The Perfect Candidate di Haifaa al-Mansour: la nostra recensione dal Festival di Venezia

Dopo la deludente avventura statunitense, la prima regista donna araba è in concorso alla Mostra del Cinema con un film sulla condizione delle donne nel suo paese natale.

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Una delle caratteristiche più proprie e affascinanti del cinema è la sua capacità di dire tanto con poco. A volte una sola immagine può raccontare infinite sfumature di una storia, per le quali non basterebbero ore e ore di dialoghi. Pensate all’universo che si cela dietro la candela riflessa nello specchio di Persona, o quanto può comunicare con un sorriso e un’alzata di spalle Marcello Mastroianni nel finale de La dolce vita.

Sono esempi alti, sicuramente troppo alti da scomodare per The Perfect Candidate. Ma il nuovo film di Haifaa al-Mansour si apre con un’immagine che, da sola, narra un mondo: nella prima inquadratura vediamo una donna in niqab (il velo islamico che lascia scoperti solo gli occhi) alla guida di una moderna automobile. Siamo in Arabia Saudita, dove le donne hanno ottenuto il diritto di guidare da appena un anno, e in un minuto scarso al-Mansour riesce già a rappresentare la tensione tra una società ancora arcaica (il velo) e il desiderio di modernità (l’automobile, qui un diritto piuttosto che un oggetto).

Questo è il ciglio su cui si muove tutto il film: Maryam è una donna e una dottoressa che si scontra quotidianamente con il maschilismo del regno saudita, ma che nonostante questo, o più probabilmente proprio per questo, decide di candidarsi contro l’opinione di tutti al consiglio comunale, così da potere fare asfaltare la strada che porta all’unico pronto soccorso della città.

Al-Mansour è la prima donna regista del suo paese, che aveva esordito nel 2012 con La bicicletta verde. L’attenzione ottenuta con la sua opera prima le aveva permesso di trasferirsi negli Stati Uniti, dove aveva girato Mary Shelley e poi, con Netflix, Nappily Ever After. L’esperienza oltreoceano certo non si può definire felice, e al-Mansour è dovuta tornare in patria per ritrovare la sua vena migliore.

Il tema centrale del suo cinema è il femminile, e il rapporto tra esso e una realtà che vuole reprimerla. In questo si riflette sicuramente l’esperienza personale della regista, donna in un mondo prevalentemente maschile (quello del cinema, quello arabo). Così era già ne La bicicletta verde, e così era ancora in Mary Shelley. Quest’ultimo però era schiacciato da una piattezza narrativa e umana lontana dalla sensibilità dell’esordio. Non che The Perfect Candidate brilli: è un film semplice che ricorre a soluzioni narrative talvolta facili se non banali.

Al biopic dedicato alla scrittrice inglese mancava però anche la capacità di penetrare nei personaggi, di mostrarne l’umanità. Maryam per fortuna è diversa da Mary, e il racconto della sua quotidianità alle prese con un’esperienza inaspettata e complessa come una campagna elettorale restituisce al pubblico un personaggio con cui è impossibile non empatizzare.

Il valore vero di The Perfect Candidate potrebbe però in realtà essere un altro. Il cinema mediorientale fa spesso i conti con i conflitti (bellici e non) che da molto tempo straziano quei luoghi, e solitamente lo fa proiettandoli nella piccola realtà quotidiana. Se si ha dimestichezza con il cinema iraniano o con il cinema libanese o con il cinema di una qualunque altro paese della zona, si ha ben presente quanto per raccontare la Storia i loro registi utilizzino le storie di ogni giorno.

Haifaa al Mansour

The Perfect Candidate, in modo diverso, sottolinea l’importanza del piccolo. La battaglia condotta da Maryam è un’inezia nel coacervo di problemi dell’Arabia. Eppure lei a quella si dedica anima e corpo, e anche davanti a chi cerca di ricordarle le innumerevoli altre criticità che potrebbe affrontare, Maryam ribadisce che il suo pronto soccorso ha bisogno di una strada asfaltata. A cambiare il mondo si comincia così, nelle lotte quotidiane così piccole da apparire irrilevanti in un mondo al collasso. Maryam sa che riuscire nel suo intento avrebbe un impatto, anche in ciò che apparentemente lei trascura. Se da donna riuscisse a cambiare qualcosa nel suo quartiere, ciò avrebbe un significato anche nella battaglia per i diritti delle donne, ad esempio. Combattere per il pronto soccorso, dove lei combatte ogni giorno in quando dottore donna, vuole dire combattere anche per le donne.

The Perfect Candidate è un buon film e nulla di più, che come tanto buon cinema regala momenti belli e scelte discutibili. Parlare di messaggi, nell’arte, è sempre discutibile, perché prima del messaggio c’è tanto altro, in un’opera. Ma davanti a una messa in scena comunque solida, si può allora dire che il nuovo film di al-Mansour porta al suo pubblico un messaggio fondamentale per il presente: la realtà si può cambiare anche e soprattutto nelle minuzie di cui si compone ogni giorno. Una strada di periferia non rivoluzionerà l’Arabia Saudita, certo, ma l’Arabia Saudita è fatta di tante strade, e da una di queste bisognerà pur cominciare.

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Scrivo, giro cortometraggi, faccio teatro.
Nel tempo libero sopravvivo.

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