Netflix: 5 titoli da vedere tra le uscite di Dicembre (QVC 2 – Quello che Vi Consiglio 2)

Netflix ogni mese propone decine e decine di aggiunte interessanti al suo catalogo. Ma tra tutte queste novità, cosa vedere davvero?

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Eccoci tornati a QVC – Quello che Vi Consiglio (anche se con colpevole ritardo), la rubrica che più mi diverte scrivere e che nel suo primo appuntamento, in occasione delle uscite Netflix di Novembre, ha avuto un successo quasi insperato. Visto l’apprezzamento, l’obiettivo ora è di renderla ancora più interattiva. Oltre ad invitarvi a continuare a scrivere nei commenti (che leggo tutti) vi lascio la mail della casella specifica (ciakclubqvc@gmail.com). Qui potrete mandare vostre impressioni sulla rubrica, vostri pareri approfonditi sui film e, perché no, delle vere e proprie richieste su opere di cui parlare, anche al di fuori delle uscite mensili della piattaforma streaming, trovando sempre una risposta da parte mia. Perché non allargare QVC al di fuori delle uscite Netflix e renderla una rubrica più interattiva, più intima, più nostra? Un’esclusiva di Ciakclub e dei suoi lettori più appassionati.

Sperando di leggervi presto do il via a questo QVC volume 2, dove vi parlo di cinque film che entreranno (o sono entrati) nel catalogo Netflix a Dicembre, con la canonica intro e le 6 regole fondamentali. Buona lettura.

P.S: ovviamente il titolo della rubrica è una citazione, un modo semplice per unire due passioni.

 Netflix ogni mese propone decine e decine di aggiunte interessanti al suo catalogo. Grandi classici, nuove proposte, film e serie originals, film d’animazione, serie anime.   Il tempo purtroppo è limitato e tocca fare delle scelte. Per questo abbiamo deciso di proporvi cinque titoli imperdibili tra le aggiunte di questo mese, cercando di creare una lista equilibrata (ma ovviamente dipende dalle uscite). Nelle schede delle varie opere troverete un mix di curiosità, pareri, storia dell’opera. Tutto impostato come se fosse una normale chiacchierata. O almeno questo dovrebbe essere lo spirito.

Prima però qualche regola (d’altronde siamo i ragazzi di Ciakclub, no?):

  1. Tra i cinque titoli che verranno proposti non ci saranno prodotti Netflix Originals, sono consigli basati sull’esperienze effettive e non sulle aspettative.
  2. Uno (ed uno soltanto) tra i Netflix Originals sarà inserito nella sezione Bonus, quello che più ci ispira.
  3. I titoli saranno in ordine alfabetico e non di gradimento.
  4. Nessuna categoria è esclusa: film in live action (occidentali ed orientali), film d’animazione, serie tv, anime.
  5. Alcuni titoli potranno non essere new entry complete del catalogo ma anche grandi ritorni.
  6. L’ultima regola la rubiamo direttamente dal cartello d’ingresso del quartiere di Christiania, a Copenaghen: Have Fun (e buona visione).

Tutte le uscite di Dicembre su Netflix.

Arrival di Denis Villeneuve, 2016 – dal 3 Dicembre

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Iniziamo subito con uno dei miei film preferiti del 2016 (uscito nel 2017 in Italia), Arrival di Denis Villeneuve.

Dodici oggetti non identificati di grandi dimensioni arrivano sulla terra. Chi sono? Cosa vogliono? Sono ostili? Per rispondere a queste ed a molte altre domande il governo USA decide di appoggiarsi ad una linguista, Louise, interpretata da una favolosa Amy Adams.

Arrival è un altro di quei film su cui si potrebbe comodamente scrivere un saggio, proverò a non dilungarmi troppo citando magari solo alcuni punti principali. Ma anche in questo caso, da dove partire?

Potrei iniziare citando la peculiarità di un film “sugli alieni” che mette al suo centro una linguista. Continuare magari spiegando che tutta l’opera si basi sull’ipotesi di Sapir-Whorf, secondo cui (nella forma più estrema) il rapporto tra linguaggio e pensiero sarebbe così profondo che il primo determinerebbe il secondo. Spiegarvi quanto e come l’apprendere la lingua aliena influisca sulla vita della protagonista; sull’idea stessa di tempo all’interno del film; su come con Arrival, Villeneuve, ci mostra che i ricordi e la memoria non sono concetti da legare unicamente al passato. Potrei invece concentrarmi maggiormente sulla descrizione del contesto sociale vista nel film che vede gli esseri umani allo sbando, incapaci di comunicare tra loro e con una propensione naturale all’odio per il diverso. Oppure potrei impostarlo in modo totalmente differente andando a soffermarmi sul lato tecnico, con Villeneuve che guarda tutto con il suo stile di regia spigoloso, senza curve, apparentemente statico ma che acquisisce dinamicità attraverso il continuo utilizzo di movimenti di camera orizzontali e poco estesi. Accennare magari all’aspetto metacinematografico di Arrival che ricorda che il cinema è prima di tutto un linguaggio.

Invece mi limito a dirvi una sola cosa: guardatelo. Perché Arrival è un film che non si dilunga in nulla ma non perde niente, ogni inquadratura è fondamentale ed è pulita, un’opera “asciutta” che cerca di lasciare tanto nello spettatore attraverso delicatezza ed eleganza. Un film che, così come la vita, si basa su un’infinità di domande: non per tutte esiste una risposta ma c’è sempre un’emozione che ti spingerà a fare una scelta, giusta o sbagliata che sia.

Arrival è sicuramente il più bel regalo di Natale che Netflix poteva farci.

Nightmare Before Christmas di Henry Selick, 1993 – dal 1 Dicembre

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Ok, questa era facile facile. Alla fine però, in un articolo che uscirà poco prima di Natale, non si poteva non inserire Nightmare Before Christmas.

Il film ha avuto un processo produttivo estremamente interessante e cela alcune curiosità di cui non posso proprio non parlare. Ma prima vi faccio una domanda: quanti di voi sono rimasti inizialmente ingannati da quel “Tim Burton’s Nightmare Before Christmas” per poi scoprire, solo successivamente, che il film era stato diretto da Henry Selick?

Tutto nasce un pomeriggio di Novembre di molti anni fa. Tim Burton stava girando per la città quando vide un negoziante rimuovere le decorazioni di Halloween per far spazio a quelle di Natale, da qui la folgorazione. Inizialmente scrisse un poema, molto bello e che potete trovare qua, con qualche illustrazione ad accompagnarlo. Per il titolo decise , molto semplicemente, di parodizzare con un gioco di parole quello di un famoso poema natalizio, The Night Before Christmas. L’idea però non sembrava uscire dalla testa di Burton che voleva che il suo poema diventasse qualcosa di più. All’epoca, il nostro eroe, lavorava per la Disney, a cui sottopose il suo progetto senza però riscontrare molte reazioni positive. Lo accantonò momentaneamente per dedicarsi ad altro senza però dimenticarsene neanche per un attimo, infatti la prima vera apparizione di Jack l’abbiamo in un piccolo cameo in Beetlejuice (che potete vedere qua, sulla punta del cappello dello sesso Beetlejuice) gioiello di Burton del 1988. Negli anni successivi per Burton arrivarono i primi grossi successi (Batman ed Edward Mani di Forbice) che aumentarono la sua credibilità ed il suo potere contrattuale. Tornato alla carica trovò finalmente il consenso di Disney. Tuttavia le perplessità rimanevano ed infatti la casa dalle grandi orecchie decise di appoggiarsi nella produzione alla Touchstone Pictures. In tutti i casi il progetto prese finalmente vita. Burton però all’epoca era ancora impegnato con le riprese di Batman Returns ed il film fu quindi affidato ad un suo collega della Disney Animation, Henry Selick. Il nome di Burton è stato legato così tanto saldamente al progetto perché da una parte era il creatore di tutto l’immaginario dell’opera, dall’altra perché era un nome che, commercialmente, negli anni ’90 tirava tantissimo.

Bene, ora sappiamo come è nato Nightmare Before Christmas, andiamo a vedere come è stato realizzato.

Il film è stato girato in stop-motion (nota anche come tecnico passo uno), in breve: si usa una particolare cinepresa che impressiona un fotogramma alla volta. Per avere un secondo di girato occorrono 24 fotogrammi. Fotogramma, sposto un pochino il pupazzo, fotogramma, sposto, fotogramma, sposto, fotogramma. 24 volte per avere un secondo. Una follia. Una singola scena poteva voler dire un’intera settimana di lavoro. Considerate che per tre anni al film lavorarono un centinaio di persone circa. Ovviamente poi c’è stato tutto il lavoro di costruzione dei personaggi e dei visi con le varie espressioni. Pensate che solo Jack aveva 400 teste differenti. Il tutto fu imbastito in 230 set costruiti in 19 teatri di posa. A detta di tutti quelli che ci hanno lavorato la scena più lunga e difficile da realizzare è stata quella in cui Jack tocca la maniglia di Christmasland, dove gli spettatori riescono a vedere il suo riflesso sul pomello (la trovate qua).

Però è proprio l’utilizzo di questa tecnica che ha reso l’opera visivamente immortale. L’utilizzo della stop-motion, come in generale dele tecniche più artigianali, permette al prodotto di subire molto meno gli effetti del passaggio degli anni. Comunque Nightmare Before Christmas all’uscita ebbe un discreto successo. Tanto che, nel 2001, la Disney propose a Burton il progetto di un sequel (addirittura in CGI), la quale fu immediatamente respinta. Il vero boom per Nightmare Before Christmas arriva però nel 2003, quando in occasione del 10º anniversario, Touchstone pubblicò il DVD in edizione speciale. Da allora il film divenne un vero e proprio fenomeno commerciale, che diede vita a numerosi gadget, capi d’abbigliamento e videogiochi ad esso dedicati.

Ora con l’arrivo su Netflix mi piacerebbe che ci fosse un grande ritorno di fiamma ed un innamoramento delle nuove e nuovissime generazioni per l’opera. Anche perché Nightmare Before Christmas potrebbe fungere da entry-level sia per un certo tipo di animazione, sia per tutto l’immaginario legato alla (grande) carriera di Tim Burton.

 

Snowpiercer di Bong Joon-ho, 2013 – dal 1 Dicembre

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Allora faccio una piccola premessa: per me le vette più alte a livello cinematografico, nel decennio scorso, sono state toccate dal cinema asiatico, in particolare da quello coreano. Tra i molti autori emersi (dal Park Chan-wook di Old Boy al Kim Jee-woon di I Saw the Devil) uno dei più interessanti e talentuosi è, senza discussione alcuna, Bong John-ho. Memories of Murder (2003), The Host (2006), Madre (2009), sono tutti capolavori di un regista d’immenso talento, funambolo capace di tenersi in equilibrio tra cinema popolare e rilettura critica, caustica o giocosa del genere. Bene, specificato questo passiamo al film recentemente aggiunto sul catalogo di Netflix.

Snowpiercer, oltre ad essere uno dei migliori film di fantascienza degli ultimi anni, è anche il primo lavoro di Bong che lo vede affacciarsi in prima persona nel mondo produttivo statunitense. L’autore non segue però la scia di Park Chan-wook e di Kim Jee-won che hanno esordito a Hollywood su commissione, rispettivamente con Stoker e con The Last Stand, poiché parliamo di un progetto voluto in primis dal regista, tratto da una serie di fumetti francese, Le Transperceneige, e da lui adattato per lo schermo e co-sceneggiato. Da quel che si dice la storia è andata più o meno così: nel 2004 Bong si reca nella sua fumetteria di fiducia a Seoul durante la pre-produzione di The Host, qua trova il sopracitato fumetto e lo divora in piedi davanti allo scaffale senza neanche uscire dal negozio (chissà se poi l’ha pagato). A questo punto, totalmente innamorato, va dal suo amico che gli aveva prodotto Memories of Murder, il quale risponde con un sonoro 2 di picche senza neanche una pacca sulla spalla. Bong allora va dal suo collega Park Chan-wook e gli fa leggere il fumetto, tipo due compagni di scuola alle medie insomma. Park però rimane affascinato dall’opera e con la sua Moho Films decide di comprare i diritti di trasposizione. Passano poi parecchi anni perchè a quel punto Bong vuol fare le cose in grande, sostanzialmente vuol ricreare una sorta di Arca di Noè sul suo treno e quindi vuole un cast multietnico. Da qui la necessità di parecchi fondi ed il successivo ingaggio di un cast di stelle che vede, tra gli altri: Chris Evans, John Hurt, Ed Harris e Tilda Swinton oltre al fenomeno coreano Song Kang-ho. Alla fine il budget sarà di più di 38 Mln, aggiudicandosi il primato di film coreano più costoso di sempre.

Magari però vi starete chiedendo “ma di che parla quindi ‘sto film?“. È presto detto.       Nel 2014 gli uomini spargono un particolare refrigerante credendo di arrestare il pericoloso scioglimento dei ghiacciai, provocando invece una nuova glaciazione e la quasi estinzione del genere umano. Si salvano i passeggeri di un particolare treno, “l’arca sferragliante” che in un anno fa il giro del mondo, attraversando delle rotaie che collegano i cinque continenti. Nel 2031 il migliaio di persone che abitano il vagone di coda in condizioni di vita miserabili e inique si preparano all’ennesima rivolta: sono brutti, sporchi e cattivi, e non hanno nulla da perdere. L’obiettivo è arrivare al primo vagone, dimora di Wilford, il creatore e custode del sacro treno e del suo motore perpetuo, grazie all’aiuto di un esperto in sicurezza. Il tutto però si potrebbe pure riassumere con un semplice quesito: cosa succederebbe se sull’Arca di Noè non ci fosse uguaglianza tra tutti gli esseri di Dio, ma si ricreasse in scala una malata suddivisione gerarchica della nostra società?

La rappresentazione delle divisione in classi sociali in scompartimenti o circoscrizioni è andata parecchio di moda nel cinema dell’inizio di questo decennio. Basti pensare ad Hunger Games o ad In Time per ritrovare situazioni simili. Quindi da questo punto di vista Bong non ha inventato assolutamente nulla. Ma come sempre quello che fa la differenza non è l’idea di base ma il talento e la visione di insieme con cui la si mette in scena. Tutta la filmografia del regista coreano è percorsa da una vena nerissima (a tratti ironica, a tratti realistica), un concentrato di cattiveria che serve all’autore per smascherare le contraddizione della società o della forma di aggregazione su cui punta l’occhio della macchina da presa. In Snowpiercer tutto ciò non manca. La rivoluzione guidata da Curtis ci fa viaggiare attraverso il marcio dell’ultima classe, microsistemi ecosostenibili sottovetro, l’opulento benessere festaiolo dei vagoni di testa. Un’Odissea claustrofobica all’interno di un treno che non fa che rappresentare le varie sfaccettature dell’uomo. Tutto fino al raggiungimento di quell’ultimo vagone, quell’incontro con Wilford e quell’ultima scoperta lancinante che svela nella, sua straordinaria forza, il sotto-testo politico dell’opera. Il tutto servendosi del suo stile grottesco e sopra le righe, con il quale dissacra il potere senza per questo esaltare i suoi protagonisti, un manipolo di disperati non rappacificati, condannati ormai alla dannazione.

Come faccio poi a non dire due parole sul lato tecnico e ludico dell’opera. L’approdo di un regista straniero, specie se orientale, nel ricco e bigotto occidente è spesso problematico ed io, da spettatore e (in questo caso) da fan, lo temevo parecchio. Questo perchè l’estetica della violenza che ci ha affascinato nei migliori talenti sudcoreani si scontra con la formula occidentale del blockbuster, violento sì ma a basso tasso di emoglobina o dove il sangue è per lo più decorativo. L’impatto di Bong però è prepotente, anzi è proprio cazzuto e sconvolge totalmente i canoni di film di questo genere. Per capire poi il talento folle e stravagante del regista basta una singola scena: quella in cui la sua folle abilità che gli permette di passare con nonchalance da un’efferata sequenza d’azione con i chiaroscuri della fotografia di Hong Kyung-Pyo che tagliano la luce a colpi d’ascia (e con essi i vari personaggi), a una luminosa scena musicale surreale ed inquietante.

Snowpiercer è un’opera a cui non manca realmente nulla.

Cazzo che film, aprite Netflix e guardatelo.

 

Split di M. Night Shyamalan, 2016 – dal 17 Dicembre

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Allora svelo subito le carte. Ho inserito Split più che per il film in sé, per parlarvi di Unbreakable (che è sempre su Netflix) e della trilogia che si completerà con l’uscita, il prossimo Gennaio, di Glass. Scorretto? No, nessuna regola me lo vieta. E se ci fosse la cambierei.

Se vi state chiedendo il perché beh, è molto semplice. Prima di tutto è inaccettabile che qualcuno di voi non abbia visto quel gioiellino che è Unbreakable, in secondo luogo vi voglio belli pronti per l’arrivo in sala di Glass che, con ogni probabilità, sarà il primo vero fenomeno mediatico del 2019. Partiamo.

Nel 2000, Shyamalan è lanciatissimo verso i vertici dell’industria cinematografica mondiale. Viene da Il Sesto Senso che ha letteralmente fatto il botto a livello economico e raccolto una moltitudine di critiche positive. Il regista, con la massima libertà, sceglie il suo progetto successivo, ecco che arriva quindi Unbreakable. David Dunn (Bruce Willis) è un operaio di Filadelfia che è sopravvissuto illeso ad un incidente ferroviario devastante nel quale sono morti tutti gli altri 131 passeggeri. Dunn, dopo qualche tempo, viene contattato da Elijah Price (Samuel L. Jackson), affetto da problemi fisici, per dimostrare una teoria che ha dell’incredibile: essi sono gli estremi opposti dell’essere umano: un uomo fragilissimo come il vetro e un altro indistruttibile.

Forse sarò fissato io, ma vedo Unbreakable come un film incredibilmente bello ed importante e, allo stesso tempo, spesso snobbato in alcuni ambienti cinefili. Nonostante le decine di cinecomics usciti negli ultimi 15 anni, nessuno a mio avviso è riuscito a cogliere l’essenza e la potenza vera dei fumetti supereroistici americani. Nessuno tranne Unbreakable appunto. Shyamalan mostra di aver compreso l’amore e la mitologia dei fumetti. È questione di epica, una cosa che gli Stati Uniti per questioni storiche non possiedono e che si sono dovuti costruire con il mito del West prima e dei Supereroi poi. Questo il regista lo sa bene e narra, in modo molto lineare, una vicenda alla cui base sta l’idea che i fumetti siano una sorta di grande narrazione popolare di miti moderni, con delle basi nella realtà. Ma se i fumetti sono la rappresentazione di una mitologia moderna, Shyamalan mette in scena l’atto della creazione del mito e lo umanizza, Dunn non è l’emblema della persona comune. E pure dal punto di vista tecnico questo esperimento funziona. Il regista fonde perfettamente una visione classica della rappresentazione a delle tecniche che vengono tipicamente utilizzate nelle composizioni delle tavole fumettistiche. La messa in quadro è sempre geometricamente circoscritta con i due personaggi principali racchiusi in cornici (porte, ingressi, finestre e finestrini) oppure sono utilizzate delle inquadrature spezzate, dettagli o particolari, punti di vista asimmetrici e invertiti. La macchina compie pochi movimenti e lenti, ma questi son sempre molto particolari. Lo stesso uso dei colori è sempre di matrice fumettistica, con gli indumenti dei personaggi che ci appaiono come dei costumi. Il tutto correva il grosso rischio di diventare quello che Barbieri definirebbe “un mappazzone”, per fortuna però il risultato è estremamente ben calibrato, dotato di una poetica tutta sua. E che finale..

Split arriva in un periodo totalmente differente della carriera del regista. Diciamo infatti che il buon Shyamalan da The Village (2004) in poi non ne aveva più azzeccata una. Una serie di flop avevano fatto dimenticare la freschezza ed il genio dei primi lavori. Tutto cambia però nel 2015 quando il regista indiano arriva alla corte della Blumhouse (una casa di produzione magica cui servirebbe un articolo dedicato) per girare The Visit. Il film incassa parecchio e nei corridoi di Hollywood si ricomincia a parlare dell’autore come non succedeva da tempo. Ora però serviva riconfermarsi e non lasciare The Visit come un fuoco di paglia. Sempre Blumhouse, sempre budget risicatissimo ed un nuovo thriller ispirato alla storia vera di Billy Milligan, un ragazzo statunitense dotato di 24 personalità differenti, che nel film avrà il volto (o meglio i volti) perfetto e mellifluo di James McAvoy.

Con Split Shyamalan torna a tutti gli effetti ai fasti del decennio precedente. Costretto dal budget a fare con poco, inizia a volteggiare con la macchina da presa in piccoli spazi, a giocare con le soggettive ed a rubare tutto il talento che McAvoy ha messo a disposizione dell’opera. Un thriller intenso che viaggia costantemente tra il reale e la percezione stessa della realtà e, così come la personalità di Kevin, frammenta la sua natura all’interno di vari generi: dal thriller all’horror fino al vero genere di appartenenza svelato solo nei minuti finali dell’opera. Proprio in quei minuti avviene il collegamento con Unbreakable ed il lancio del terzo capitolo, Glass.

Il mio consiglio quindi è di aprire Netflix, farvi la maratona dei due film, poi aprire YouTube e guardarvi il trailer di Glass. Da quel momento in poi sarete schiavi dell’hype come il sottoscritto.

 

The Interview di Evan Goldberg, 2014 – dal 1 Dicembre

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 Vabbè, qua stiamo proprio volando. Se qualche anno fa mi avessero detto che avrei potuto scrivere di The Interview in una rubrica parecchio seguita non ci avrei mai creduto. Ovviamente gli pseudo cinefili che si sentono oltraggiati da questa scelta non avranno le mie scuse. Questo film è dedicato a tutti gli appassionati che, in queste vacanze, si troveranno con un gruppo di amici, un po’ di erba (si può dire?) ed un account Netflix smezzato con tutto il vicinato.
Questa è per voi, ce l’abbiamo fatta.
Che poi ditemi come faccio a non parlare di The Interview, un film dove si vede Eminem che fa coming-out, Kim Jong-un (sì, il leader della Corea del Nord) sopra un carro armato che canta Firework di Katy Perry. Per intenderci, The Interview ha rischiato di far esplodere realmente una guerra tra USA e Corea del Nord.
Nel giugno 2014 la Corea del Nord ha minacciato ritorsioni “senza pietà” verso gli Stati Uniti se non avessero impedito la distribuzione del film, etichettandolo come un “atto di guerra” e uno “sfrenato atto di terrore”, ma la cancellazione non avviene. Allora il 24 novembre un gruppo di hackers coreani che si fa chiamare GOP (Guardians Of Peace) attacca la  Sony Pictures Entertainment. Viene sottratto e pubblicato materiale privato riguardante migliaia di dipendenti della casa distributrice. Così scoppiano alcuni scandali, da dichiarazioni riguardanti il pene di Fassbender fino ad arrivare ad affermazioni sul colore della pelle del Presidente Obama. Il caos imperia ma, come nelle migliori storie, non succede assolutamente nulla (se non qualche testa dei vertici Sony che salta). I buoni vincono ed il film esce in sala (anche se in un numero limitato) negli Usa e direttamente in On Demand in Europa. E così arriviamo ad oggi, quando The Interview arriva su Netflix ed il mondo assume incredibilmente un aspetto migliore.
Un film folle con una vicenda ancora più folle alle spalle. Personalmente gli preferisco Facciamola Finita, ma non ho problemi a guardarmeli a ruota durante la serata giusta con le persone giuste. Attendo impaziente feedback e racconti delle vostre serate in compagnia con James Franco e Seth Rogen su Netflix.

Bonus: Bird Box di Susanne Bier – dal 21 Dicembre

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Allora infilare in questa sezione Roma sarebbe stato veramente troppo facile. Prima di tutto perchè è uno dei titoli più chiacchierati (e probabilmente sarà tra i più premiati) di questa stagione, in secondo luogo perchè molti di voi l’avranno già visto su Netflix o al Cinema e, terzo ma non meno importante, perchè io stesso l’ho già visto (e amato) rischiando quindi di infrangere una regola che non voglio cambiare. Quindi sterzata totale e rimaniamo sul film di genere. Qui abbiamo quello che, sulla carta, dovrebbe essere un thrillerone di quelli belli tesi, da passare una serata ad ingozzarci di porcherie saltando sul divano ad ogni rumore. L’idea alla base è piuttosto figa: il mondo è finito prima dell’inizio del racconto, per colpa di una misteriosa entità che causa impulsi suicidi a chiunque posi gli occhi su di essa, oggi i pochi sopravvissuti sono costretti a vivere con delle bende davanti agli occhi e senza il senso della vista. Sì lo so, sembra parecchio simile ad A Quiet Place, ma non per forza è un male. La regista è la danese Susanne Bier che un paio di anni fa ha messo in scena The Night Manager, una splendida serie spionistica con Hugh Laurie e Tom Hiddlestone. Protagonista della vicenda Sandra Bullock. Io mi sa che lo vedrò una di queste sere ovviamente su Netflix, poi magari ci rivediamo qua per parlarne.

Vi saluto e ci vediamo al prossimo appuntamento di QVC – Quello che Vi Consiglio. Vi ricordo di scrivermi alla casella di mail dedicata, ciakclubqvc@gmail.com, per richieste di articolo o per scambi di pareri rapidi. Cercherò di rispondere a tutti in tempi brevi, promesso.

Per tutto il resto ci vediamo qua su Ciakclub.

 

Semplicemente appassionato ed affamato di tutto ciò che riguarda la cultura e l’arte popolare (nel senso letterale del termine): fumetti, libri, fotografia, tv e, ovviamente, cinema, che ne è il massimo esponente e la massima espressione.

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