizialmente, Sesti si concentra sulla complicata vicenda che ha preceduto l’uscita del film perché Nuovo Cinema Paradiso ha avuto la sua prima al Festival di Bari, ma non era ancora stato completato.

Si, forse una cosa la cambierei. Insisterei con Cristaldi per non presentare per la prima volta il film al pubblico non essendo ancora ultimato. La proiezione di Bari, secondo me, fu causa di alcune incomprensioni, perché il film non era ancora ultimato. Avevamo fatto una prima stesura di montaggio – al tempo non c’era ancora l’Avid – con la pellicola, la prima cucitura di un film era inevitabilmente come un primo testo scritto a mano, ancora da pulire, da correggere. Però lui ci teneva perché originariamente avrebbe voluto mandare il film a venezia ma non eravamo pronti, perché finimmo le riprese a luglio e quindi non si poteva. E quindi si era fissato di andare a un festival, e siccome la lavorazione era stata molto complessa, avevamo avuto anche molte sofferenze, io non mi sentii di andare contro questo suo desiderio. Fu una post-produzione rapidissima, molto densa di lavoro perché era ottobre, i primi di ottobre, il film uscì un mese dopo.

Lui disse: “No così vediamo come reagisce il pubblico”, e lì infatti accadde una cosa curiosa. Il pubblico era entusiasta, i critici erano smarriti però sapevano – perché si sapeva in giro che era ancora una prima stesura. Ma secondo me il guaio che creò quella proiezione fu che quell’entusiasmo del pubblico, convinse, per esempio i distributori, che il film si sarebbe fatto strada da solo. Che non ci sarebbe stato bisogno di spendere troppi soldi nella promozione. La reazione del pubblico sembrava quella tipica di un film che avrebbe avuto gambe solide per camminare da solo. Però poi non fu così perché il film uscì, non ci fu una promozione adeguata, non fecero molto, anzi fecero pochissimo, e il film andò male.

Una produzione difficile

Oltre al problema della produzione, Tornatore dovette fare i conti anche con la lunghezza del film. Si credeva infatti che il motivo del mancato successo fosse la sua lunghezza di due ore e mezza

E quindi tutti sparsero questa voce nel cortile del cinema: che il film era andato male perché era lungo. Ecco, questa cosa io mi ricordo che mi irritava molto. Nelle riunioni che si facevano con Cristaldi, gli uffici stampa e i responsabili della distribuzione, mi ricordo che io portavo il giornale, aprivo la pagina dei tamburini e c’erano in circolazione sette o otto film che non duravano non meno di due ore e mezza. Molti americani – anzi quasi tutti – alcuni ottimi film, altri film medi, altri discutibili, come succede sempre. Ma di nessuno di questi, [ride] nessuno aveva protestato per la durata, quindi dicevo: non poteva essere questa la ragione. Però il botteghino mi dava contro, quindi loro erano convinti di questo.

A proposito di ciò racconta anche un aneddoto simpatico:

All’ennesima riunione, uno dei distributori disse: “Se il film fosse durato due ore avrebbe fatto i miliardi [di lire]”, la frase fu questa. Io, che ero molto intraprendente, ma anche più permaloso di quanto non lo sia oggi, e anche più ricco di energie, andai in moviola, chiamai il mio montatore – il materiale era ancora in moviola, non l’avevamo ancora tolto di mezzo – presi la copia di lavorazione e feci un taglio e quindi il film divenne due ore e tre, due ore e quattro. Chiamai Cristaldi e gli dissi: “Il film adesso è di due ore, fategli fare i miliardi.”

L’ultimo cambiamento che i produttori volevano fare a Nuovo Cinema Paradiso era il titolo, considerato fuorviante.

E, onestamente, devo dire di essere stato testimone di un episodio che mi ha fatto capire quanto il titolo fosse fuorviante: una volta al cinema Ariston – io andavo lì a vedere se la gente entrava, cosa diceva – un giorno è arrivato un gruppo di ragazzi, sostarono davanti al cinema un po’ disorientati, guardarono gli affissi, alzarono gli occhi verso l’alto e poi aprì la porta e chiese alla cassiera: “Ma il film è Cinema Ariston o Nuovo Cinema Paradiso?”.

Si penso in realtà a Baci Tagliati, fecero un manifesto dove c’era un pezzo di pellicola con due che si baciano, un paio di forbici che tagliano, col titolo baci tagliati. A me non piacque, quando me lo chiesero disegnai con un pennarello rosso due gocce di sangue sotto le forbici, glielo feci vedere e loro “Abbiamo capito.”. Lo bocciarono anche loro.

Nuovo Cinema Paradiso

Il sentimento di nostalgia in Nuovo Cinema Paradiso

Il film inoltre contiene al suo interno un forte sentimento di nostalgia per la fruizione dei film in sala. E anche questa, con stupore di Tornatore (e non solo) era stata criticata negativamente. Il regista soprattutto ne fu turbato perché proprio questo sentimento aveva dato vita al film, la nostalgia di stare al cinema per ore e ore, come faceva da bambino e allo stesso tempo provocato dalla chiusura delle sale che avevano accompagnato la sua infanzia.

Io l’avevo concepito lucidamente come un film di nostalgia. Nostalgia, intesa nella sua accezione più pura, anche innocente. E questo mi sembrava un paradosso inaccettabile, che mi faceva anche soffrire. Perché la nostalgia è negativa? Per quali ragioni?

Cioè, perché quando io finisco di fare il mio primo film, Il Camorrista, si sta vivendo un clima di crisi nel cinema molto profonda, per cui il mio produttore che mi aveva subito chiesto di fare altri film con lui, qualunque progetto che gli portavo mi chiedeva: “Mah, oggi perché la gente dovrebbe andare al cinema a vedere questa storia?”, cioè un momento di crisi terribile. Forse più grave di quello che c’è stato nella seconda metà degli anni ’80. Le sale chiudevano da un lato, come mosche, altre resistevano trasformandosi in cinema a luci rosse. Per cui mi sentivo come uno che finalmente era riuscito a fare il suo mestiere nel momento in cui non serviva più. 

Vista la reazione negativa di fronte ad un film così personale (anche perché ciò che racconta l’ha vissuto), ha iniziato ad insinuarsi in Tornatore il dubbio di aver fallito, o almeno sbagliato.

Ecco, tutto questo poi non è venuto fuori dalle reazioni, per cui mi sentivo d’avere fallito. Quando io a un certo punto, dopo due o tre tentativi, ho cominciato a pensare: forse mi sono sbagliato, forse tutto quello a cui ho pensato, tutto il lavoro che ho fatto, tutti i ricordi che ho cercato di distillare e di trasformare in un racconto cinematografico che avesse una sua struttura plausibile… Eh è stato soltanto una mia illusione, un mio grandissimo errore. C’è stato quel momento in cui ho detto: forse ho sbagliato.

Poi le cose sono andate in un altro modo, come diceva Francesco Rosi, i film sono come delle persone, fanno di testa loro. E a un certo punto ho avuto la sensazione che fosse vera perché Nuovo Cinema Paradiso cominciò a fare di testa sua. Dopo Cannes, quando il film uscì a Parigi, incassò più di Batman. Cioè, uscì lo stesso giorno che uscì il primo Batman e incassò di più. Cristaldi non stava più nella pelle. E da quel momento in poi il film, continuamente, ricevette premi a non finire. Io sono stato un anno in giro a promuovere il film.

Nuovo Cinema Paradiso

Dalle stalle alle stelle

Viste le recensioni negative ottenute fino a quel momento, il regista era giustamente terrorizzato quando Nuovo Cinema Paradiso entrò in concorso a Cannes.

Io, siccome ero terrorizzato, a insaputa di Cristaldi e di tutto l’ufficio stampa, mi ero fatto un biglietto di ritorno con il biglietto da Nizza nel primo pomeriggio. La mattina, la prima proiezione della stampa era presto, si fa da 8/8:30, 9 massimo. Quindi sarebbe finita alle 11, 11:05. Io ho detto: mi infilo alla proiezione, se vedo che le cose vanno male… Difatti mi intrufolai. Allora, quando tu fai un film e lo hai pensato per dieci anni, come questo insomma, pensi, presumi, che una certa battuta debba suscitare una certa reazione.

Ma non per strategia, perché pensi che sia così, perché l’ha suscitata a me mentre lo scrivevo e alle rare proiezioni fatte nei cinema di Roma queste reazioni non le avevo colte. E mi aspettavo di non trovarle nemmeno in una sala grande con tremila spettatori di tutto il mondo. Invece, subito, appena il prete suona la campanella la prima volta, questi ridono. Poi il bambino s’addormenta e il prete la suona una seconda volta, e ridono, poi c’è un accenno d’applauso. Ed è così che dopo un’ora che ero lì, viene Fabio Rinaldo, mi tira fuori e mi dice: “Il film è già stato acquistato da quindici compratori, vieni, vieni… Gli americani vogliono il film”, ed è successo tutto.

Quindi ecco incominciò un altro film. La vita del film diventò un’altra cosa, tant’è vero che con Cristaldi ci dicevamo, e io imprudentemente ho ripetuto davanti a qualche telecamera di qualche telegiornale, che non ci sentivamo di essere andati al festival di Cannes ma al festival di Lourdes [ride].

Nuovo Cinema Paradiso

Il set di Nuovo Cinema Paradiso

Infine, Tornatore chiude parlando del set, che lui una volta aveva definito “Il luogo del medito” e il co-produttore di origine russa Muskin lo influenzò molto dicendogli: “Guarda… cerca di fare il film, cerca di tenere sul set un clima gioioso, perché il clima nel quale un film viene realizzato si incolla sulla pellicola e la gente proprio lo capta. I film che vengono realizzati in un clima disperato non funzionano mai, invece i film realizzati in un clima di gioia funzionano sempre. Però è il regista che deve riuscire a mantenere questo clima.”

E custodì il consiglio dell’uomo applicandolo sul set di Nuovo Cinema Paradisotanto che i collaborati per lui erano amici, fino a diventare quasi una famiglia. I direttori della fotografia, per esempio, gli fecero girare una scena gratuitamente.

E si era creato questo clima… Mi ricordo addirittura il capo elettricista, mentre giravamo un giorno mi disse “Questo film vincerà l’oscar”… Eravamo disperati, mancavano i soldi… E lui disse “Scommettiamo”. Avevamo scommesso 500 mila Lire, una cosa del genere e io, dopo che ho vinto l’Oscar, gli ho mandato l’assegno. E lui mi disse “Non lo voglio incassare lo voglio incorniciare” e io gli dissi “No, ti fai una bella fotocopia e ti incornici quella”, e fece così.


Quando si crea questo input emotivo poi lo ritrovi nella sala cinematografica col pubblico, se invece si crea un clima di indifferenza, lo ritrovi. È curioso, in fondo il set, le maestranze sono i primi spettatori del film, che hanno il privilegio di vedere il film in un modo in cui nessuno poi potrà mai vedere, cioè nel suo divenire e nel suo divenire caotico. Ecco, il set è già la prima sala cinematografica che programma il film.

Di conseguenza, anche le relazioni intrecciate sul set sono state durature e non provvisorie o di passaggio:

Come diceva Valentina Cortese in Effetto Notte di Truffaut: “Che strano mondo è il nostro, ci si incontra, si vive due o tre mesi insieme, ci si ama e poi ci si perde per il resto della nostra esistenza”. Di base è così, qui invece molte cose sono rimaste a lungo. Anche con collaboratori con cui non ho più lavorato.

Anche se Tornatore ha poi dovuto un po’ ricredersi su questa filosofia familiare:

Ho maturato nel tempo delle perplessità sulla filosofia della famiglia, perché i miei primi film li ho fatti sempre con la stessa troupe, poi ho capito che quel clima familiare, di amicizia forte poteva ritorcersi contro il film, perché l’amicizia purtroppo fa abbassare il livello di guardia nel lavoro. Quindi di tanto in tanto c’è bisogno di gente nuova, credo che l’incontro con un collaboratore nuovo porti energia nuova. La cosa più creativa è il timore, non la sicurezza, quando tu ti senti sicuro del tuo mestiere stai sbagliando, quando invece hai paura di sbagliare è difficile farlo. 

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Ricerco nell’arte l’espressione tangibile dei miei pensieri e la confutazione degli stessi.

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