“Cargo”: la recensione del thriller di Netflix (che così thriller non è)

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“Cargo” è soltanto all’apparenza il solito film post-apocalittico a base di zombie barcollanti e superstiti disperati. Analizzandolo più in profondità infatti…

Un misterioso e incurabile virus trasforma chiunque lo contragga in uno zombie entro quarantotto ore, passando prima per convulsioni epilettiche, crisi respiratorie, secrezioni di viscidi muchi arancioni ed emorragie interne: Cosa sareste disposti a fare per proteggere i vostri cari da un mondo malato? Quanto sareste disposti a sacrificare pur di proteggerli da voi, o da loro stessi? Sarebbe giusto porre fine alle vostre o alle loro sofferenze, pur di sottrarli ai sintomi dell’infernale piaga?

Quello che dai primi minuti può sembrare il solito film apocalittico ci metterà un po’ a trasformarsi, sotto i nostri occhi, in un bellissimo e mai troppo smielato affresco di umana solidarietà. Sì, perché è proprio questa la “bobina” attorno alla quale si avvolge la pellicola di “Cargo“, sempre se di pellicola ci è consentito ancora parlare. “Cargo” è infatti uno dei tanti prodotti distribuiti direttamente in streaming grazie all’home cinema Netflix; per la regia di Ben Howling e Yolanda Ramke (che ne ha curato anche la scrittura), con uno strepitoso Martin Freeman (“Sherlock”, “Lo Hobbit”, il più recente “Black Panther” e tanti altri) nel ruolo del protagonista Andy.

Andy e Kay (Susie Porter) sono una coppia di genitori che cerca di raggiungere un luogo sicuro per la figlia Rosie in un’Australia post-apocalittica semi-deserta. Per uno sfortunato errore, Kay contrae il virus zombie e perciò è costretta ad azionare il braccialetto che terrà conto delle quarantotto ore mancanti alla trasformazione definitiva; la famiglia devierà verso un ospedale, nel tentativo di salvarla dall’inevitabile. Iniziano così le peripezie di Andy, padre disposto a tutto per il bene della sua bambina (la neonata che interpreta Rosie recita meglio di tanti attori adulti).

Cargo

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Non continuo oltre con la trama per non rovinarvi le sorprese, ma passo ad analizzare il film in altri suoi aspetti più tecnici. La fotografia (di Geoffrey Simpson) è a dir poco ammaliante, davvero bella e insolita per un film apocalittico-zombie. Ci si aspetterebbe paesaggi tetri e grigi, nei quali l’urbanizzazione ha già fagocitato e rigurgitato in forma di rottami e ferraglia arrugginita tutto quanto di naturale poteva esserci in precedenza. E invece no. “Cargo” ci sorprende con delle bellissime e ricorrenti panoramiche di paesaggi australiani, con lente carrellate dall’alto a ridosso dei fiumi e riprese che ci permettono di apprezzare le tonalità più calde di un tramonto. Stesso discorso per la colonna sonora, che risulta ansiogena dove il film lo richiede, ma anche dolce e toccante nelle sequenze più intime ed emotive. Grande abbondanza di primi piani, a sottolineare ancora una volta quanto siano importanti le emozioni e la psicologia dei personaggi in questo dramma travestito da thriller. Sì, perché anche la violenza è ridotta ai minimi termini; non che non vi sia traccia di sangue o di budella qua e là, ma è davvero poca roba rispetto agli standard a cui siamo ormai abituati nel 2018.

Cargo

Questa atmosfera a metà fra la ricerca del bello e dello stato emotivo ansioso nello spettatore può riflettere altri contrasti che il film lascia trasparire, come quello fra il materialismo della gente di città che vede nell’epidemia una condizione oggettiva di disagio, e la spiritualità degli aborigeni che, a differenza di quelli che chiamano “gubba”, vedono nella malattia una sorta di punizione divina che ruba l’anima e trasforma in fantasmi. O magari quello che nasce e si consuma nel personaggio di Andy, costretto a dover scegliere fra il futuro di sua figlia e il dare ascolto al proprio spirito di sopravvivenza; contrasto che si risolverà anche grazie all’aiuto della piccola ma saggia Thoomi.

Cargo
Cos’è? / I fantasmi così non possono trovarci. / Davvero? Ne metto un po’ anch’io. / Non ti serve più. Hai già il loro odore.

Ma questo “Cargo” è un film esente da difetti? Assolutamente no. Ad un certo punto, per dirne una, entrerà in gioco una gabbia e la soluzione trovata per concludere quella sequenza non potrà che apparirvi un po’ troppo “facile”; stesso discorso per la resa dei conti finale con il cattivo di turno, lo spietato Vic (Anthony Hayes), che vedrà coinvolta anche sua “moglie” Lorraine (Caren Pistorius). Menzione speciale per questa scena con soggettiva dall’abitacolo della macchina, portata avanti con uno stacco di camera che ha un effetto quasi comico (come potete vedere non dovrebbe esserci proprio niente da ridere).

Dunque, per concludere, “Cargo” della coppia Howling/Ramke è un film che consiglio assolutamente a chi legge questa recensione. Lo consiglio per l’accoppiata fotografia/colonna sonora, lo consiglio per una trama che usa sapientemente gli stereotipi del genere e lo consiglio per le performance degli attori (soprattutto di Martin Freeman) che difficilmente non provocheranno empatia nello spettatore. Non è un capolavoro, siamo chiari, ma sicuramente un gran bel film che nella sua ora e quaranta di durata ha decisamente qualcosa da dire.

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