Morgan Freeman non ha fatto solo Dio e Nelson Mandela

In occasione dell'uscita di Attacco al Potere 3 abbiamo deciso di ripercorrere le tappe principali della carriera di Morgan Freeman.

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Facendo capolino tra le colonne portanti del cinema, se ne scorge una che nel corso del tempo ha indossato numerose vesti, destreggiandosi bene fra i vari ruoli assegnati e soprattutto senza mai perdere quella classe innata che è diventata la sua firma, dal tono saggio. Così Morgan Freeman diventa uno chauffeur sempre sorridente, un Dio ironico e responsabile, un ex pugile privo di un occhio pronto a fare la cosa giusta ed un Nelson Mandela memorabile. Ma non sono solo le sue doti recitative a conquistare il pubblico: il suo timbro inconfondibile, gli ha permesso di prestare la voce più volte, uno su tutti nel film La guerra dei mondi di Spielberg. Ed ora, a partire dal 28 agosto potrete trovarlo in Attacco al potere 3 al fianco di Gerard Butler.

Provò a fare il pilota di caccia, ma alla fine scelse A spasso con Daisy

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Nato il 1° giugno del 1937 a Memphis, nel Tennessee, Morgan Freeman sale per la prima volta su un palco all’età di otto anni recitando come protagonista in uno spettacolo teatrale; recitazione che porterà avanti per i successivi dieci anni, fino a quando nel 1955 decide di mollare il sogno di fare l’attore per inseguire quello dell’aviazione nella U.S. Air Force. Rinuncia così alle lezioni di teatro, per tentare la strada del pilota di caccia per ben tre anni, otto mesi e dieci giorni, fino a quando, una volta resosi conto dell’impossibilità di portare avanti quel progetto, non torna sui suoi passi, riprendendo in mano la carriera da attore prima di teatro e poi del grande schermo. Nonostante faccia presenza in pellicole precedenti, sono gli anni ‘80 a fungere da fede nuziale tra Freeman ed il mondo del cinema, soprattutto grazie al film A spasso con Daisy (1989), con il quale riceve la sua prima candidatura agli Oscar. Una commedia dolce ed aspra che si prefigge lo scopo di strizzare l’occhio fin da subito alla tematica sociale, fino al momento in cui non lo dichiara apertamente. Daisy (Jessica Tandy) è l’anziana signora ebrea un po’ spigolosa e Hoke (Morgan Freeman) è il suo autista personale di colore, sempre sorridente ed ironico.

È sempre stato il saggio di turno

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Dallo chauffeur tremendamente adorabile si cambia decisamente registro e si passa al fedele guerriero Azeem di Robin Hood: principe dei ladri, il quale non abbandona mai il suo compagno Robin Hood (Kevin Constner) per riconoscenza, fino ad arrivare a tre pilastri fondamentali della carriera di Freeman (e del mondo del cinema). Il primo è Gli spietati, un ritorno ai film western figlio di Clint Eastwood in cui ancora una volta il nostro Morgan non è protagonista assoluto, ma viene comunque acclamato dalla critica.

Il secondo è invece Le ali della libertà al fianco di Tim Robbins, considerato uno dei film più belli della storia del cinema (primo in classifica su IMDB ed al settantaduesimo posto nella lista dei cento migliori film statunitensi di tutti i tempi dell’American Film Institute) tanto da portare l’attore ad un’altra candidatura all’Oscar. Una storia di amicizia e sopravvivenza nata all’interno di un carcere, in cui ci si abitua a quel microcosmo dove veniamo catapultati, ma che alla fine non è la vita reale. Ed è la speranza che consente di svegliarsi dal torpore e recuperare le redini di una vita apparentemente perduta.

Ed infine Seven, il film diretto da David Fincher in cui Freeman (William Somerset) è un detective ancora una volta saggio e stanco della criminalità che allaga le strade della città, contrapposto alla testa calda di Brad Pitt (David Mills), il quale lo aiuta a cercare un omicida che segue un programma di strage ben delineato: punire le vittime seguendo i sette vizi capitali. Kevin Spacey che non compare nei titoli di testa per creare maggiore suspense e Morgan Freeman che implora Brad Pitt di “non farlo” in una scena memorabile. Invano.

Seguiranno poi Il collezionista di Gary Fleder, Amistad di Steven Spielberg e Deep Impact di Mimi Leder, fino ad arrivare ad un traguardo tanto desiderato.

Dal saggio a Dio è un attimo

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Se qualcuno si fa venire in mente una buona idea, sono sempre pronto. Qualche preferenza? Diciamo che è forse giunto il momento di prendere in considerazione qualcosa di comico. Non mi è mai capitato di lavorare in una commedia brillante”. Ognuno ha propri sogni d’altra parte e dopo anni di personaggi saggi, positivi, sempre con la soluzione a portata di mano, Morgan Freeman sognava di poter partecipare ad un progetto un po’ più leggero, o se non altro divertente. E qualche miglior occasione se non lavorare assieme ad uno dei più grandi attori comici di sempre? In realtà il ruolo di Dio è per antonomasia uno dei più saggi che potesse capitargli, ma al fianco di Jim Carrey questa sfaccettatura del personaggio passa in secondo piano e ciò che ne risulta è una commedia esilarante che merita di essere vista da chiunque almeno una volta nella vita.

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Ma appena un anno dopo la realizzazione di Una settimana da Dio, torna nuovamente Clint Eastwood nella vita di Morgan con una proposta, Million Dollar Baby, che gli vale l’Oscar. Miglior film, Miglior regia, Miglior attrice protagonista e Miglior attore non protagonista. Quattro Oscar a dir poco meritati per una pellicola che unisce temi caldi, come quello dell’eutanasia, del sacrificio per raggiungere i propri obiettivi e della famiglia che si sgretola, il tutto all’interno di una cornice sportiva. Ma in realtà l’unico ed autentico tema caldo del film è senza dubbio quello dell’esistenza raccontata attraverso i pugni ed il sudore della box e le mille cicatrici visibili e non che questa comporta. È l’incontro di tre destini, Frankie Dunn (Clint Eastwood), Maggie Fitzgerald (Hilary Swank) e Scrap (Morgan Freeman) che inizialmente viaggiano su binari distanti, ma che alla fine si intersecano sbocciando. Million Dollar Baby è semplice nella sua forma e Morgan Freeman, l’ex pugile cieco da un occhio che sognava il suo 110° incontro, che inizialmente doveva interpretare il ruolo di Frankie, è anche la voce narrante che ci accompagna in questo percorso di vita racchiuso in quasi due ore e mezzo di film e ci ricorda che alla fine dei conti “è la magia di rischiare tutto per un sogno che nessuno vede tranne te”.

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L’alchimia con Eastwood non finisce qui ed il regista chiamerà nuovamente all’ordine il suo attore per un film nel 2009, Invictus- L’invincibile, in cui Freeman avrà uno dei ruoli con maggior responsabilità: essere Nelson Mandela.

Ci sarebbero sicuramente decine di titoli da citare ancora (tra cui senza dubbio la trilogia di Batman di Christopher Nolan), ma non importa, tanto per quanto possa essere lunga la lista e l’analisi dei suoi film, non sarà mai abbastanza per osannare a sufficienza una pietra miliare del cinema come Morgan Freeman. A noi piace continuare ad immaginarcelo come l’uomo saggio, sia nel mondo della finzione che in quella reale, il portatore di verità e tenerezza che in cui questi anni lo hanno contraddistinto e che lo contraddistingueranno ancora.

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