Lunga vita a Pulp Fiction: 25 anni fa cambiava il cinema

Pulp Fiction, il capolavoro di Quentin Tarantino, compie 25 anni. Per l'occasione abbiamo chiesto ai nostri redattori cosa rappresenta per loro il Film.

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Pulp Fiction

Venticinque anni fa usciva negli USA Pulp Fiction, era già stato presentato a Cannes (dove aveva vinto la Palma d’Oro), per l’Italia bisognava aspettare ancora un paio di settimane. Da lì in poi Tarantino, all’epoca trentunenne, sarebbe diventato il nuovo ragazzo prodigio della Hollywood degli anni ’90.

Senza Pulp Fiction molte cose sarebbero andate diversamente. Questo sia nel cinema, con il mutamento di molti canoni, con il proliferare di opere ispirate, con l’influenze su altri autori come Nolan (la struttura di Memento sarebbe esistita senza il film di Tarantino?), sia nel nostro quotidiano. Pensate solo a quante volte leggete o sentite citazioni di Pulp Fiction, quante immagini vedete, quanti tatuaggi, quanti memes, quante canzoni della colonna sonora vengono passate in radio ancora oggi. Lo stesso Ciakclub senza il film di Tarantino non esisterebbe o sarebbe completamente diverso.

Pulp Fiction ha visto il portone con scritto sopra “Immaginario Collettivo” ed ha deciso di buttarlo giù a calci entrando nella vita di tutti noi, pure in quella di chi non lo apprezza.

Per questo quella che vi propongo oggi non è un’analisi, non è una storia, non è un recensione. Mi sono semplicemente limitato a porre ad alcuni membri della nostra redazione una semplice domanda: Che cosa rappresenta per te Pulp Fiction?

Ecco quindi le risposte di Marcello, Tiziano, Giulia e Tommaso (la mia si intuisce già abbastanza dal paragrafo qua sopra).

Un’ultima cosa: mi piacerebbe molto raccogliere anche le vostre testimonianze. Potete scriverle nei commenti, alla mail dedicata ciakclubqvc@gmail.com o sul mio Instagram. Mi piacerebbe raccogliere le migliori e pubblicarle per dare voce alla nostra bellissima community.

Buona lettura e Lunga Vita a Pulp Fiction

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Pulp Fiction per Marcello

Pulp Fiction

Per quanto paradossale possa sembrare, mi vengono in mente pochi registi più incompresi di Tarantino. Assurdo a dirsi, vista l’aura mitica che lo circonda e la stima incondizionata da cui è investito dai cinefili di tutto il mondo. Eppure… incompreso non perché non sia capito, ma perché è capito male. E non c’è dubbio che Pulp Fiction, il suo film più importante, sia la causa prima di questo fraintendimento.

Film citazionista, pop, derivativo e postmoderno, è stato detto. Tutte etichette che certo si appiccicano bene a Pulp Fiction, inquadrando ottimamente la sua natura di grande omaggio a quel cinema e a quella cultura “di serie B” amata e riproposta da Tarantino qui come in tutta la sua filmografia. Ridurre però il film a questo è sbagliato, ed è il seme dell’errore critico sul regista.

Quando tengo corsi di linguaggio cinematografico ai ragazzi delle superiori, ci sono alcuni film che prendo come esempio per spiegare le fondamenta della costruzione narrativa e visiva del cinema. Quei classici, cioè, il cui linguaggio è stato fondativo per costruire una lingua del mezzo cinema. Insomma, tutti quei film che Pulp Fiction in quanto epigono del cinema non classico dovrebbe rifiutare e che in quanto postmoderno dovrebbe divorare per rigurgitarlo in altra forma.

Proietto Psyco, dove la chiacchierata tra Norman e Marion gioca proprio sull’implementare innumerevoli sottintesi su una costruzione dialogica perfettamente tradizionale nella messa in scena. Proietto sequenze tratte da Wilder, da Leone, da Ford, da Scorsese. E da Pulp Fiction. Perché in Pulp Fiction c’è tutto, è come un manuale in cui ogni scena è una pagina che illustra un concetto fondamentale del cinema.

Come scrivere e dirigere un dialogo: Mia e Vincent al ristorante. Il MacGuffin come motore narrativo: la valigetta. Costruire la tensione: Marcellus e Butch nello scantinato o l’iniezione di adrenalina. Il pianosequenza: Butch va a prendere l’orologio del padre. E così via… il vostro ricordo potrebbe essere diverso, ma andate a vedere una qualunque scena di Pulp Fiction; vi sorprenderete di quanto la regia sia posata, ponderata. Esemplare. La componente pulp, tutti gli stilemi del cinema “basso”, si reggono su una messa in scena che nasce invece dal cinema “alto”.

Ciò vale per tutta la produzione di Tarantino, ma Pulp Fiction ne è ormai diventato l’archetipo. Un film che pensavamo postmoderno e che 25 anni dopo è diventato un classico ed è ancora qui, a insegnarci il cinema.

Pulp Fiction per Tiziano

Pulp Fiction

Pulp Fiction, per chiunque ami il cinema, dovrebbe rappresentare un piccolo miracolo. A 25 anni dalla sua uscita è ancora il film migliore di Tarantino: è il suo capolavoro, il suo manifesto. Non è il film migliore della storia, ma fu sicuramente un’opera rivoluzionaria per il contesto in cui usciva, spaccò gli anni ’90 dando vita a un approccio cinematografico mai visto prima. Pulp Fiction fu originale, fresco, perfetto nell’unire le intenzioni ambiziose dell’autore con i fatti – cosa che non sempre riesce a quei livelli.
A scrivere è un non fanatico di Tarantino, ecco perché la stima nei confronti di questa pellicola prende, forse, ancora più valore. Impossibile, dopo 25 anni, negare che Pulp Fiction sia un film che non invecchia mai.

La sua struttura fu soprattutto innovazione. Scrittura tagliente e veloce, fuori dagli schemi, con delle battute supportate da interpretazioni di primo livello. Pulp Fiction è un film dallo scheletro circolare che va avanti e indietro nel tempo, incastrando ogni tassello della storia alla perfezione, con un montaggio da far girare la testa. Rappresenta uno stile che avrebbe fatto scuola, che in molti avrebbero cercato di imitare; uno stile che porta la firma di Tarantino, che solo lui sa fare.
Soprattutto, Pulp Fiction rappresenta un’idea di cinema, un senso di coerenza profondo. Può piacere o meno il genere, impossibile da non ammirare tecnicamente, ma è principalmente un film degno di stima in quanto singolare e irripetibile. Rappresenta unicità. Rappresenta il coraggio di un regista che voleva sorprendere tutti, e che voleva farlo mettendo il suo immenso amore per il cinema in un film che avrebbe segnato diverse generazioni.

Infine, Pulp Fiction racconta nel migliore dei modi come si fa a unire il cinema per il grande pubblico e il cinema d’autore. Un onesto incontro fra il gusto di un amante del cinema di nicchia e di un amante del cinema popolare. Pulp Fiction è sicuramente un capolavoro pop, ma non solo… è invecchiato bene. Auguri.

Pulp Fiction per Giulia

Pulp Fiction

Pulp Fiction è semplicemente una svolta che si lega al passato: un Tarantino trentunenne che vaga nel mondo del cinema indipendente dona nuovamente lustro a John Travolta, il ballerino per eccellenza che avanza un twist in maniera un po’ goffa; crea icone immortali ed uno stile che vanterà l’appellativo di tarantiniano, unico nel suo genere, sdoganando il sistema di narrazione, non più lineare ed ordinato, e portando nuove sfumature ai personaggi. I sicari, solitamente seri, rigorosi e metodici, qui, “entrano in scena” vestiti come Iene, creano un simpatico sipario parlando delle differenze fra rivenditori di cheeseburger, per poi far conoscere il nome del Signore con una formula che chiude il circuito.

Tarantino riesce a miscelare in 154 minuti nuovi tratti indelebili ed inconfondibili, in una narrazione divisa in capitoli, in cui aumenta vertiginosamente l’aspettativa, per poi farla appassire con il colpo di scena. Tutto ciò che ci si aspetta, inevitabilmente si accascia per trovare spunto in altro. Così, Mia Wallace non termina la serata a letto con Vincent Vega, ma nel giardino di uno spacciatore con gli occhi rivoltati ed una siringa di adrenalina letteralmente piantata nel cuore. Non solo. All’interno di questo sistema circolare, uno degli elementi principali, è il ruolo rivestito dalla donna. Se nella sua prima opera, Le iene, le donne non aprono bocca, in Pulp Fiction, il genere femminile è esaltato (come farà anche in seguito), risultando fondamentale per la sua riuscita. I quattro personaggi femminili sono una commistione di femminilità e ricerca costante di protezione, che nascondono una fragilità intrinseca. Alcune attendono il proprio compagno facendo le mogli perfette, altre sono forti e pronte ad inseguirlo in qualsivoglia situazione, finendo comunque per richiedere conforto, ed altre ancora sono l’emblema della sensualità, nonostante perdano tutta la propria stabilità in loro assenza, in quanto intimamente sole.

Pulp Fiction è il vero inizio di un’epoca.

Pulp Fiction per Tommaso

Pulp Fiction

“Voglio vedere altri film come questo” fu la prima cosa che pensai dopo aver visto Pulp Fiction.

23 dicembre del 2014, ricordo ancora la data, era l’antivigilia e decisi che quel film di cui avevo tanto sentito parlare, andava visto. L’impatto su di me fu davvero incredibile. Cinematograficamente parlando per me fu l’anno zero.
Omaggi al cinema del passato, grande musica, frasi ad effetto.
“Quel ballo somiglia a quello di 8 e mezzo.”
“Quella canzone è You Never Can Tell di Chuck Berry”
“Marcellus Wallace che attraversa le strisce e si ferma è come quella famosa scena di Psycho.”

Sono le uniche tre frasi che riuscì entusiasticamente a proferire durante la visione di quel film. Più o meno tutto ciò che ero riuscito a riconoscere. Gli elementi a mia disposizione per giudicare una pellicola erano decisamente pochi.
Qualche giorno più tardi mi imbattei in un video che mostrava tutti gli omaggi di Tarantino nei confronti del cinema del passato. Quella fu la svolta. Dovevo ad ogni costo entrare in quel mondo.

Dovevo riconoscere subito tributi e citazioni. Dovevo avere gli strumenti per capire cosa davvero un regista stesse cercando di comunicare.
Se prima il cinema per me rappresentava un’attività subordinata allo stare con altre persone, da lì in poi divenne decisamente qualcosa di più.
Esami di cinema nei crediti liberi, libri su libri letti negli interminabili viaggi in treno, centinaia di film e una tesi in cinema più tardi eccomi qua, a parlare del film che più di tutti mi ha avvicinato allo splendido mondo della Settima Arte.
Pochi giorni fa però mi è capitato di rivederlo, per l’ennesima volta. Ho riconosciuto immediatamente innumerevoli tributi, come al tempo avrei voluto fare. Mi ha colpito però quanto io sia riuscito a divertirmi, nonostante la meticolosa attenzione ai particolari, nonostante lo conoscessi a memoria.

Credo che in conclusione sia proprio questa la forza di Pulp Fiction e, più in generale, del regista. Tarantino diverte, diverte moltissimo. E questo, nonostante tutto, resta la vera essenza del cinema.

Semplicemente appassionato ed affamato di tutto ciò che riguarda la cultura e l’arte popolare (nel senso letterale del termine): fumetti, libri, fotografia, tv e, ovviamente, cinema, che ne è il massimo esponente e la massima espressione.

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