Psychokinesis, la recensione del primo superhero movie sudcoreano

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Psychokinesis, la recensione del primo superhero movie sudcoreano

Disponibile su Netflix, Psychokinesis è il primo film ad alto budget su un supereroe della Corea del Sud. Il film è diretto da Yeon Sang-ho (Train to Busan).

Yeon Sang-ho è un regista esploso due anni fa, quando realizzò lo zombie-movie Train to Busan. Il film, un horror intelligente la cui fortuna fu costituita dalla genialità delle idee, dalle performance attoriali e dalle tematiche importanti, venne presentato in anteprima alla Festa del Cinema di Roma, per poi approdare in poche sale. Eppure chi lo vide ne rimase folgorato, e non passò molto tempo prima che l’annuncio di Psychokinesis creasse un hype sempre crescente con il passare del tempo.

Il film è apparentemente incentrato su una tematica spinosa. All’inizio della pellicola vediamo le vicende di una giovane ristoratrice che possiede un locale di successo. Shin Roo-mi (Shim Eun-kyung) deve però abbandonare l’attività in seguito all’acquisizione da parte di un grande gruppo aziendale del terreno su cui si trova, fra altri edifici, il suo ristorante. Comincia così una lotta fra i proprietari dei locali in questione e l’azienda, aiutata dalla polizia. Nel frattempo, il padre di Roo-mi – che l’aveva abbandonata da piccola – Shin Seok-heon (Ryu Seung-ryong) acquisisce, dopo aver bevuto acqua contaminata, delle capacità incredibili, grazie alle quali riesce a spostare gli oggetti con la mente. È l’occasione per l’uomo di aiutare la propria figlia e cercare di riconquistarla approfittando dei propri poteri.

Psychokinesis, la recensione del primo superhero movie sudcoreano

Dopo lo zombie-movie Train to Busan dunque, Yeong Sang-ho torna a confrontarsi con un genere poco utilizzato dalla cinematografia del suo paese (e non solo). I film supereroistici sembrano da qualche anno appannaggio esclusivo di Hollywood, che grazie agli ingenti fondi può lavorare con molta più facilità sugli effetti visivi, essenziali per un film del genere. La sfida affrontata da Psychokinesis ricorda quella con cui Lo chiamavano Jeeg Robot dovette fare i conti alla sua uscita. In mancanza di una produzione da centinaia di milioni, il lavoro fatto sulle idee deve essere ancora maggiore. Si tratta di elaborare una strategia che non preveda voli pindarici (soprattutto per quanto riguarda gli effetti speciali) ma di costruire una narrazione che privilegi la forza dei personaggi e delle azioni.

Da questo punto di vista, Psychokinesis è sicuramente riuscito. L’empatia chi si crea con i personaggi è evidente da subito, anche grazie al loro essere vittime di una forza maggiore. Lo scontro è fra due fazioni opposte e facilmente classificabili in buoni o malvagi. Non esiste grigio, ma l’opposizione netta fra i poveri commercianti e la crudele Tae-san (l’azienda che ha acquistato i terreni) è facilmente intuibile. L’approfondimento dei personaggi è lasciato in secondo piano, eppure è una scelta consapevole e assolutamente comprensibile. Il film privilegia piuttosto la superficie, e costruisce delle maschere in grado di rendere il riconoscimento spettatoriale immediato.

Psychokinesis, la recensione del primo superhero movie sudcoreano

La cosa interessante, è che non c’è uno scontro fra persone dotate di poteri straordinari. Il classico villain dei superhero movie qui lascia spazio ad un’organizzazione più ampia, che oltre a coinvolgere la Tea-san, riguarda anche la politica e le forze dell’ordine. Non c’è l’intenzione di rispettare il realismo, ma di creare un film che diverta il pubblico e sia una ventata d’aria fresca per un paese che non ha voglia di ancorarsi ai soliti generi. E divertente il film lo è sicuramente, in quanto sfrutta la solita comicità a tratti grottesca tipica della cinematografia del paese orientale, mitigata stavolta da alcuni elementi più occidentali, frutto probabilmente dell’influenza di Netflix ma anche della volontà di trascendere i confini nazionali.

Psychokinesis rappresenta dunque un’altra conferma per Yeong Sang-ho dopo l’ottimo Train to Busan. Non toccando le vette raggiunte dalla precedente opera, il regista dimostra tuttavia ancora una volta di saper dialogare in maniera convincente con generi non ordinari. L’ennesima conferma che la cinematografia sudcoreana è un mare di talenti che non ha nessuna voglia di fermarsi alla banale ripetizione di classici schemi, ma punta piuttosto alla sperimentazione coraggiosa.

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Studente di Cinema. Faccio molte cose come fotografare, scrivere e bere ma non me ne riesce bene nessuna. Forse l’ultima un pò meglio delle altre.

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