Mary Shelley – Un amore immortale, la recensione del film di Haifaa al-Mansour

Visto lo scorso anno al Torino Film Festival, il primo film statunitense della regista iraniana è un vero fiasco. Banale e stereotipato, ricorda più Twilight che il gotico inglese che dovrebbe raccontare.

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Mary Shelley

Raccontare la letteratura al cinema è un’operazione complessa: bisogna riuscire a trasporre in immagini una forma d’arte che visuale non è. Di ottimi film che raccontano la genesi di opere letterarie ce ne sono tanti, certo, basti pensare a Barton Fink o Il ladro di orchidee, ma l’elenco è più lungo quando si parla di film sulla pittura o sulla musica, o addirittura sul cinema; su arti, insomma, che possono essere rappresentate direttamente sullo schermo. Eppure la storia trabocca di autori e autrici che meriterebbero di essere raccontati. Mary Shelley è un ottimo esempio.

Figlia della precorritrice del femminismo Mary Wollstonecraft, a nemmeno vent’anni Mary Shelley scrisse Frankenstein, o il moderno Prometeo, uno dei pilastri della letteratura dell’orrore e tra i primi grandi esempi di fantascienza. Fu anche moglie di Percy Bysshe Shelley, uno dei maggiori esponenti del romanticismo inglese, morto tragicamente in mare a ventinove anni. Di materiale per un film interessante ce n’è in abbondanza.

Mary Shelley

Insomma, i presupposti per questo Mary Shelley erano ottimi, anche per l’insolita (e coraggiosa) scelta compiuta dalla produzione per quanto riguarda la regia: il film è stato infatti affidato ad Haifaa al-Mansour, prima regista donna dell’Arabia Saudita e autrice dell’acclamato La biciletta verde, dramma di denuncia sulla condizione delle donne nel suo paese. Questo insolito incontro tra Hollywood e il cinema d’autore mediorientale è avvenuto su un terreno interessante, quello dell’arte femminile, potenzialmente fertile di riflessioni nonché di correlazioni con il presente. Purtroppo, alle aspettative ha seguito una grande delusione. Della mano di al-Mansour non c’è alcuna traccia, e sembra piuttosto di vedere una versione di Twilight con gli scrittori maledetti al posto dei vampiri.

Della creazione artistica non c’è quasi traccia, e il fulcro assoluto del film è la burrascosa relazione tra Mary e Percy. Ma anche questa è raccontata con grande superficialità, e il loro rapporto sembra semplicemente quello tra due adolescenti, o per lo meno quello che un certo cinema pensa siano i rapporti adolescenziali. A essere banalizzata però non è solo la storia dei due grandi scrittori, ma l’idea stessa di romance, appiattita sui cliché della ragazzina ribelle innamorata del genio sregolato. E siccome è una storia goth(ica), ecco Mary che scrive in un cimitero. Il livello di approfondimento psicologico e storico è questo.

Mary Shelley

Elle Fanning fa quel che può e non se la cava male (al contrario di Douglas Booth, sorta di controfigura di Robert Pattinson), ma non può salvare questo insopportabile polpettone che riduce l’800 inglese a una cartolina. Se vi piace il gotico, se avete amato l’opera della scrittrice, risparmiatevi Mary Shelley. Piuttosto riesumate quel pasticcio firmato da Ken Russell intitolato Gothic. Nella sua follia, era per lo meno originale nel raccontare la genesi del Frankenstein, e agli appassionati di letteratura fantastica risulterà divertente. Agli altri probabilmente non piacerà, ma almeno qualcosa da dire l’aveva. Al contrario di Mary Shelley di Haifaa al-Mansour.

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Scrivo, giro cortometraggi, faccio teatro.
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