Master of None e Atlanta sono le migliori comedy del momento

Master of None e Atlanta: gli stereotipi socio-culturali e le minoranze al centro delle serie comedy. 

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Master of None e Atlanta: gli stereotipi socio-culturali e le minoranze al centro delle serie comedy. Un altro tassello dell’evoluzione del genere. 

Vi abbiamo già parlato di Friends Seinfeld, manifesti generazionali degli anni ’90 e pionieri della sit-com moderna; abbiamo dato lo stesso valore culturale ed evolutivo a Scrubs How I Met Your Mother per i primi dieci anni del 2000. Ci sono state milioni di altre serie televisive di gran qualità, ovviamente: abbiamo discusso, però, dei prodotti che oggettivamente hanno avuto il maggior impatto sociale. Siamo nel campo del mainstream. Per questo decennio, parliamo di due opere un po’ più di nicchia in Italia, nonostante l’ottimo successo in America.

Master of None e Atlanta hanno inserito nel mondo delle serie comedy le minoranze e gli stereotipi socio-culturali, concetti con cui giocare in maniera ironica e riflessiva. Questo processo rappresenta un punto di svolta importante per gli show di questo genere: era rarissimo, fino a qualche anno fa, vedere neri, gay, cinesi e rapper criminali in copertina. Temi attualissimi.

Master of None (2015 – in corso)

Master of None e Atlanta
Aziz Ansari e Alessandra Mastronardi in un’inquadratura della seconda stagione

La serie nasce dal genio di Aziz Ansari: il comico americano, con genitori indiani, l’ha creata, scritta e interpretata. Distribuita da Netflix, Master of None ha vinto due Emmy e un Golden Globe. Ne sono uscite due stagioni: nella seconda ci sono Riccardo Scamarcio e Alessandra Mastronardi, la quale interpreta un personaggio centrale nella storia. E lo fa più che bene.

Dev, il protagonista, è un uomo intorno ai trent’anni che vive al centro di New York: vuole fare l’attore, esce con tante ragazze – in attesa di quella giusta – e frequenta qualche locale con una manciata di amici. Insomma, il canovaccio di partenza è abbastanza familiare.

Molti degli episodi di Master of None, però, si basano sulla leggera e ironica critica agli stereotipi socio-culturali nella vita della città più multi-etnica del mondo. È così che prendono vita intere puntate dedicate alle vicende di integrazione di americani con genitori stranieri o storie sulla religione; la migliore amica di Dev è nera e lesbica, e così via. Il modo di raccontare il quotidiano di Aziz Ansari, nel fermento di New York, è stato paragonato da qualcuno a Woody Allen per la brillantezza di scrittura e la qualità nei dialoghi.

La banalità del quotidiano, accompagnata da chiacchiere fra amici apparentemente fini a sé stesse, riportano vagamente a Seinfeld. La differenza, però, è che Master of None ha maggior trama e ritmo; se Seinfeld raccontava alcuni stereotipi dell’America degli anni ’90, senza mai proporre esempi positivi, Master of None fa lo stesso ma con un pizzico di idealismo in più. Soprattutto, però, fa il medesimo processo guardando il mondo dalla prospettiva delle minoranze ghettizzate, ma senza mai cadere in vittimismi stucchevoli; senza disdegnare la maniera più sana di raccontare i luoghi comuni, attraverso la leggerezza. Mai prendersi troppo sul serio. Questi sono gli elementi della sit-com. Il personaggio di Dev è buffo e un po’ svanito: vuole fare l’attore, ama mangiare, non prende mai nulla con pesantezza ed è incoerente con la religione musulmana. Il maiale è troppo buono.

Master of None è una serie estremamente coraggiosa e innovativa, nella scrittura quanto nella messa in scena. A livello di regia, semplice e raffinata, può in effetti ricordare vagamente Woody Allen. Tanto per trovare qualche punto di riferimento.

Atlanta (2016 – in corso)

Master of None e Atlanta
Atlanta

Creata e interpretata dall’uomo del momento: Donald Glover, noto anche per il recente ruolo in Star Wars. Sta sfondando anche come rapper. Insomma, sa fare tutto. Atlanta, prodotta da FX, ha vinto il Golden Globe per la miglior serie commedia nel 2017.

Atlanta è ambientata nella periferia dell’omonima città: un rapper, Paper Boy, sta cercando di sfondare. Suo cugino, con un senso di fallimento insostenibile che non riesce a levarsi di dosso, cerca da fargli da manager. Ha anche una figlia e un rapporto difficile da identificare con la madre della bambina; l’unica cosa certa è che Earn – ovvero Donald Glover – ha bisogno di una svolta nella carriera e nella vita.

Anche qui, il contesto sociale e culturale è ben definito: la vita dei rapper di periferia e la criminalità, la ghettizzazione dei neri, la critica alla società, il racconto di pregi e difetti di un popolo intero. Termini come “fratello” o “negro” si sprecano; il gergo utilizzato dai protagonisti, tutti di colore, è un classico.

Atlanta fa ridere. È ironico e tagliente; al contrario di Master of None, però, può anche assumere tinte più drammatiche di una classica comedy. I personaggi non sono positivi: si drogano, sparano, sono cinici e incapaci di uscire dai propri pre-concetti mentali e difetti di vario genere. Incapaci di crescere. Sono vittime, anch’essi, degli stessi luoghi comuni sui neri che si vorrebbero sfatare e di una società sbagliata; insomma, l’intelligenza di Donald Glover sta nel fatto di aver creato una serie a doppio taglio. Sembra quasi voler dire “sì, la vita di un nero è difficilissima e siamo vittime, però non auto-ghettizziamoci che poi è peggio”. E i personaggi lo fanno. Ecco perché Atlanta è così interessante.

Gli episodi sono diretti da un bravissimo regista, Hiro Murai. Gioca molto con tempi di montaggio abbastanza lenti, colori e luci sempre sul grigio. Fornisce al prodotto un’impronta estetica ben riconoscibile; una volta, le serie comedy erano girate tutte nello stesso modo, più o meno.

A cura di Tiziano Angelo.

Abbiamo parlato più ampiamente di Atlanta qui.

 

 

 

Nato a Roma. Giornalista sportivo e cinematografico. Studioso e appassionato della Settima Arte e della letteratura da sempre. È tutto.

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