“Destino” di Walt Disney e Salvador Dalì: una fiaba Surrealista

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Destino

“Destino” è il cortometraggio di animazione concepito da Walt Disney e Salvador Dalì nel quale la Pittura Surrealista acquisisce una dimensione diacronica. 

Rubrica: Loving Arts

Quando nel 2003 Roy Disney decise di recuperare e produrre quel corto per cui, il 14 gennaio 1946 Salvador Dalì aveva sottoscritto un contratto con i Disney Studios, si trovò sommerso da una quantità inimmaginabile di dipinti, schizzi, bozzetti e altro materiale informe che l’artista realizzò allo scopo di sviluppare l’idea fondamentale proposta da Walt Disney: girare un corto che raccontasse di una storia d’amore tra una ballerina e un giocatore di baseball.

Un repertorio di 22 dipinti e 135 fogli, distinti in schizzi e bozzetti. Nessuna sceneggiatura, ma alcuni storyboards, non numerati e piuttosto stravaganti, che spesso mostravano immagini conseguenti non coerenti tra di loro.

Le difficoltà di stabilire la cronologia originale, in un repertorio sostanzialmente scombinato, dipendeva da diversi fattori: tra cui la dispersione del materiale preparatorio che non si trovava integralmente conservato negli archivi della Disney, oltre alla natura stessa del progetto in atto: il package-film.

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Io ti Salverò, Hitchcock (1945)

Era il 1945 e Salvador Dalì, residente da alcuni anni negli Stati Uniti, stava collaborando con Alfred Hitchcok alle scenografie del film Io ti Salverò (1945) realizzando grandi occhi dipinti sui tendaggi presenti in scena. A quel tempo, l’artista, aveva scoperto le più ampie possibilità della cultura di massa rispetto alla pittura come arte elitaria e per questo, e altre ragioni, la proposta di Walt Disney, lo entusiasmò. Non soltanto per la portata del progetto, ma per un motivo in particolare: attraverso le possibilità dell’animazione avrebbe potuto sviluppare pienamente il concetto della “Metamorfosi” tanto caro all’artista.

Ciò a cui la pittura può alludere ma non compiere, ciò che nel cinema può essere ottenuto attraverso speciali trucchi di montaggio (non digitale) l’animazione può realizzare in maniera più coerente e fluida, attribuendo le potenzialità diacroniche del linguaggio cinematografico, non ad una proiezione dei suoi dipinti (Come aveva fatto in Un Chien Andalou – 1929 e L’age d’or – 1930 con Luis Bunuel) ma ai suoi dipinti stessi. 

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Un Chien Andalou, Dalì e Bunuel (1929)

“Sono in contatto con tre grandi Surrealisti americani: Max Brothers, Cecil B. De Mille e Walt Disney”

(Dalì, in una lettera indirizzata ad Andrè Breton – 1937).

Quando Walt Disney lo accostò, nel 1945, aveva in mente un soggetto semplice e un genere sperimentale già gestito con successo in Fantasia (1940): il package-film, inteso come un lungometraggo costituito da una serie di episodi indipendenti tra loro, privi di una trama evidente, privi di dialoghi ma accompagnati dalla musica come solo filo conduttore. 

Tutto ciò rendeva obsoleta una sceneggiatura ma consentiva all’autore un’estrema libertà di esprimersi per immagini metamorfiche. 

Un tema semplice, una love story, da costruire in assoluta libertà. Una libertà da cui, soltanto grazie alla scrupolosità dei diari della moglie Gala e, alla testimonianza di John Hench, collaboratore di Dalì in merito agli storyboards, si è riusciti a venire a capo.

“Un’esposizione magica della vita nel labirinto del tempo”

(Salvador Dalì su “Destino”)

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La Torre di Babele, Pieter Bruegel

Il cortometraggio prende il nome dalla ballata che avrebbe costituito l’ossatura musicale del corto: Destino di Armando Dominguez.

Cosciente delle implicazioni su vasta scala del mezzo cinematografico, Dalì contemplava per Destino una vocazione didattica: egli intendeva infatti convogliare in questa piccola produzione immaginifica l’alfabeto del Surrealismo in forme, simboli, acquisiti ed esperiti dallo stesso, duranti gli anni 1927-’40. Per questa ragione, l’artista sarebbe dovuto comparire in un prologo in cui avrebbe offerto agli spettatori delle chiavi di lettura per decodificarne il simbolismo.

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[il progetto] “è un’impresa che doveva iniziare il pubblico al Surrealismo in modo migliore della pittura o della letteratura”.

(Dalì in un’intervista rilasciata ad A. Frankestein).

L’unica scena autentica e anteriore al 2003, l’anno di effettiva messa in produzione da parte del nipote del defunto Walt, Roy Edward Disney, è quella che possiamo vedere nel minuto 5:07: un piccolo test di animazione di 15″ in cui le sagome, le teste molli, di Walt Disney e Salvador Dalì si incontrano trasportate da due tartarughe. Dal loro incontro sorge la sagoma metafisica della ballerina, le cui vicende costituiscono il centro narrativo del cortometraggio.

“La Ricerca del vero amore per trovare il proprio destino”

(Dalì su “Destino“)

Un’estetica marcatamente Disneyana acquisisce i motivi, i colori e soprattutto gli sfondi tipici dell’universo surrealista dell’artista catalano.

Ambientazioni desolanti e desertiche su cui s’impongono sparute insorgenze rocciose, i cieli tersi; gli orologi, come concrezione dell’inesorabilità del tempo, la sabbia, come quella contenuta nelle clessidre, il cui scopo sembra quello di scandire i passi che compiuti sullo spazio, diventano immediatamente e irrimediabilmente, ostaggio del tempo. La ballerina, con le tipiche fattezze delle Principesse Disney, danza su un percorso osteggiato dai totem della dimensione metafisica: come le Muse Inquietanti di dechirichiana memoria, le formiche, tipico simbolo di consunzione e caducità che troviamo anche in “Un Chien Andalou” (1945); sculture, architetture, monumenti, muri insorgenti, archi, labirinti… elementi che hanno caratterizzato la fase Surrealista di Dalì e nei quali si ravvisa anche l’influenza fondamentale che sull’artista ebbe il viaggio in Italia negli stessi anni.

Nelle prime fasi del corto, notiamo un labirinto ascendente issato su una costruzione architettonica modellata sul dipinto di Pieter Bruegel, La Torre di Babele. Lungo il sentiero della vita, la donna incontra le allegorie del falso amore, della mondanità, della maternità ed è infine spogliata dagli sguardi della moltitudine e dal dito del giudizio. Nuda come la verità, si rifugia nel ventre di una conchiglia. L’immagine è presumibilmente una citazione dell’opera di Giovanni Bellini, La Menzogna. 

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La Menzogna, Giovanni Bellini (Ciclo delle Quattro Allegorie)

Molti degli elementi presenti nel cortometraggio sono allegorie del Maschile (la piramide, la torre) e del Femminile (la fontana, il labirinto). Le due entità si cimenteranno in una inesausta ricerca dell’amore che troverà soddisfazione nel grembo del tempo (Nella Piramide di Crono) e, in questa costante tensione reciproca, i due elementi si riverseranno l’uno sull’altra, incontrandosi, compenetrandosi, generandosi vicendevolmente fino ad congiungersi in una fessura a forma di cuore, nel petto della statua di Crono (divinità del tempo) al cui interno, come in uno spiraglio, s’intravede la sagoma della ballerina.

Il regista Dominique Monfery si pone a capo di un team di 25 animatori, convertendo le immagini multiple e le metamorfosi tipiche del surrealismo daliniano, in un gioiello dell’animazione dominato dal lesto ed armonico fluire delle trasformazioni che, già nei suoi dipinti comparivano tramite l’accostamento e la sincronia. 

Quello di Destino è un universo onirico nel quale si consuma la fiaba dell’amore in un mondo che si evolve, muta e precipita verso l’oblio, in ogni istante. L’amore e la vita vissuti e raccontati nella fatica di trovarsi, nella fatica di incontrarsi e amarsi.

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Non sono chiare le ragioni per cui il progetto naufragò nel 1945, probabilmente le idee dell’artista risultarono pericolosamente audaci in quel momento storico ma, alla fine, la Disney è riuscita comunque a produrlo, realizzando, sebbene tardivamente, il sogno di Salvador Dalì di rendere i suoi dipinti sostanza viva e mutevole.

Leggi anche: Little Ashes: Salvador Dalì, Federico Garcia Lorca e l’amore ai tempi del franchismo.

 

 

Critico d’arte contemporanea, esperto di body-art, arti performative e costume-play; appassionato di letteratura e cinema.

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