Black Mirror 5 dice addio al suo tagliente cinismo distopico

I tre episodi della quinta stagione di Black Mirror perdono la verve inquietante della serie, proponendo invece un immaginario più contemporaneo, ma meno efficace. Ecco la nostra recensione.

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La quarta stagione di Black Mirror aveva proposto un mix di intenzioni molto interessante, in particolare dal punto di vista dell’impianto estetico dei vari episodi (Metalhead l’esempio più lampante), mancando però del nichilismo degli esordi. Poi c’è stato Bandersnatch (qui la nostra recensione), l’episodio interattivo che ha saputo abilmente sfruttare la piattaforma per un dialogo meta-testuale con lo spettatore, sicuramente inedito e spiazzante.

Ora si aggiungono all’universo dello “specchio nero” altre tre storie inedite che ci dicono che, forse, Black Mirror è veramente cambiato. In quella che ormai sta diventando un’ossessione quasi esclusiva per gli esiti della tecnologia, la quinta stagione si propone come un’ennesima riflessione sulla contemporaneità. L’unico problema, però, è che questa riflessione non sconvolge più come prima. Il cinismo, la cattiveria, la mancanza di speranza e l’angoscia, di cui la serie si è fatta portatrice fin dall’inizio, risultano qui tanto (forse troppo) attenuate.

Bisogna dire che la serie sembra aver intrapreso programmaticamente, e consapevolmente, questo “nuovo corso” già da qualche tempo. Così, tralasciando inutili sentimenti nostalgici per il Black Mirror “che è stato”, dobbiamo decisamente fare i conti con la creatura che da qualche anno a questa parte sta nascendo dalla joint venture di Charlie Brooker e Netflix. Quindi, prima di passare all’analisi dei singoli episodi, ci sembra doveroso dilungarci su alcune considerazioni preliminari.

Black Mirror 5

I tre episodi della quinta stagione, Striking Vipers, Smithereens e Rachel, Jack and Ashley Too, optano per un cambiamento alquanto decisivo, proponendo un immaginario che è meno fantascientifico del previsto e più “reale” nella sua ambientazione. Infatti non c’è più bisogno di immaginare parchi divertimento all’interno di campi di prigionia o mondi color pastello in cui tutto è dominato dalla legge della fama social. Quello che Black Mirror 5 fa è metterci in contatto con esperienze ormai entrate a far parte del nostro quotidiano. Allora ecco che troviamo tematiche come: la Realtà Virtuale Online, i social network e le intelligenze artificiali modellate sulla falsa riga dei vari Siri e Alexa.

Quello che risulta come una sorta di avvicinamento alla realtà di vita degli spettatori risulta, però, in un inevitabile depotenziamento del messaggio. La distopia di questo “nuovo corso” diventa sì più palpabile, perché a noi più vicina, ma non ne rappresenta fino in fondo l’alterità uguale e contraria al mondo in cui viviamo. I mondi rappresentati, infatti, sono meno allarmanti e stranamente (o forse dovremmo dire inquietantemente) molto più “digeribili”. Da questo quadro ne esce una stagione che risulta irrimediabilmente meno accattivante dal punto di vista dell’intrattenimento e decisamente più superficiale per quanto riguarda i suoi esiti.

Dopo queste brevi considerazioni generali, vediamo ora nel dettaglio i tre episodi.

 

5×01: Striking Vipers

Black Mirror 5 - Striking Vipers

Il primo episodio ci propone la storia di due vecchi amici che si rincontrano dopo molto tempo in occasione del compleanno del protagonista Danny (Anthony Mackie). Come regalo, l’amico Karl gli porta la versione aggiornata del videogioco Striking Vipers, modellato sulla scia di Street Fighter, cui erano soliti giocare da ragazzi. Nel provare la versione in una realtà virtuale super-immersiva, i due finiscono per comprendere che le esperienze e le emozioni provate sono un po’ meno virtuali del previsto.

Il regista scelto per mettere in scena questo episodio è Owen Harris, lo stesso dell’acclamatissimo San Junipero. E proprio con questo episodio, Striking Vipers condivide l’intenzionalità e alcune importanti riflessioni. L’espediente del videogioco, infatti, non viene qui scelto per la sua componente action come si potrebbe pensare, ma utilizzato come mezzo per una fine riflessione sulle relazioni umane, e sul loro cambiamento, nella contemporaneità.

La tecnologia è dunque mostrata come un mezzo per conoscere e scoprire se stessi e gli altri. Tutt’altro che demonizzata, essa viene in un certo senso assolta e inglobata. Striking Vipers diventa veramente una degna variazione sul tema, che è capace di proporre anche un’insolita possibilità – almeno per Black Mirror – di un uso conscio della tecnologia stessa. Forse meno “invadente” del suo parente stretto sopracitato, l’episodio è capace di rappresentare una nota dolce-amara di romanticismo e malinconia. E per ultimo, gli va dato anche merito di aver sapientemente mescolato tematiche come la razza, il genere e la sessualità senza risultare smaccatamente pensato a tavolino.

 

5×02: Smithereens

Black Mirror 5 - Smithereens

Il secondo episodio della quinta stagione di Black Mirror è decisamente il più riuscito. Ed è strano che sia il più riuscito proprio quello (dei tre) che decide di estirpare qualsiasi riferimento puramente fantascientifico. La storia raccontata è quella di Chris, all’apparenza un normale autista Uber che però sceglie di servire clienti solamente provenienti dalla Smithereen, la piattaforma di social media con più utenti al mondo. E nella speranza di rapire e ricattare un grande manager della company si apposta nei pressi della sua sede londinese. La cattura di uno stagista darà dunque il via ad una (sfortunata) serie di eventi, costruiti in un clima di tensione e attesa.

Complice anche una magistrale e disperatissima interpretazione di Andrew Scott, l’episodio, nella sua linearità, riesce a porre l’accento su un’altra delle ossessioni della serie: i social media. Nel farlo, enfatizza gli usi vari e svariati delle piattaforme, così come la loro pervasività nella vita di tutti quanti. E, senza mai accusarli completamente, mette in luce l’elemento rigorosamente distopico che dà caratura e profondità all’episodio: la responsabilità delle azioni umane.

Per questo motivo Smithereens è davvero l’episodio più efficace di questa stagione. L’aridità umana e l’incapacità di creare relazioni significative che ne scaturiscono non sono “colpe” da imputare alle nuove tecnologie, piuttosto al loro utilizzo irresponsabile da parte delle persone. E Brooker sceglie di mostrarci tutto ciò mediante un episodio delirante e privo di ciascuna via d’uscita, dove tutti i personaggi obbediscono ad un imperante logica della comunicazione a distanza. La mancanza di questa comunicazione diretta, infatti, è quello che porterà alla difficoltà di interpretazione dei messaggi, e ad esiti decisamente sconfortanti. L’unica cosa che rimane da fare allora è lavarsene le mani e tornare ad isolarsi come il CEO della Smithereen interpretato da Topher Grace, un Mark Zuckerberg post-litteram nemmeno troppo velato.

 

5×03: Rachel, Jack and Ashley Too

Black Mirror 5 - Rachel, Jack and Ashley Too

La quinta stagione si conclude con l’attesissimo e chiacchieratissimo episodio con Miley Cyrus che, senza discostarsi troppo dalla realtà, interpreta Ashley O, una cantante idolo delle ragazzine. La sua vita e la sua ribellione alle regole di immagine impostele dall’alto sono qui messe in relazione con la storia di Rachel, ragazzina sola che la idolatra. A connettere le due esistenze, diverse solo all’apparenza, sarà la bambolina con le fattezze della cantante, Ashley Too.

La storia è un pretesto per proporre importanti tematiche quali: il fandom eccessivo, la sostituzione virtuale delle relazioni, le intelligenze artificiali e la celebrità 2.0. Forse troppa carne al fuoco per un episodio che fa fatica a mettere in campo riflessioni veramente articolate sui temi proposti. La narrazione e la messa in scena risultano, infatti, molto superficiali e fini a se stesse, mancando di qualsiasi forma di straniamento spettatoriale. Anzi, l’episodio si trasforma ben presto in una sorta di action thriller teen che va inesorabilmente verso un happy ending non richiesto (e francamente molto stucchevole).

Come lo dimostrano le numerose critiche ricevute, l’episodio ci lascia con l’amaro in bocca, ma non quello che saremmo soliti aspettarci dalla serie. Rachel, Jack and Ashley Too, infatti, avrebbe veramente potuto rappresentare un momento di riflessione che si rivolgeva direttamente alle nuove generazioni. Ma purtroppo rimane molto in superficie e il suo difetto più grande, a nostro parere, è quello di non riuscire ad empatizzare con il fenomeno per sviscerarlo nel suo profondo. In particolare, compie un errore che una serie distopica del calibro di Black Mirror non può permettersi di fare: gli esiti più disastrosi vengono utilizzati come semplici espedienti narrativi, e non come spunti per una critica più approfondita. Il risultato è un episodio privo di forza e incapace di aggiungere nuovi elementi al dibattito, se non quello di un pallido empowerment giovanile tipico dei più classici teen drama.

 

Alla luce di quanto detto, dobbiamo per forza fare i conti con questa versione rinnovata di Black Mirror. Piaccia o non piaccia, Brooker è convinto che la distopia sia già quella in cui stiamo vivendo. Per questo offre allo spettatore scenari meno spinti e più tangibili, con molti più momenti di redenzione che in precedenza. L’unico problema di tutta questa operazione è che fa perdere alla serie il suo potere straniante. Un po’ come l’effetto-Bandersnatch sull’interattività, il rischio è che Black Mirror si trasformi sempre di più in un gioco fine a se stesso, che diverte sul momento, ma finisce per stancare sul lungo periodo. Noi, ovviamente, speriamo non sia questo il caso!

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