Mektoub, My love: Canto Uno. La recensione del film di Abdellatif Kechiche

A quasi un anno dalla presentazione a Venezia, arriva in Italia l'ultimo film del regista di Cous Cous e La vita di Adele. Acclamato alla Mostra del cinema, Mektoub, My love presenta però qualche grosso problema.

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Mektoub

Durante la conferenza stampa al Festival di Venezia di Mektoub, My love: Canto Uno, una giornalista ebbe l’ardire di chiedere al celebrato regista Abdellatif Kechiche se non trovasse che lo sguardo del suo film non fosse prepotentemente maschile, se non addirittura maschilista. La domanda venne accolta dai suoi colleghi presenti in sala con risatine di scherno e altri rumori di disapprovazione, e Kechiche si limitò a rispondere che non era quello il senso del film e che lei non lo aveva capito. Chissà se ora, dopo lo scandalo Weinstein e il movimento #MeToo, gli stessi giornalisti accoglierebbero la stessa domanda allo stesso modo.

Tralasciamo gli interrogativi destinati a restare senza risposta. Kechiche è diventato da tempo un mito per tanti critici, e non c’è dubbio che il suo cinema sia molto interessato alla messa in scena del corpo, soprattutto quello femminile (o dei corpi femminili, forse più correttamente). Come esso sia guardato (o essi siano guardati) è uno dei problemi più interessanti da dirimere. Anche perché di cosa parli in sé Mektoub è piuttosto chiaro: l’incapacità di immergersi nella vita, l’estraniamento da ciò che ci circonda, in una sorta di romanzo di (mancata?) formazione.

Mektoub

Amin è un giovane aspirante sceneggiatore, che, in vacanza nel sud della Francia, incontra di nuovo Ophélie, amica d’infanzia che ama profondamente. Attorno a lui, i suoi coetanei vivono relazioni sentimentali e/o sessuali più o meno serie, in un turbinio di sensualità e fisicità che Amin si limita a scrutare, sornione, senza mai fare nulla per prendervi parte. La stessa Ophélie vorrebbe solo fotografarla, quindi guardarla più che avere un rapporto fisico con lei.

Mektoub, dunque, è soprattutto una collana di momenti di vita quotidiana, che più che raccontare una storia vogliono mostrare una realtà, esattamente come era già accaduto con il precedente La vita di Adele. Anche qui, nel tentativo di restituire l’esperienza esistenziale dei suoi personaggi, Kechiche si sofferma a lungo su ogni situazione, che, messa in scena in tutti i suoi più minuti dettagli, risulta sullo schermo enormemente dilatata, in dialoghi e azioni privi di un significato importante, ma che proprio per questo vengono investiti di un nuovo senso, quello della normalità e del tempo sospeso della giovinezza.

Mektoub

Detta così, potrebbe sembrare molto interessante. In effetti simili operazioni hanno talvolta prodotto grandi film: da Baci rubati di Truffaut a Gummo di Korine passando per Lost in traslation di Coppola e Clerks di Smith, molti sono i film in cui alla narrazione si è preferito mettere in scena la semplicità del quotidiano. Ma nonostante a Venezia sia piaciuto molto, Mektoub fallisce dove i titoli sopracitati sono riusciti, talvolta molto bene.

Kechiche prolunga tutte le sue scene fino all’inverosimile, per non dire allo sfinimento, e un paio di esse sono una vera e propria sfida allo spettatore, a cui si chiede di prestare attenzione per tre ore di nulla. Non è nemmeno questo il problema, però, perché talvolta il nulla può essere raccontato in maniera interessante. Ma Kechiche non ci riesce, e non ci riesce anche per un motivo che ci riporta alla domanda dell’imprudente giornalista.

Kechiche

Una parte sostanziale del film è occupata da corpi. Kechiche è ossessionato dal mostrare i corpi dei suoi personaggi, che costantemente vengono inquadrati nudi o poco vestiti. Non c’è però quella gioiosa esaltazione della carnalità umana che poteva esserci in Fellini, né l’agghiacciante esposizione della corruzione etico-politica attraverso la nudità come era per l’ultimo Pasolini (due esempi tra i tanti possibili). Kechichce avrebbe potuto percorrere una di queste strade o un’altra diversa, perché il corpo e la nudità possono essere veicolo di innumerevoli differenti istanze. Invece il suo sguardo è superficiale e, effettivamente, che possa essere troppo preponderantemente maschile è un sospetto legittimo. Perché non è vero che genericamente inquadra corpi: Kechiche inquadra culi. Femminili. Perfetti. Mentre twerkano (sic). Se non si corresse il rischio di essere linciati dalla comunità cinefila mondiale, si potrebbe quasi dire che a (lunghissimi) tratti Mektoub sembra essere la pubblicità dell’intimo Roberta o un videoclip di Nicki Minaj.

Una delle ultime scene è ambientata in una discoteca. Dura quasi mezz’ora. Metà della quale Amin vaga per il locale senza fare nulla, mentre l’altra metà è occupata dai sederi delle sue amiche che si agitano freneticamente davanti all’obiettivo della cinepresa. Davvero in questo c’è una riflessione sulla corporalità? Davvero è un inno alla sensualità? L’occhio di Kechiche sembra quello di un pornografo. Come del resto era già accaduto proprio ne La vita di Adele, tre quarti d’ora del quale erano occupati dai lunghissimi ed altrettanto espliciti rapporti sessuali tra le due protagoniste.

Mektoub

Non è ovviamente la nudità in sé a essere problematica. Lo è il modo in cui essa viene rappresentata (cioè il come, non il cosa). Léa Seydoux e Adele Exarchopoulos (le attrici di Adele) erano state molto critiche del modo in cui Kechiche si era comportato sul set delle loro scene di sesso, e questa morbosità emergeva in Adele nello stesso modo in cui emerge in Mektoub. L’esibizione di questi corpi femminili così giovani e belli non ha alcuna ragione d’essere se non nella stessa loro esibizione. Nemmeno si può pensare al mero gusto della provocazione: arriva troppo tardi Kechiche e pure sono troppo perfetti i sederi che ha scelto. Davvero si può parlare di coraggio davanti a scene da cui nessuno può essere turbato? Lo stesso valeva per Adele: un rapporto sessuale tra due donne bellissime non può oggi suscitare nessun vero scandalo; diverso sarebbe stato davanti a corpi imperfetti o maschili (purtroppo la nostra società funziona così).

Al netto di alcuni momenti di grande bellezza, l’ultimo film di Kechiche (primo capitolo di un dittico che probabilmente non si concluderà mai, esattamente come è accaduto con Adele) è un film di estenuante vacuità che può facilmente essere reinterpretato come grandioso ritratto umano, se vi si vogliono trovare cose che forse non ci sono. Il cinema è l’arte del voyeurismo, certo, ma detta fuori dei denti, tre ore di film con un’ora di culi sbattuti in primo piano non è voyeurismo, ma una morbosità al limite del patologico. Anche perché si tratta sempre e comunque di corpi femminili, rigorosamente bellissimi (e pensare che questo accada perché il protagonista è un uomo significa volersi davvero arrampicare sugli specchi).

Tolto qualunque possibile significato altro alla corporalità esibita, al film rimane ben poco, se non la sua lunghezza sproporzionata. Fare film sul vuoto o sull’assenza è difficile, e ancora più difficile è quando sono così lunghi. Kechiche non c’è riuscito. Come detto, però, a Venezia è stato accolto con entusiasmo. A parte da una solitaria giornalista. Derisa dai colleghi, sebbene forse avesse ragione.

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Scrivo, giro cortometraggi, faccio teatro.
Nel tempo libero sopravvivo.

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