Dogman: la recensione del film di Matteo Garrone premiato a Cannes

La recensione del film Dogman di Matteo Garrone, presentato al Festival di Cannes e vincitore del Prix d'interprétation masculine al suo protagonista Marcello Fonte.

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Dogman

Matteo Garrone è oramai di casa al Festival di Cannes. Dopo la vittoria consecutiva del Gran premio della giuria per Gomorra nel 2008 e Reality del 2012, e una tiepida accoglienza per il film fantastico Il racconto dei racconti, è tornato sulla celebre croisette con la sua ultima fatica Dogman. Un film che non solo gli ha portato una standing ovation di dieci minuti la sera della prima proiezione, ma anche la vittoria del Prix d’interprétation masculine a Marcello Fonte, l’esile e minuto protagonista proprietario di una toeletta per cani. Liberamente ispirato alle vicende attornianti a Pietro De Negri, detto il Canaro della Magliana, che nel 1988 si macchiò del brutale omicidio dell’ex-pugile Giancarlo Ricci, con Dogman, Garrone ritorna alla sua poetica più rappresentativa, quella riguardante storie quotidiane che nascondano i lati più ferini dell’animo umano.

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Con la sua digressione nel versante fiabesco, trasportando fedelmente tre racconti partenopei di Lo cunto de li Cunti, e coinvolgendo un cast internazionale, non riscontrò il successo meritato. Mantenendone comunque i toni, e riprendendo quello stile minimalista ed essenziale di film come L’imbalsamatore o Primo Amore, Garrone nuovamente ci mette davanti a una storia, dove la linea di confine tra il raziocinio e l’empatia viene messa in discussione. Dogman fondamentalmente è un racconto di violenza, non solo nella sua accezione più brutale e turpe, ma principalmente nella sua manifestazione più latente, più dissimulata, come quella psicologica e comportamentale. Marcello vive in un (non)luogo spoglio, recondito, abitato da figure al limite della legalità e da personaggi smorti, che vivono una vita smorta, simili alle tonalità grigie-seppiacee della fittizia periferia dove è ambientata la storia. L’uomo però riesce a sopravvivere a quello scenario insulso, ritrovando un briciolo di umanità nell’amore per la figlia e nei suoi amati cani. A dissestare la sua esistenza e quella degli abitanti, c’è Simoncino (Edoardo Pesce), il classico bullo del quartiere, un massiccio e rabbioso ragazzo, che dedito a una vita sregolata, violentemente e con presunzione impone la sua presenza.

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Tra i due nasce un’amicizia controversa, fatta di rapine, sniffate e favori non ricambiati, perché Marcello, a differenza degli altri, mosso da un incommensurabile compassione e solitudine, tenta continuamente di domare l’irascibilità del ragazzo. Similmente all’atteggiamento mansueto che mostra verso i suoi fidati clienti canini, l’uomo trasversalmente lo trasmette verso Simoncino e alle sue deleterie gesta. Questo però evince la sua preoccupazione maggiore nel voler trovare posto nel mondo, ed essere accettato in quanto persona rispettata e rispettabile nella comunità, che trascinerà Marcello in un turbinio di eventi di elevata portata e di nocività per la sua fragile figura. Garrone con sguardo lucido fa una rappresentazione di un rapporto vile, dove l’autoaffermazione da una parte e la violenta sopraffazione dall’altra, sono sintomi di una società a pezzi, in cui la solidarietà, l’altruismo e la tolleranza, hanno perso valore e importanza.

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Marcello Fonte

Marcello Fonte con la sua incredibile storia alle spalle, si pone a pieno titolo come una delle riscoperte migliori del nostro cinema. Garrone che è sempre stato attento alle fisicità dei suoi attori e dei suoi personaggi, riesce a coglierne quella sua espressività disincantata e malinconica, quella sua postura spossata, che donano al protagonista e al racconto una forte impressione di materialità e concretezza. Giocando tra realismo e fantasia, con luoghi che contemporaneamente rimandano ai sobborghi pasoliniani e ai deserti assolati dei spaghetti western; popolati da volti comuni, scavati, vissuti, ma spaventati dalle minacce di un bandito/orco furioso, il regista romano insieme ai fedelissimi Ugo Chiti e Massimo Gaudioso, scrivono la loro fiaba nera. Dogman è la conferma di come Garrone sia l’originario fautore di quell’immaginario cinematografico suburbano contemporaneo, composto da scenari foschi intrinseci di violenza, amoralità e malavita, oramai rielaborato da altri registi e da altri film e serie tv di successo. L’unico che ne riesce a far emergere il reale disagio di quei luoghi, facendoli diventare palcoscenici di tragedie quotidiane. Con la sua ennesima presenza a Cannes, e relativa vittoria, Matteo Garrone insieme ad Alice Rohrwacher e Luca Guadagnino, in un periodo dove il nostro cinema si trova in uno stato di stasi, ne riescono a dare nuova luce e grandezza, riuscendo ancora a farsi acclamare a gran voce dalle platee internazionali.

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Nato a Roma, classe 1991.
Non molto bravo nelle autodescrizioni.
Sono un semplice appassionato a qualunque genere di immagine-movimento sullo schermo.

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