Il buono, il brutto, il cattivo: la scena del triello è ancora quella da battere

Un'analisi di una delle più grandi sequenze della storia del cinema. Sergio Leone scrisse la storia con il triello western.

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Il buono, il brutto, il cattivo

Ci sono alcune scene, o addirittura sequenze, che prese singolarmente sono in grado di elevare il valore di un film intero o dell’intera carriera di un cineasta. Alcune sequenze finali ancora scatenano l’invidia dei registi contemporanei che cercano di imitarle, migliorarle, superarle. Non è un mistero, ad esempio, che Sorrentino ispiri molto del suo lavoro a Fellini; tante sono le similitudini fra La Dolce Vita e La Grande Bellezza. La scena finale de La Dolce Vita, ad esempio, è una delle migliori della storia del cinema: quella in spiaggia, con tanto vento e “il mostro” sul bagnoasciuga.

Un altro finale degno di entrare nel “gota dei finali” è quella de Il buono, il brutto, il cattivo. Quella del triello al cimitero è la miglior sequenza western di sempre. Nasce dal genio di Sergio Leone, di cui vi abbiamo parlato in questi giorni; 30 anni fa, il regista romano ci lasciava e questa è la sua settimana. Moriva a soli 60 anni, ma non prima di aver sfornato 7 film fondamentali.

La scena del triello: regia, montaggio, musica

Il buono, il brutto. il cattivo

Abbiamo tre personaggi che desiderano un bottino pieno d’oro. Solo uno dei tre, il buono, sa in quale tomba si trova nel cimitero. Il buono, il brutto e il cattivo si guardano posizionati ai vertici di un ipotetico triangolo, con Leone che cambia continuamente il punto di vista rispettando la regola dei 180 gradi, ribaltando il campo e incrociando gli sguardi con precisione geometrica. Non sappiamo chi sparerà a chi, e chi lo farà per primo. Solo il buono sa che la pistola del brutto, in realtà, è scarica. Il resto è tutta sorpresa, non suspence: lo spettatore non ha idea di quello che succederà.

Il climax emotivo di questa scena, molto lunga, è aumentato dalle magistrali musiche di Ennio Morricone che vanno a sottolineare ogni cambio di piano, ogni scelta di montaggio, cambiando la ritmica a ogni stacco e ogni attacco. Sergio Leone decide che in una scena così lunga, dalla tensione che rischiava di calare, bisognava alternare diversi tagli di inquadrature diverse. Abbiamo un primissimo piano per ogni personaggio, un primo piano, il dettaglio della mano sulla pistola, un piano americano e due campi lunghi (che mostrano il cimitero nella sua interezza). Tutte le inquadrature si alternano con ordini sempre diversi, per aumentare la curiosità dello spettatore.

Ogni personaggio ha la sue inquadrature. Adesso, decidere in che ordine montarle per rendere la scena perfetta è un compito di Nino Baragli e Eugenio Alabiso, i montatori, su indicazione di Sergio Leone. In totale, sono 65 inquadrature montate seguendo uno schema preciso. Sessantacinque in circa due minuti e mezzo. I primissimi piani e i primi piani mostrano il carisma sornione del buono, il panico del brutto, una freddezza solo apparente da parte del cattivo che sta in mezzo e ha entrambi i fianchi a portata di tiro.

Ogni tanto bisogna spezzare con un dettaglio della pistola (chi sparerà per primo?). E bisogna spezzare con dei campi lunghi, mostrando il triangolo immerso nella solitudine del cimitero. Qualcuno morirà e lo farà nel posto giusto: non a caso la scena è stata pensata per un cimitero, che per ovvie ragioni è già legato alla morte come concetto.

Il buono, il brutto, il cattivo

Il ritmo del montaggio aumenta sempre di più col passare dei minuti, fino a diventare frenetico ma sempre preciso, dopo una prima fase di studio che ci fa capire le emozioni dei personaggi. Ci porta a intuire che alla fine la vittima sarà Sentenza, ovvero il cattivo, perché a ogni primo piano del buono segue un primo – o primissimo – piano del brutto. Un tacito accordo che intuiamo tramite i raccordi di sguardi. Ecco che il montaggio ci permette di intuirlo. E il finale è storia.

Fra montaggio e musica, nessuno aveva mai costruito un duello (in questo caso triello) western così lungo ed estenuante senza mai abbassare la tensione. Ringraziamo Sergio Leone per questo, ma complimenti anche a Morricone e ai montatori. Un esempio di montaggio magistrale, che ancora oggi resta insuperabile. Ancora oggi viene studiato nelle scuole. Chapeau.

La scena diventa sequenza con il finale. Il buono finge di impiccare nuovamente il brutto, lasciandogli 100.000 mila dollari che però non può prendere, ignorando con noncuranza le imprecazioni del brutto che alla fine si mischiano con la musica, dando vita a un perfetto finale ed evidenziando anche la qualità del missaggio sonoro.

La frustrazione di Quentin Tarantino

Non è un mistero che buona parte della carriera di Tarantino sia ispirata al genere western, e in particolare alla scena di cui abbiamo parlato. Lui stesso ammise, poco prima che uscì The Hateful Eight,  che per tutta la vita cercò di eguagliare la qualità del triello di Leone senza riuscirci. Senza nulla togliere al regista di Pulp Fiction, siamo d’accordo: deve continuare a provare. Quando Tarantino fa un primissimo piano, dice al suo operatore: “Give me a Leone!”.

Nato a Roma. Giornalista sportivo e cinematografico. Studioso e appassionato della Settima Arte e della letteratura da sempre. È tutto.

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