Benvenuti a Marwen, la recensione del film di Robert Zemeckis

Benvenuti a Marwen è il nuovo film a tecnica mista di Robert Zemeckis, il quale mischia una storia d'azione a una personale e drammatica. Da gennaio in sala

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Benvenuti a Marwen

Mark Hogancamp (Steve Carell), fotografo e artista, viene aggredito in un bar e ridotto in fin di vita. Non ricorda niente del suo passato. Fa una vita dimessa, timida ed è dipendente da oppiacei. Nel giardino di casa sua, però, c’è tutta un’altra atmosfera: Marwen è un villaggio fittizio belga popolato da bambole, animate in stop motion dal loro creatore, durante la Seconda Guerra Mondiale. L’alter ego in miniatura di Mark è un americano che combatte i nazisti, circondato da un gruppo di donne forti che lo sostengono e lo spalleggiano. Mark ha creato ed animato la sua versione vincente e il suo mondo idealizzato. Vivere con coraggio la realtà, però, è tutta un’altra cosa. Benvenuti a Marwen è tratto da una storia vera.

Benvenuti a Marwen

Robert Zemeckis torna con un film a tecnica mista – live action e stop motion – che mischia una storia d’azione e di esplosioni fantastica a una vita reale drammatica, in cui un uomo ha perso il coraggio di fare praticamente qualsiasi cosa. A partire dalla timidezza paralizzante con le donne, che non lo aiuta di certo a farsi avanti con la vicina di casa di cui è innamorato. Benvenuti a Marwen non è sicuramente il capolavoro di Zemeckis; conferma, tuttavia, una visione del cinema e della vita originale e difficile da trovare in altri registi. Confeziona l’ennesimo film di intrattenimento godibile della sua carriera. È scorrevole e dalla narrativa abbastanza classica quanto ben studiata nei punti di svolta, sebbene a tratti abbastanza prevedibili ma sostanzialmente corretti.

Benvenuti a Marwen ci ricorda l’importanza delle donne nella vita di un uomo. Ogni ragazza che ruota attorno alla vita di Hogie – l’alter ego in miniatura di Mark – è una bambola ispirata a donne realmente esistenti nella vita dell’artista. Il film non nasconde un certo feticismo da parte di Mark: ama indossare tacchi da donna, le realizza spesso semi-nude e la mette a combattere i nazisti in pose provocanti. Eppure, nonostante una visione leggermente stereotipata della donna forte, è il suo racconto artistico che aiuta Mark a combattere i suoi demoni piano piano. Liberarsi dalla dipendenza da antidolorifici, in seguito all’aggressione, è la prima cosa. Diventare coraggioso come il suo alter ego è la seconda. Il vero Mark dovrà affrontare un processo contro i suoi aggressori omofobi, portare avanti il suo rapporto con la vicina Nicol, presentarsi alla sua mostra d’arte. È più facile combattere i nazisti nel giardino di casa: questo è il messaggio del regista.

Benvenuti a Marwen

Quanto è difficile realizzare ogni passo che deve fare un uomo spaventato nel quotidiano? A volte troppo. La versione fantasiosa della vita, ricca di pistole e avventure, è invece la cosa più bella. In questo senso, i fan di Robert Zemeckis troveranno in Benvenuti a Marwen una familiarità apprezzabile; c’è l’ingenuità e la dinamicità di Forrest Gump, le avventure di Ritorno al Futuro, la tecnica mista di Chi ha incastrato Roger Rabbit. Anche il dramma di un uomo distrutto, e qui pensiamo a Castaway. La tragedia e l’avventura dell’esistenza che convivono, che sono dipendenti l’una dall’altra. Anche se non siamo di fronte al suo film più bello, è dolce e piacevole ritrovare tutta la filosofia di un regista che tanto ha dato al cinema.

L’arte, dunque, nella visione di Zemeckis ha uno scopo terapeutico. Questa è una delle tante tematiche inserite e sviluppate con costanza nel film, ed è una di quelle più convincenti. È per questo che il leggero feticismo di Mark – comunque mai negato nella storia, ma raccontato in maniera esplicita – diviene un elemento con cui è facile empatizzare senza giudicare.

 

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Nato a Roma. Giornalista sportivo e cinematografico. Studioso e appassionato della Settima Arte e della letteratura da sempre. È tutto.

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