Loro 2: la recensione del film di Paolo Sorrentino nel suo insieme

Questa recensione parlerà di Loro nel suo complesso. Il film di Sorrentino infatti si può ritenere un unico affresco diviso, erroneamente, in due parti.

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Loro 2 - Recensione

Le righe che seguiranno, o meglio questa recensione se così vogliamo chiamarla, saranno dedicate a Loro, l’ultimo film di Paolo Sorrentino, nel suo complesso. L’opera è stata divisa in due parti esclusivamente per questioni di palinsesto, la durata superiore alle tre ore infatti avrebbe costretto i cinema a garantire un numero minore di spettacoli giornalieri. In più la Universal ha, ovviamente, approfittato dell’occasione per andare alla ricerca di un papabile doppio incasso. Oltre agli spettatori, costretti a pagare un doppio biglietto, a risentirne è principalmente il film stesso. L’opera andrebbe fruita in un’unica visione essendo essenzialmente due “tempi” dello stesso lungometraggio. In molti prima dell’uscita hanno citato il caso di Kill Bill, diviso nei noti Due Volumi usciti a circa un anno di distanza l’uno dall’altro. Il caso però è estremamente differente, le due opere di Quentin Tarantino avevano entrambe un nucleo di equilibrio proprio con determinati riferimenti culturali e stilistici ben differenti. Come già detto questo non è il caso di Loro, problema che sparirà visto che il tempo consegnerà alla storia un’opera unica, già tra pochi mesi potremo usufruirne in blu-ray e godercelo in una singola sessione.

Fatta questa breve premessa passiamo alla successiva, l’ultima lo giuro, ovvero quella su Paolo Sorrentino e sul suo cinema. Il regista napoletano è prima di tutto un autore e come tale ha una sua visione personalissima della realtà filtrata dal suo stesso sguardo, una versione personalissima di ciò che vediamo ed intuiamo noi,  questo vale ovviamente per tutti quelli che si possono definire con tale termine. Ciò che comunica con le sue opere è quindi un derivato della sua percezione e del suo conseguente modo di comunicare. Ciò che avete letto vi sembrerà banale ma non lo è come dovrebbe. Dopo la vittoria de La Grande Bellezza agli Oscar del 2014, l’opinione pubblica ha cercato di considerare Sorrentino come un autore nazional-popolare cosa che non è e che non potrà mai essere proprio per quella visione così personale del mondo. Per questo sarà sempre un autore che dividerà e che avrà i suoi appassionati e non. Detto ciò lo dico chiaramente, chi scrive è un amante di Paolo Sorrentino dalla primissima ora, sono sempre stato affascinato da questa visione elegante concentrata sulla decadenza e sui rapporti umani. Amante però non significa fan o tifoso. Chi ama è il primo a riconoscere i difetti ed a farli notare. D’altro canto come non dovrebbero esistere i tifosi incapaci di accettare le critiche (più che legittime) non dovrebbe essere possibile neanche, per chi si definisce cinefilo, non riconoscere alcune qualità innegabili di Sorrentino come, ad esempio, quelle tecniche. Tutto questa lunga ed inutile digressione vuole sostanzialmente aggrapparsi alla speranza di una possibile razionalità nella ricerca dell’oggettività. Una sorta di onestà intellettuale tra chi apprezza e chi non apprezza un determinato autore in base al proprio, personalissimo, modo di percepire ed amare l’arte cinematografica e di interpretarla. Finita questa boriosa cappella iniziamo a parlare di Loro, partendo proprio dai difetti.

 

“Tutto non è Abbastanza”

Loro - Recensione

Primo difetto impossibile da non notare è proprio la divisione in due parti. Essa non va attribuita esclusivamente al reparto di produzione/distribuzione ma, in parte, a Sorrentino stesso. Loro poteva essere un film unico e più corto, l’opera poteva essere asciugata in più punti e ne avrebbe giovato in scorrevolezza ed in coesione. Sembra quasi che Sorrentino non riesca a compiere questo ultimo scalino, non riuscendo a distinguere ciò che è superfluo e ciò che non lo è in quello che gira, facendo scelte ferme su cosa escludere dal montaggio finale. Altra pecca, non grave nel complesso, è certamente l’utilizzo della CGI. Impossibile da non notare la bruttura degli animali in digitale che causano straniamento ed un momentaneo distacco dall’opera. Dal punto di vista narrativo l’utilizzo di certe metafore non sempre è appropriato. Alcune risultano troppo ermetiche e fine a se stesse, altre invece pacchiane e banali (come ad esempio quella del camion dell’immondizia). La qualità della sceneggiatura non è sempre costante, non tutte le storylines trovano adeguato spazio ed alcuni dialoghi paiono quasi fini a se stessi. Il risultato è un’opera non omogenea e non in perfetto equilibrio. Ad aggiungersi c’è la natura stessa del film, ovvero mettere in scena la vita di Silvio Berlusconi, uno dei personaggi/temi  più divisori dell’intera storia italiana. Qualcuno troverà Loro non abbastanza duro, altri lo troveranno sfacciato. Questa questione potrebbe essere riconducibile al significato stesso dell’arte.

” Sei tu Dio?”

Loro - Recensione

Loro rimane comunque, per chi scrive, un film con molte più luci che ombre. Un’opera con molteplici chiavi di lettura ricca di momenti esaltanti, dotata di una fotografia ed un montaggio di altissimo livello. Sorrentino e Contarello decidono di porre l’accento sul lato umano di Silvio Berlusconi raccontando da una parte la sua storia d’amore con Veronica Lario, specchio perfetto del suo rapporto con l’Italia, e dall’altra la vicenda di un uomo terrificato dal suo rapporto con la morte e, di conseguenza, con la vita. Sono molti i punti da ricondurre a questi due temi centrali. Non è un caso che la storia parta proprio nel periodo successivo alla sconfitta elettorale che combacia con la crisi del suo rapporto con la moglie e del conseguente tentativo di riconquista dell’amore e del potere. Un periodo ricco di scandali che Sorrentino decide di descrivere con il senso del ridicolo e del grottesco, quasi banalizzandoli esattamente come fa Berlusconi stesso. Ma nonostante il riavvicinamento con la moglie e la nuova ascesa al potere ormai il tempo è giunto al termine. Veronica, come gli italiani, si è sentita ferita nella sua dignità e, nello splendido dialogo finale tra i due, Sorrentino utilizza la splendida Elena Sofia Ricci come corpo e voce di una moglie ferita e di un popolo intero tradito. Lei, come milioni di italiani, era innamorata. Un amore per un uomo qui presentato nel suo stato più grottesco e ridicolo. Un essere che, come tutti, ha paura della morte. Più volte ribadisce di avere “solo” 70 anni, vuole dimostrare a se stesso di essere quello di una volta, per esempio nella splendida sequenza della telefonata alla casalinga, di essere capace e di essere vivo. Cerca vitalità durante i suoi festini, dove però appare annoiato e stanco, ripete le solite canzonette napoletane pervaso lui stesso dalla noia. L’unica attrazione che trova è una ragazza evasiva ed altrettanto disinteressata. È nella sequenza del corteggiamento nei confronti di Stella (bravissima Alice Pagani) che Sorrentino ci mostra il Berlusconi più patetico, concetto espresso dalla ragazza stessa. Ma patetico assume, durante tutta l’opera, il suo significato più profondo e malinconico. Il Berlusconi di un Toni Sevillo ai suoi massimi è un venditore, come detto nella splendida scena tra lui ed Ennio Doris (sempre Servillo in una scelta geniale di Sorrentino), ovvero l’uomo più solo del mondo “perchè parla sempre senza ascoltare“. Un uomo che rifiuta il dialogo con Mike Bongiorno perchè vive nel passato quando lui ha (bisogno) dei progetti. Tutt’attorno Sorrentino pone il circo decadente alla corte del Re. Una sequela di personaggi variegati ma accumunati dalla pochezza. Pone però una chiara distinzione, non tutti possono riuscire ad arrivare a Loro e non solo per questioni economiche e di potere ma anche per semplici valori (o disvalori) umani. Così vediamo l’epopea di Morra/Tarantini (Scamarcio forse all’apice della carriera) e di sua moglie Tamara (Euridice Axena sempre credibile) iniziare con grandi aspettative ma finire nel peggiore dei modi, come Icaro si sono avvicinati troppo al sole o come la pecora dell’inizio dell’opera non sono adatti a quell’ambiente. Poi c’è Kira (Kasia Smutniak) rimasta ferita perchè realmente innamorata del Cavaliere, lei come Veronica e gli italiani. Ad aggiungersi al tutto ci sono alcuni veri colpi di genio da parte degli autori. Alcune le abbiamo già citate (come la telefonata alla casalinga o il dialogo Berlusconi-Doris), altri memorabili sono certamente la pubblicità della fiction Congo-Diana o il balletto a ritmo di “Meno male che Silvio c’è”.

Il risultato finale è certamente un film profondamente imperfetto ma dalla sensibilità e dalla qualità straordinaria. Paolo Sorrentino decide di descrivere un periodo ed un personaggio (in senso letterale) cruciali nella storia italiana. Lo fa condannandolo ma approfondendolo intimamente, rendendolo specchio dell’uomo in quanto tale e soffermandosi sulla decadenza con eleganza e grandissima delicatezza. Il registro principale sono certamente quello del ridicolo e del grottesco, probabilmente i più propri nella descrizione di un certo scampo di umanità. Il meraviglioso finale sul terremoto a L’Aquila ci mostra un Cristo deposto (che fa pensare ad una citazione alla scena iniziale de La Dolce Vita) premonizione di ciò che accadrà allo stesso Berlusconi da lì a poco e simbolo di un paese in ginocchio.

Lui, Loro, Noi, Tutti, descritti all’apice del declino e fotografati in preda alla decadenza dell’essere con eleganza e delicatezza da Paolo Sorrentino.

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Semplicemente appassionato ed affamato di tutto ciò che riguarda la cultura e l’arte popolare (nel senso letterale del termine): fumetti, libri, fotografia, tv e, ovviamente, cinema, che ne è il massimo esponente e la massima espressione.

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