Il ragazzo più felice del mondo, la recensione del film di Gipi

Al suo secondo film, il fumettista Gipi ha fatto grandi passi avanti come cineasta, e Il ragazzo più felice del mondo è una commedia metacinematografica in cui il suo autore mostra una profonda consapevolezza di cosa sia il cinema, e di come si faccia.

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Gipi

Gipi, nome d’arte di Gian Alfonso “Gianni” Pacinotti, è senza dubbio uno dei più grandi fumettisti italiani contemporanei, e forse uno dei più grandi di sempre. Ha scritto cose meravigliose (S, La mia vita disegnata male, La terra dei figli…), ma il suo campo d’azione non è limitato ai fumetti (non voglio usare altri sinonimi perché Gipi si batte perché la parola fumetto venga utilizzata senza l’ottuso timore di sminuire un’opera chiamandola per quello che è). Ha anche creato un gioco di carte (Bruti), ma soprattutto è il cinema la sua seconda grande passione.

Negli anni ha realizzato diversi cortometraggi, e nel 2001 ha esordito nel lungometraggio con L’ultimo terrestre, uno strambo ma delizioso film di fantascienza passato purtroppo quasi del tutto inosservato. Dopo un documentario (Smettere di fumare fumando) e un altro tentato lungometraggio di cui si sono un po’ perse le tracce (WOW), arriva a Venezia Il ragazzo più felice del mondo, presentato nella sezione Sconfini.

Il film è ispirato a qualcosa realmente accaduto a Gipi: un uomo, per decenni, spacciandosi per ragazzino, ha chiesto via posta delle illustrazioni a praticamente ogni disegnatore italiano (tra cui, appunto, a Gipi). Il ragazzo più felice del mondo non è la storia di questo bizzarro personaggio (un pazzo, forse?), ma racconta dei tragicomici tentativi fatti dallo stesso Gipi per realizzare un film su questa strana vicenda.

Il ragazzo più felice del mondo

Gianni Pacinotti è un fumettista di grande intelligenza e consapevolezza artistica. La sua grande ossessione è la narrazione in sé, il gusto per la pura storia. Per raccontare, Gipi si serve di tutti gli strumenti che gli offre il medium fumetto. Può sembrare una cosa scontata, ma non la è. Ogni forma espressiva ha delle peculiarità proprie, delle potenzialità e dei limiti che solo chi ha piena coscienza del mezzo che sta utilizzando sa sfruttare fino in fondo. Nel fumetto le vignette, ad esempio, possono essere una prigione per la libertà espressiva, ma nulla impedisce di reinventarle per far loro assumere un valore significativo. Il fumettista francese Jean Giraud, noto come Moebius, parlava ad esempio di storie a forma di elefante, di campo di grano o di fiamma di candela. Nel cinema, l’inquadratura è uno spazio limitato che impedisce una visione totalizzante, ma molti grandi registi hanno saputo sfruttare quello che è un limite caricando di senso il fuori campo.

Il film d’esordio L’ultimo terrestre era insolito per quello che raccontava, ma il modo di raccontarlo era tradizionale e privo di invenzioni particolarmente interessanti, al netto di una bella costruzione delle immagini. Sette anni dopo Gipi torna dietro alla macchina da presa e dimostra una grande crescita artistica, perché inizia a fare cinema come fa fumetti: sfruttando le specificità del mezzo. Già in partenza Il ragazzo più felice del mondo è un’opera in tutto e per tutto di Gipi (si può dire gipiana?): mescola realtà autobiografica e finzione narrativa, raccontando la storia nel suo farsi. Noi seguiamo il regista/protagonista mentre sta lavorando al suo film, ma il punto di vista non è esterno, bensì interno, perché buona parte di ciò che viene mostrato lo vediamo attraverso la cinepresa dell’operatore al lavoro sul set, come se il nostro occhio si sostituisse a quello del cameraman.

Il ragazzo più felice del mondo

Il ragazzo più felice del mondo è dunque un film metacinematografico, e questa scelta dà la possibilità a Gipi di sfruttare le caratteristiche proprie del medium film. Presentato così potrebbe sembrare un film intellettuale da tarda nouvelle vague. No, Il ragazzo più felice del mondo non è Passion di Jean-Luc Godard, ma una commedia. Una commedia molto divertente, anche. Durante la visione di ride, e si ride tanto. Gipi si mette in gioco in prima persona e si prende costantemente in giro, e fa ridere il suo pubblico dei propri difetti e delle proprie idiosincrasie, spesso con un esilarante tocco surreale.

L’inizio è folgorante. Gipi presenta al suo (vero) produttore, Domenico Procacci, l’idea per un nuovo film (una variazione de La vita di Adele). In questa prima scenetta, nel solo giro di un minuto, il regista butta già sul tavolo tutti gli elementi de Il ragazzo più felice del mondo: racconto, autoironia e metacinema. Il film poi proseguirà per un’altra ora e mezza sempre su questi tre binari. Che sono poi tre caratteristiche fondanti del fumetto di Gipi.

Gipi

Ovviamente, non si può ancora mettere sullo stesso livello la capacità di Gipi di fare cinema con quella di fare fumetto. Gianni Pacinotti disegna da decenni, mentre fa cinema da meno di dieci anni. La differenza c’è: come film Il ragazzo più felice del mondo non vale S come fumetto. Ma Gipi ha intrapreso la strada giusto, dimostrando che il suo talento non è per il fumetto, ma per la narrazione. Affinando sempre di più il suo mestiere cinematografico, potrebbe affermarsi anche come regista. Di cose da dire ne ha, e sta imparando a dirle anche con la cinepresa.

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Scrivo, giro cortometraggi, faccio teatro.
Nel tempo libero sopravvivo.

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