Il grande cinema in una scena: Charlie Chaplin contro il sonoro

Al contrario di tanti suoi colleghi, Chaplin seppe sopravvivere alla morte del cinema muto. In occasione del 130° anniversario della sua nascita, scopriamo però come, con il suo primo film parlato, cercò di dimostrare che la vera comicità non aveva bisogno di parole.

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Nonsense song

Quando il 6 aprile 1927 arrivò nelle sale statunitensi Il cantante di Jazz, la storia del cinema cambiò per sempre. Era il primo film sonoro, il primo ad avere musiche sincronizzate e a far ascoltare agli spettatori le voci dei personaggi; si tratta di una rivoluzione epocale, uno stravolgimento tecnologico che non ha più avuto eguali. A cambiare non fu solo il cinema in sé, ma anche la carriera e il destino di tanti attori e attrici. Molte celebrità di prima grandezza non furono capaci adattarsi al nuovo modo di recitare, e nel giro di pochissimi anni sparirono dal grande schermo. Al contrario, alcuni giovani interpreti seppero approfittare di questo cambiamento emergendo come nuove star del nuovo cinema.

Bastò davvero poco tempo perché il cinema muto morisse e quello sonoro diventasse l’unica forma accettata dal pubblico. Come davanti a ogni rivoluzione tecnologica, però, non mancarono gli oppositori. Fino ad allora il cinema era stata l’arte dell’immagine in movimento, ed era il suo essere esperienza esclusivamente visiva a definirla come cinema. Se tanti grandi artisti e intellettuali si erano innamorati della settima arte, era proprio per questa sua moderna purezza, che il sonoro corrompeva. Tra i detrattori più accaniti vi fu Charlie Chaplin.

Charlot

Negli anni ’20 Chaplin era semplicemente l’uomo più famoso e amato sul pianeta. Lo era diventato grazie a Charlot, il vagabodo protagonista di decine di corti capace di far ridere e talvolta piangere tutto il mondo. Questo gli era possibile proprio perché il cinema era muto. La comicità di Chaplin espressa attraverso Charlot non aveva bisogno di parole e si esprimeva nei gesti, nelle azioni, nelle espressioni del volto. Ed era universale. Uno statunitense, un italiano o un giapponese o un algerino potevano vedere un film di Charlot e capirlo tutti immediatamente e allo stesso modo. Non c’erano parole da tradurre, dialoghi da doppiare, non c’era un linguaggio da reinterpretare per un’altra cultura. Chaplin era terrorizzato all’idea di perdere questo immenso potere.

I suoi timori avevano certo senso di esistere. Dopotutto vide l’amico Buster Keaton, il secondo più grande comico dell’epoca, fallire il tentativo di adattarsi al nuovo cinema e perdere così fama e ricchezza in pochi mesi. Chaplin, però, era più astuto di Keaton, e seppe reinventare il proprio cinema al sonoro. Non fu facile, però, e non lo fece con grande piacere. Lo si capisce scorrendo la sua filmografia. Tra il 1921 e il 1928 realizzò un lungometraggio ogni due o tre anni, intervallati da numerosi cortometraggi, dopodiché si concentrò su Luci della città, che uscì nel 1931 ed era ancora un film muto. Poi si fermò per cinque anni. Chaplin sapeva di non poter spingersi oltre: il mondo voleva le parole e ormai un altro silent movie non sarebbe stato vendibile. La sua battaglia contro il sonoro andava portata su quello stesso terreno. Fu così che, nel 1936, nacque Tempi moderni, il primo film parlato di Charlie Chaplin e forse il suo più grande capolavoro.

Tempi moderni

Un’analisi esaustiva del film richiederebbe decine se non centinaia di pagine. Per capirne la grandezza, o almeno per intuirla, potrebbe però bastare una scena. Una scena ancora oggi davvero divertente, ma che se guardata distrattamente potrebbe sembrare solo un ottimo sketch comico. Invece è molto, molto di più. Partiamo dall’inizio: Charlot è un operaio in una grande fabbrica, e, alienato dal lavoro alla catena di montaggio (la celeberrima scena degli ingranaggi giganti), ha un grave esaurimento nervoso che lo fa finire in una clinica. Da qui nascono una serie di peripezie, perché tra scioperi e recessione gli è difficile guadagnare quel poco che serve per vivere. Accompagnato da una giovane ragazza, Charlot fa avanti e indietro dalla prigione e passa da un lavoro all’altro, finché non viene assunto assieme all’amata come cameriere in un ristorante, dove però gli si richiede anche un’esibizione canora. Arriviamo così alla scena che ci interessa.

Ciò che si nota subito vedendo Tempi moderni è che il primo film sonoro di Chaplin è in realtà per buona parte muto. Fino alla scena della canzone non sentiamo alcun personaggio parlare direttamente, e la comicità di Chaplin è la stessa di tutti i suoi film precedenti. Di voci ce ne sono, ma vengono sempre e inevitabilmente da altoparlanti, microfoni, schermi. In un film che è un attacco violentissimo alla tecnologia moderna, la voce è uno strumento meccanico e tecnologico. In essa non c’è nulla di bello, di poetico, e pure a livello narrativo è un elemento superfluo; senza, Tempi moderni sarebbe tale e quale. L’avversione di Chaplin al sonoro è esplicita, e non può che esserci grande attesa per la scena canora, quando, per la prima volta in 22 anni di carriera, Chaplin farà sentire la sua voce.

Charlot è nel camerino, e sta provando la canzone davanti alla ragazza. I movimenti del balletto vanno bene, ma lui non riesce proprio a ricordarsi le parole della canzone. La giovane ha un’idea, e gliele scrive sui polsini della camicia. Charlot fa una nuova prova, e nel momento in cui deve cantare sbircia le maniche riuscendo nell’esibizione. Questa scena appartiene ancora in tutto e per tutto al sistema narrativo del cinema muto: una lunga inquadratura larga e fissa, un paio di dettagli didascalici , mentre sono le didascalie a raccontarci i dialoghi dei due personaggi (didascalie tra l’altro piuttosto inutili, visto che è già tutto chiarissimo dalla mimica degli attori). Ma torniamo al film, perché dalla sala da pranzo iniziamo a sentire il pubblico reclamare l’esibizione, e il proprietario del locale richiama Charlot al suo dovere. Chaplin è pronto a cantare.

Il nostro eroe fa il suo ingresso in sala, accolto dagli applausi degli avventori e dalla musica dell’orchestra. Inizia a danzare coi suoi buffi movimenti e tutto sembra andare per il meglio. Invece a uno dei primi passi di danza i polsini volano via. Arriva il momento dell’attacco della canzone, e Charlot si rende conto di non avere più il testo, e la memoria non lo aiuta. Nel panico, prova a prendere tempo, proseguendo nel ballo, ma i presenti iniziano a fischiare pretendendo la canzone. Il pubblico vuole sentire la voce di Charlot, la voce di Charlie Chaplin. Lui guarda in direzione della ragazza, che (sempre con una didascalia) gli urla di cantare e di non preoccuparsi delle parole. Charlot non può fare altro.

Didascalia

Per la prima volta, Charlie Chaplin parla. Per la prima volta, dopo una lunga attesa, sentiamo la sua voce. Chaplin canta, sì, come vuole il suo pubblico. Ma cosa canta? Un insieme di parole senza alcun senso compiuto, quasi dei borbottii, incomprensibili: “Se bella giu satore, je notre so cafore, je notre si cavore, je la tu la ti la twah”. Per ben due minuti e mezzo Charlot parla e non dice nulla. Eppure i presenti sono entusiasti, e ridono e applaudono a quella canzone senza capo né coda. Perché? Perché Chaplin non ha bisogno delle parole per intrattenere il suo pubblico, per divertirlo. Con i gesti, le azioni e le espressioni riesce comunque a raccontare una storia, ed è una storia esilarante, per gli spettatori nella sala da pranzo e per quelli al cinema.

L’esibizione è un trionfo, i presenti lo travolgono con un applauso dirompente e Charlot può tornare in camerino ad abbracciare l’amata. È stata l’ultima volta che Chaplin ha fatto cinema muto. I cinque film che da lì in avanti realizzerà saranno tutti lungometraggi sonori. La più grande stella della silent era dimostrerà di saperci fare anche con quelle parole che gli sono così invise, tanto che uno dei momenti più celebri della sua filmografia è un monologo, quello de Il grande dittatore. Ma il suo addio al muto è un tributo ad esso, una dichiarazione d’amore che ne sancisce la superiorità sul sonoro. Chaplin non si è mai identificato tanto con Charlot, e assieme, l’attore nemico delle parole e il personaggio che non le usa, hanno dato vita a uno dei momenti più alti del muto. Che è, senza esserlo davvero perché non ce n’è bisogno, sonoro.

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Scrivo, giro cortometraggi, faccio teatro.
Nel tempo libero sopravvivo.

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