Il medioevo realistico di David Michôd: la nostra recensione de Il re

Su Netflix potete trovare il film dove Timothée Chalamet interpreta Enrico V, presentato fuori concorso alla Mostra del cinema di Venezia appena conclusasi.

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The King

Un ammasso di uomini, avvinghiati uno all’altro e uno sopra l’altro, resi irriconoscibili dal fango che li ricopre. Stiamo guardando uno scontro medievale, ma non ci sono i fendenti e i duelli cui il cinema ci ha abituati. In questo cumulo inestricabile centinaia di guerrieri che nulla hanno di eroico si colpiscono brutalmente con con l’elsa della spada non essendoci spazio per ruotare la lama, si accoltellano, si affogano nel fango. È la battaglia di Azincourt, che nel 1415 segnò una vittoria fondamentale per l’Inghilterra nella guerra contro la Francia.

Re degli inglesi e comandante dell’esercito ad Azincourt era Enrico V, protagonista di tre drammi storici di William Shakespeare, Enrico IV, parte I, Enrico IV, parte II e, ovviamente, Enrico V. Le opere del bardo sono la fonte d’ispirazione per il nuovo film di David Michôd, The King, prodotto da Netflix, Il re in Italia.

Il riadattamento è libero, e serve a Michôd a continuare il discorso cominciato con il suo film d’esordio, Animal Kingdon, e proseguito con The Rover. In Il re il regista australiano usa il suo cinema per sondare i lati più oscuri dell’animo umano: Animal Kingdom era uno spaventoso ritratto di famiglia, The Rover un disperato film post-apocalittico. Se la sua opera prima lasciava già intravedere un grande talento, The Rover, ingiustamente poco considerato, era un piccolo capolavoro.

Il re

Il suo esordio su Netflix, avvenuto nel 2017 con War Machine, era stato il suo primo passo falso, aspramente criticato, e a ragione, da quasi tutta la critica. Anche Il re è lontano dalle vette dei suoi primi due film, questo è innegabile, ma per lo meno Michôd ha saputo rialzarsi con un film che riesce almeno parzialmente a mostrare di nuovo le sue capacità. Soprattutto nella messa in scena. E qui torniamo alla battaglia di Azincourt, perno della storia inglese e di tutto il film.

Provate a chiedere a uno storico medievale quali, secondo lui, siano i film che meglio hanno saputo rappresentare realisticamente il medioevo. Con buone probabilità nominerà anche L’armata Brancaleone. Come può un film comico italiano, che mette in ridicolo tutti i valori e i miti di un’epoca, farsi di lei araldo? La ragione è propria questa: volendo parodiare il medioevo, lo spoglia della patina leggendaria con cui la storia e il folklore lo hanno avvolto ma che nulla ha a che vedere con la realtà storica. I personaggi sporchi e rozzi e privi di morale del capolavoro di Mario Monicelli sono più vicini a veri uomini medievali di quanto lo siano i cavalieri senza macchia e senza paura delle canzoni e dei poemi.

Il re

La lente comica piuttosto che deformare di solito restituisce alle giuste misure ciò che è stato distorto e ingigantito. Il re di Michôd non è un film comico, ovviamente, ma percorre la stessa strada della de-mitizzazione, di cui la brutale battaglia di Azincourt è il capolavoro. Il regista australiano non eccede mai nella rappresentazione del fasto, e la corte di Enrico è sì ricca, ma di una ricchezza grezza, che non esclude l’oscurità delle bettole né la polvere delle strade. Quando la battaglia esplode si vede tutta la matericità del medioevo, tutta la sua crudezza. L’epicità del film sta nel rifiutare l’epica classica per buttarsi nel mondo reale.

Purtroppo a questa intelligenza visiva non corrisponde un’uguale intelligenza narrativa. Uno degli aspetti più straordinari della trilogia shakespeariana è l’evoluzione del personaggio di Enrico, che da scapestrato ubriacone diventa un re saggio e risoluto. Shakespeare ha tre drammi per raccontare questa trasformazione, mentre Michôd nelle due ore a lui a disposizione non riesce a sviluppare un percorso altrettanto credibile, e il suo Enrico passa troppo repentinamente da un carattere all’altro, tanto da sembrare due personaggi distinti.

Il re

Il re accusa questo sviluppo narrativo un po’ grossolano che non rende giustizia al talento di Michôd, e lo si può trovare anche in altri momenti del film (il macchiettistico Delfino di Francia interpretato da Robert Pattinson ne è un esempio). A farne le spese è anche lo studio dei personaggi: se l’iperrealismo visivo dovrebbe essere il contraltare in immagini della crudeltà di un mondo cui Enrico deve piegarsi, questa esplorazione dell’inevitabile corruzione del potere rimane in superficie.

Se Il re, come è possibile, rimarrà nella memoria del pubblico, sarà soprattutto per la battaglia finale, valevole da sola del prezzo del biglietto. Noi però attendiamo che David Michôd torni ai livelli che con i primi due film aveva dimostrato di poter raggiungere, cui Il re è lontano.

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Scrivo, giro cortometraggi, faccio teatro.
Nel tempo libero sopravvivo.

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