Toy Story: perché è molto più di una semplice saga di cartoni animati

Nel giorno dell'uscita di Toy Story 4, proviamo a capire perché la saga di Woody e Buzz è amata indistintamente da grandi e piccini

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Toy Story

Oggi, nei cinema italiani, esce finalmente Toy Story 4, ultimo capitolo di una saga a cartoni animati fra le più amate di sempre; si è discusso molto su questa quarta avventura di Woody, Buzz e soci, soprattutto perché in parecchi (legittimamente) ritenevano semplicemente perfetta la chiusura di Toy Story 3: come ricorderete, in una scena che probabilmente ha commosso più gli adulti che i bambini, un Andy ormai cresciuto, ma comunque combattuto, regalava i suoi amati giocattoli alla piccola e dolce Bonnie, per poi allontanarsi verso l’orizzonte.

L’attesa, inoltre, per i fan italiani, è stata funestata dalla scomparsa di Fabrizio Frizzi, amatissimo ed inconfondibile doppiatore di Woody, che ha fatto calare un inevitabile velo di tristezza sull’uscita di questo film, nonostante l’ottima scelta di rimpiazzarlo con Angelo Maggi (doppiatore di Tom Hanks). Ciò nonostante, siamo convinti che, alla fine, anche i più dubbiosi su questo quarto capitolo finiranno per affollare le sale cinematografiche, guardati con stupore da bambini che non erano neppure nei pensieri dei genitori all’atto dell’uscita del primo Toy Story.

Ma cosa spinge, da oltre vent’anni, persone di tutte le età a rispondere “presente” in occasione di un nuovo Toy Story? Come si spiega un amore folle per dei personaggi che molti di noi hanno conosciuto quando erano piccolissimi, al punto che alcuni di noi oggi andranno al cinema con i propri figli? Nel corso di questo articolo, oltre a ripercorrere assieme le vicende dei precedenti capitoli della saga, cercheremo di dare una risposta all’interrogativo.

Il primo Toy Story, risalente al 1995 (come passa il tempo), per certi versi può apparire “datato” in alcune sue caratteristiche: i bambini di oggi crescono già con iPad e joystick in mano, sono assuefatti ad un livello tecnologico che ventiquattro anni fa era ancora lontano da venire; un pupazzo cowboy, probabilmente, non sarebbe trattato come un feticcio, figuriamoci un cane a molla o un personaggio a forma di tubero! Già Buzz Lightyear, vero e proprio precursore di una serie di giocattoli a tema spaziale, avrebbe più chances, ma gli altri vivrebbero tempi duri. Se gli adulti di oggi, dunque, amano Toy Story perché vi ritrovano un pezzo di infanzia ed un’epoca che per certi versi non c’è più, un bambino di oggi probabilmente troverebbe strano il comportamento di Andy.

Toy Story

Ciò che anima Toy Story da sempre, tuttavia, è un valore fondamentale della nostra esistenza, che trascende epoche e generazioni: l’amicizia. Che sia il rapporto fra un bambino ed il suo pupazzo preferito (almeno fino all’arrivo di un pupazzo più bello, vero Woody?), o fra giocattoli, il motore immobile della saga Disney/Pixar è proprio l’amicizia; è quella che spinge Woody a fare di tutto per tornare da Andy, è quella che lega indissolubilmente Woody e Buzz, nonostante i feroci contrasti iniziali e le loro differenze. In fondo, anche se si manifesta nella forma dell’invidia più nera, è sempre l’amicizia con Andy che spinge Woody, nel primo Toy Story, a sentirsi messo da parte ed a reagire male. Un comportamento censurabile, ma sicuramente molto umano, da parte del nostro sceriffo preferito, che poi fa di tutto per ritrovare lo Space Ranger, salvarlo dalle grinfie del perfido e tornare a casa.

L’amicizia muove anche i fili di Toy Story 2: è Buzz, stavolta, a dover salvare Woody, rapito dall’avido giocattolaio Al, che lo ruba per rivenderlo, assieme ad altri, ad un museo giapponese. Grazie al personaggio di Jessie, tuttavia, Toy Story affronta anche un’altra tematica, lasciata sullo sfondo nel primo “episodio”: la paura dell’abbandono, il rifiuto. Jessie e Bullseye (un po’ meno il malvagio Stinky Pete), in fondo, desiderano soltanto essere amati, cosa che si può dire sostanzialmente di ogni essere umano. Se inizialmente la cowgirl può apparire egoista nel suo desiderio di trattenere Woody a tutti i costi, si può capire perfettamente il suo stato d’animo dopo aver appreso la sua storia, che l’ha vista abbandonata dalla precedente padrona. Per fortuna, alla fine, l’amicizia vince ancora ed anche Jessie e Woody trovano una nuova casa, amati dal solito Andy.

Toy Story

Il terzo capitolo, che molti considerano il migliore della saga, è infine il più complesso e ricco di tematiche: oltre all’amicizia, sempre presente, ritroviamo più forte che mai il tema dell’abbandono: a differenza di Jessie, però, un giocattolo come Lotso, ingannevole nel suo aspetto bonario e nel suo profumo di fragola, ha deciso di trasformare il suo dolore in odio per tutti gli altri, dopo esser stato abbandonato e rimpiazzato. Al di là del fatto che parliamo di giocattoli, chi non si è mai sentito abbandonato o tradito in vita sua? Chi non ha reagito indurendo il proprio cuore, magari fino all’arrivo di una persona capace di scioglierlo?

Lotso reagisce dunque tiranneggiando l’asilo Sunnyside, dove costringe altri giocattoli a servirlo; anche Buzz e gli altri, credendo che Andy intendesse buttarli nella spazzatura, sperano di trovare nell’asilo un nuovo posto per essere amati ed utilizzati, ma finiscono dalla padella alla brace. Soltanto alla fine, dopo mille peripezie e dopo aver seriamente rischiato la distruzione (bellissima la scena nell’inceneritore, dove tutti si tengono per mano, per farsi coraggio in vista della morte), i nostri eroi sopravvivono e vincono ancora una volta.

Alla fine del cartone, To Story cala dunque un altro pezzo da novanta in quanto a tematica: Andy è ormai maturo per il college, è un adulto, magari un giorno lo rivedremo tornare per far giocare i suoi figli con Woody e Buzz; eppure, al momento di staccarsi dai suoi amati giocattoli, lo vediamo tentennare. E’ forse un immaturo, un “giuggiolone”? O, semplicemente, fatica a staccarsi da quelli che, per tanti anni, sono stati i suoi amici? E, soprattutto, magari in qualche modo ci comunica la sua paura di diventare grande, di crescere? In fondo, anche i suoi giocattoli e compagni di vita, pur felici di appartenere ora alla piccola Bonnie, lo vedono andar via con nostalgia.

Toy Story, insomma, non è solo una divertente storia a cartoni animati: non è solo le buffe espressioni di Woody, il cinismo di Mr. Potato, l’esaltazione di Buzz o la nevrosi di Rex; non è soltanto i mille, divertentissimi sketch o le splendide scenografie, soprattutto del terzo capitolo. E’, soprattutto, una storia di amicizia, di legami, di paura dell’abbandono e del modo in cui vi si può reagire. Si tratta, come detto, di sentimenti e caratteristiche maledettamente umane, che tutti noi possiamo facilmente ritrovare in questi datati pupazzi nati quando eravamo piccoli.

Toy Story, in fondo, racconta di noi. Ed è per questo che lo amiamo così tanto. Ora, grandi e piccini, andiamo tutti al cinema.

Nato a Roma nel 1990, è un assiduo divoratore di libri, film, serie TV, musica rock ed ogni prodotto capace di lasciare un segno.

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