Tutte le donne dei registi: Roberto Benigni e Nicoletta Braschi

Per il terzo appuntamento della rubrica Tutti gli uomini (e le donne) dei registi, abbiamo deciso di parlarvi di Roberto Benigni e Nicoletta Braschi.

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Non riesco ad immaginare un altro volto, un’altra presenza, un altro respiro che non sia lei. Per me è una benedizione. Lo è stata davvero”. Riparte da questa dichiarazione d’amore la nostra rubrica, Tutti gli uomini (e le donne) dei registi, dedicata ai matrimoni cinematografici più celebri di sempre, che giunto al suo terzo appuntamento, oggi, vuole omaggiare un regista, attore, comico e sceneggiatore italiano, Roberto Benigni, il quale lavora dando corpo da sempre alle sue opere, assieme alla sua musa ispiratrice e compagna di vita, Nicoletta Braschi.

1) Tu mi turbi (1983)

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C’è un prima ed un dopo di lei. Nel prima, tutto era una farsa: la commedia senza la presenza femminile è come una vita a metà, non la si può concepire. Da allora, abbiamo fatto tutto insieme come una compagnia teatrale, è stata sua l’idea di darci libertà producendo noi i nostri film”.

Verrebbe da dire che ci sia anche un prima e un dopo La vita è bella per Benigni. Qui, negli anni ‘80, siamo decisamente nell’epoca del teatro, del “buonasera brutte maiale” pronunciato ad uno spettacolo di femministe l’8 marzo, dell’irriverenza e dell’esuberanza, de Il pap’occhio, del trasgredire ogni regola o aspettativa. Unico elemento sempre presente sarà quella vena malinconica e profondamente poetica, a volte meno marcata, a volte espressa a chiare lettere. Tu mi turbi rappresenta il suo esordio come regista, con una sceneggiatura scritta a quattro mani assieme a Giuseppe Bertolucci (con cui aveva già collaborato per quel gioiellino di Berlinguer ti voglio bene e Tuttobenigni 83). Una pellicola divisa in quattro episodi, in cui Benigni è Benigno e che sancisce il matrimonio cinematografico (e non solo) con la Braschi, la quale compare esclusivamente nel primo capitolo con il personaggio di Maria. Il regista non è ancora il vero Benigni, è ancora un po’ acerbo, e viene fuori, a tratti, solo nella scena finale del Milite ignoto con Claudio Bigagli.

2) Il piccolo diavolo (1988)

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Seconda pellicola nelle vesti di regista ed attore. Al fianco della sua Braschi, Benigni (Giuditta) si addentra nella commedia dell’equivoco, a cui rimarrà fedele ancora per un po’. Il personaggio del diavolo, senza dubbio divertente, è costruito egregiamente sulla pelle del suo interprete e pertanto è una delle sue migliori riuscite. La coppia principale, qui, è composta da Benigni e Matthau, fra l’altro eccezionale nella sua performance; la Braschi è sensuale e seducente (a suo modo) e funge da anello di congiunzione fra Giuditta e l’amore. Un ruolo da cui non si svincolerà mai: anche se le sfumature possono differire da film a film, la Braschi, per Benigni, rimarrà comunque il suo deus ex machina, la sua musa ispiratrice, dalle sembianze ingenue, ma che in realtà riesce a districare i casini di un uomo spontaneo.

3) Johnny Stecchino (1991)

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Dante è un autista di un pulmino per ragazzi disabili, che un giorno, per caso, incontra Maria, la moglie di un boss della malavita pentito praticamente identico a lui, di nome Johnny. Le uniche differenze fra i due sono un neo sulla guancia destra, uno stuzzicadenti e le scelte di vita, che hanno portato Johnny ad essere un latitante costretto a nascondersi.

La trama, che prende spunto da Totò a Parigi del 1958, che si ispira a Charlie Stecchino, il mafioso ucciso in A qualcuno piace caldo e che riprende lo stile dei fratelli Marx, ruota attorno ad un equivoco costante e continuo che tesse le fila della storia principale ed anche di tutto il corollario di elementi che danno tono alla vicenda, come l’esilarante scena della banana rubata all’ortolano, Nicola Travaglia, ed il conseguente incontro con i Carabinieri.

Johnny Stecchino, inizialmente stroncato dalla critica, ma acclamato dal pubblico, è considerato uno dei migliori film di Benigni. Qui, il regista riesce a trovare il giusto equilibrio fra la sua comicità, la satira ed una riflessione aperta su temi che spaziano dalla corruzione, all’ingiustizia, descrivendo una società che non riesce a guardare oltre il proprio naso e che si nutre di apparenze.

Maria, fedele/infedele compagna di vita di Johnny, ma clemente e docile con il vero Benigni, Dante, è l’astuta giustiziere che riporta ordine, sfilando davanti ai boss della malavita dopo averli serviti ed essersi servita.

Qui, Benigni è il vero Benigni e la Braschi una spalla, che pur sfoggiando doti recitative dubbie, riesce comunque a non stonare. 

4) Il mostro (1994)

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Continua la commedia dell’equivoco e Benigni, con Il mostro, conferma il successo riscosso dal pubblico. Loris, protagonista della vicenda, è accusato ingiustamente di violentare ed uccidere donne nella città e Jessica Rossetti è la poliziotta incaricata di dover cogliere in flagrante il fantomatico assassino. Benigni è esagerato, esattamente come il risultato, e ne Il mostro spuntano fuori tutte le sue migliori peculiarità: un intreccio di divertimento, critica sociale (il chiaro riferimento al mostro di Firenze) e riflessione su coloro che trasgrediscono le regole dell’ordinarietà, rimanendo fuori dagli schemi imposti e di conseguenza visti come un mostro. Si chiude l’epoca begninana in senso stresso ed inizia la seconda vita cinematografica di quello che un tempo era il Robertone nazionale.

5) La vita è bella (1997)

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Lev Trotsky scriveva: “La vita è bella. Possano le generazioni future liberarla da ogni male, oppressione e violenza e goderla in tutto il suo splendore”.

Personalmente, la prima immagine che mi sovviene alla mente quando sento pronunciare il titolo, La vita è bella, è quella di Benigni che salta sorridendo sulle poltrone del Dorothy Chandler Pavillon di Los Angeles andando incontro a Sophia Loren. Già solo questo è poesia.

Poi cominciano a farsi avanti i “Buongiorno principessa” pronunciati da Guido disteso su balle di fieno e gli indovinelli del Capitano Lessing, i quali, mano mano, diventano sempre più complessi e che rappresentano la sua unica ragione di vita, tanto da lasciare in secondo piano il destino dell’umanità: una metafora perfetta che descrive la natura dei tedeschi durante quel periodo storico, immobili dinanzi all’alba del declino del mondo. Vado avanti, e mi vengono in mente le gambe secche di Benigni sulla cattedra della scuola di Dora, i carri armati ed il gioco a premi di Guido per proteggere il figlio, Giosuè, da quel male ingiusto. I continui ponti che uniscono la comicità al puro dramma, i tributi a Massimo Troisi ed al Grande Dittatore.

La vita è bella è un film sull’Olocausto, ma è prima di tutto la storia di un padre che tenta di proteggere e salvare l’esistenza del figlio, costretto a pagare lo scotto delle perversioni di un mondo ingiusto. Quel bambino nato dall’amore con un’insegnante che nonostante non sia di origine ebrea decide di seguire la sua famiglia in questo gioco.

6) Pinocchio (2002)

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Cala il sipario della notte degli Oscar e Benigni si tuffa in un nuovo progetto, che ha come obiettivo quello di far rivivere la storia di Pinocchio, il burattino che divenne bambino.

Si tratta in realtà di un vecchio desiderio coltivato con il Maestro, Federico Fellini già dai tempi del film, La voce della luna (1990): “Lo farai tu, Robertino, Pinocchio. […] Mi chiamava Pinocchietto, ne avevamo parlato tante volte, avevamo fatto i provini, alcuni dei suoi disegni sono stati anche pubblicati”. E così fu. Ma d’altra parte, si sa: “Pinocchio, l’ammazzafilm” è stato ribattezzato da qualcuno sui forum del web. La sfortuna dei registi che hanno riprodotto le avventure del burattino sono celebri ed i 40 milioni di euro spesi per la realizzazione della pellicola, le musiche di Piovani, la stupenda scenografia ed i costumi di Donati ed il tocco di Cerami nella sceneggiatura, non sono sufficienti per garantire un risultato quantomeno discreto. L’idea di Benigni di descrivere l’illusione di Pinocchio, “il suo impeto inarrestabile e la sua grandezza”, sprofonda nella vittoria di un Razzie Awards come Peggior attore protagonista e nella conquista del terzo posto fra i 100 film peggiori del decennio 2000-2009 secondo Rotten Tomatoes.

Benigni si trasforma in un Pinocchio a cui manca tanto, forse troppo, che subisce il suo stesso deterioramento: da personaggio eclettico, casereccio, spontaneo, muta in qualcosa di più conforme ai canoni richiesti, allineato con le regole imposte, finendo per perdere il suo marchio di fabbrica. E Nicoletta Braschi, la Fata Turchina, certamente non aiuta la situazione.

7) La tigre e la neve (2005)

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Attilio alias Roberto Benigni è un professore universitario e poeta, innamorato di Vittoria alias Nicoletta Braschi, la quale si ritrova a Baghdad per seguire Faud (Jean Reno), il più grande poeta iracheno. La donna, in seguito ad un bombardamento, rimane vittima di un trauma cranico.

Come anticipato ad inizio articolo, Benigni dopo La vita è bella sembra aver seguito una linea stilistica e contenutistica differente. Con La tigre e la neve, il regista continua nel suo percorso raccontando e tenendo sullo sfondo la guerra irachena, a cui unisce la lirica del quotidiano; il film si presenta come l’esaltazione della poesia stessa e dell’amore. “Se muore lei, per me tutta questa messa in scena del mondo che gira, possono anche smontare, portare via, schiodare tutto, arrotolare tutto il cielo e caricarlo su un camion col rimorchio, possiamo spengere questa luce bellissima del Sole che mi piace tanto… ma tanto… lo sai perché mi piace tanto? Perché mi piace lei illuminata dalla luce del Sole, tanto…”.

Benigni crede nella poesia e nella sua capacità liberatoria.

Se le intenzioni erano quelle di riproporre una formula simile a La vita è bella, quindi inserire il dramma della guerra come sfondo principale sul quale costruire una poesia, l’intento riesce poco: Attilio raggiunge Vittoria solo per se stesso, per amore, dimenticandosi delle bombe irachene e pertanto la sofferenza di quella realtà non arriva mai in primo piano. Allo stesso tempo, la distanza dal Roberto toscanaccio raddoppia, in un film che nasconde tutta la simpatia di Benigni e propone brutte copie già viste nel suo film degno dell’Oscar. Solo quando cade nell’improvvisazione, Benigni torna ad essere se stesso, come nella lezione di poesia che tiene all’Università.

In conclusione, la coppia Benigni-Braschi è un binomio che per definizione stessa risulterebbe difficile immaginare come entità separate (pur avendo lavorato in autonomia). Le critiche alla Braschi inerenti alla sua recitazione, in questi anni, non sono mancate. Eludendo volutamente la questione, il Benigni esuberante di un tempo sembra essere scomparso ed aver lasciato spazio al teatro di Dante e dei Comandamenti; mentre l’espressività della Braschi, da molti considerata finta, pare non aver subito l’influenza del tempo (almeno nelle pellicole dirette dal marito stesso).

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