Appunti dal Cinema Ritrovato: Luis Buñuel e I figli della violenza

A Bologna si sta svolgendo Il Cinema Ritrovato, il più importante festival al mondo dedicato al cinema d'epoca. CiakClub è sul posto, per condividere con voi le suggestioni che i classici possono suggerire al presente.

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Guardando tutti assieme I figli della violenza sul grande e magnifico schermo di Piazza Maggiore, molti degli spettatori de Il cinema ritrovato si saranno chiesti come l’autore di questo crudo e realistico ritratto dei bambini di strada messicani fosse stato un ventennio prima uno dei paladini del surrealismo, e come altri vent’anni dopo sia stato capace di realizzare alcuni dei più grandi capolavori del grottesco.

Eppure c’è assoluta coerenza nell’opera di Luis Buñuel. Lo spettatore di oggi e quello che nel 2003 sullo stesso schermo vedeva Un chien andalou forse non hanno visto film così diversi, come non ha visto film così diversi chi ha amato il Buñuel degli anni ’60 e ’70, quello de L’angelo sterminatore Quell’oscuro oggetto del desiderio.

Antifascista, antiborghese e anticlericale, il regista spagnolo dovette fuggire dal franchismo e dalla guerra, riparando in Messico. Continuò a fare cinema, ma per qualche anno in Europa di lui non si seppe nulla, tanto che lo si temette morto. Finché nel 1951 non tornò prepotentemente in scena proprio con I figli della violenza, vincitore del premio per la Miglior regia a Cannes.

I figli della violenza

Anche allora destò stupore ritrovare colui che se ne era andato da massimo esponente dell’avanguardia tanto vicino ai recenti movimenti neorealisti. Certo il linguaggio della messa in scena è diversissimo rispetto a quello che aveva usato e che sarebbe tornato a usare, ma tutte le storie che racconta Buñuel nascono dalle sue idee sociali e politiche.

Il titolo originale del film è privo di quella connotazione moralista della traduzione italiana: Los olvidados, “I dimenticati”. Perché i piccoli protagonisti sono sprofondati in questo gorgo di brutalità privo di vie di fuga? Perché sono stati dimenticati, appunto, da quella società che in quanto borghese e clericale, quindi fascista, rifiuta di vedere gli ultimi se non con uno sguardo colmo di giudizio incapace di cogliere le ragioni di ciò che accade.

Los Olvidados

Buñuel racconta la borghesia ridicolizzandola attraverso il grottesco e il surreale, che ne fa emergere tutti i paradossi; Buñuel racconta il popolo attraverso la durezza del reale. Ma l’assurdità borghese e la violenza proletaria sono complementari l’una all’altra, e Don Luis ha saputo raccontarle entrambe, grazie anche al suo occhio così capace di immergersi nelle profondità della natura umana.

Ecco allora che in una calda notte di giugno, la pellicola magnificamente restaurata ha mostrato al fortunato pubblico di Piazza Maggiore un frammento del mondo così come lo vedeva Buñuel. Un frammento in superficie differente dagli altri, ma che con gli altri si incastra alla perfezione, formando un mosaico tra i più ricchi e affascinanti che il cinema abbia saputo comporre.

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Scrivo, giro cortometraggi, faccio teatro.
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