Marriage Story di Noah Baumbach: la nostra recensione dal Festival di Venezia

La Mostra del Cinema è appena entrata nel vivo, ma c'è già un film che sta mettendo d'accordo tutti. Si tratta di Marriage Story, piccolo ma perfetto racconto di una fine con due interpreti eccezionali.

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Marriage Story

Ci sono film che vogliono dire tantissimo. E si sforzano disperatamente nel tentativo di affrontare innumerevoli temi complessi, di essere intelligenti e profondi. Quando l’intento è così marcato, quasi sempre il suddetto film finisce con il non dire nulla (rimanendo a Venezia viene in mente Ad Astra). La storia finisce, e ci si rende conto che tante questioni sono state toccate. Solo toccate, però, e nulla è stato davvero approfondito. Ci sono invece film che sono universi, capaci di contenere l’infinito; sono casi rari, e per ognuno di essi ce ne sono cento altri che vorrebbero esserlo quando sono solo una Terra piatta.

Poi ci sono film come Marriage Story. Semplice nel titolo, come semplice è in tutto. Non aspettatevi nulla da Storia di un matrimonio che non sia già contenuto nel suo nome, rimarreste delusi. Davvero, non c’è altro. Noah Baumbach vuole raccontare la fine di una relazione e solo quello racconta. Ma avendo due ore da dedicare a questo unico elemento, ha tutto il tempo per affrontarlo in ogni sua sfaccettatura.

Charlie e Nicole si sono amati, forse si amano ancora, ma la loro storia è giunta alla fine, e il tentativo di affrontare la separazione con serenità fallisce schiacciato dalle emozioni incontrollabili che vivono, messe a dura prova dalla presenza del figlio Henry, inevitabile oggetto di contesa. Nessuna sottotrama, nessuna deviazione dall’analisi dei sentimenti di Charlie e Nicole.

Si può fare un ottimo film raccontando così poco? Marriage Story è la dimostrazione che sì, è possibile. La sceneggiatura di Baumbach è perfetta: ogni azione dei personaggi, ogni loro parola, ha ragione d’essere in rapporto alla relazione in oggetto. Spesso in maniera sottile, ma tutto in scena ci comunica un pezzetto della storia, che si può comprendere solo legandolo agli altri pezzetti.

La stessa regia è al servizio della storia ed è la messa in immagini di ciò che accade non solo fuori ma anche dentro a Charlie e Nicole. Nel suo nuovo film Baumbach non rinuncia a quei personaggi provenienti dalla scena artistica di New York che hanno caratterizzato finora il suo cinema: Charlie è un brillante regista teatrale d’avanguardia, Nicole la sua prima attrice. Ma pur venendo da una realtà particolare, sono due esseri umani uguali a chiunque in sala ne stia seguendo le vicende.

Il cinema non ha da essere vero, non può esserlo perché finzionale proprio in quanto cinema. Chi critica o loda un film per quanto è “vero” commette un errore sustanziale. Però Adam Driver e Scarlett Johansonn riescono a incarnare alla perfezione i conflitti di coppia che tanti se non tutti hanno vissuto, quell’incapacità di gestire il fluire delle emozioni a causa della potenza delle emozioni stesse. Sì, c’è del vero nelle interpretazioni, e la coppia si candida con prepotenza alla Coppa Volpi.

L’obiettivo di Baumbach in Marriage Story era uno e uno solo, senza perdersi in riflessioni collaterali. Proprio questa sua semplicità è il suo grande pregio, che, paradossalmente, lo rende tutt’altro che semplice, perché così facendo restituisce tutta la ricchezza e quindi la complessità della storia che racconta (fatte le dovute proporzioni, siamo dalle parti di Bergman e Allen).

Di qualunque film si possono scrivere pagine e pagine di analisi e critica, ma dilungarsi troppo nel commentare Marriage Story significherebbe fargli un torto. L’ultima opera di Baumbach è il tipico film che va goduto nella visione senza il bisogno di qualcuno che ne parli troppo o che, peggio, lo spieghi. Basta vederlo, lasciarsi coinvolgersi nella più classica delle storie, e talvolta in essa specchiarsi.

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Scrivo, giro cortometraggi, faccio teatro.
Nel tempo libero sopravvivo.

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