Interruption: quando la critica sociale supera la voglia di narrare

La recensione del primo lungometraggio del regista greco Yorgos Zois, uscito nelle sale italiane da pochi giorni, dal 24 aprile.

0
622

Poniamo le dovute premesse, prima che mi vengano lanciati dei pomodori. Io penso che l’arte serva, soprattutto, a comunicare: è l’espressione di un talento, ma è anche un vero e proprio ponte per collegare la sensibilità di un artista a qualcun altro che la recepisca, e che chiamiamo pubblico. In molti casi, un dipinto, una canzone, o appunto un film, sono gli unici modi che un artista ha per comunicare in modo sincero con il prossimo. Il cinema è forse la forma d’arte più accessibile a tutti, perché consente di mettere in scena l’essere umano in movimento inserito nel tempo e nello spazio: dunque niente meno che la nostra vita, con le parti noiose eliminate.

Per questo il cinema ha un potere incredibile, se usato bene, perché è la forma d’arte che può arrivare al maggior numero di persone.

Se il cinema perde la voglia di comunicare al maggior numero di persone ma si impone lo scopo di creare un dibattito tra gli addetti ai lavori, come se fossero esseri dall’intelletto superiore che vivono dentro torri d’avorio completamente estraniati dalla realtà…

Ecco, in quel caso per me il cinema perde il suo potere.

Qualche anno fa mi lasciò sensazioni contrastanti un altro film greco, The Lobster di Yorgos Lanthimos: pur riconoscendone i pregi e l’idea geniale alla base della storia, mi annoiò terribilmente. Sensazioni più nette mi ha lasciato invece Interruption di Yorgos Zois, uscito in patria nel 2016 e giunto nelle nostre sale da martedì 24 aprile.

La storia si svolge in un teatro di Atene, dove sta venendo rappresentato un adattamento postmoderno di una trilogia tragica: l’Orestea di Eschilo. Le luci si spengono ma lo spettacolo non ha inizio. Le luci si riaccendono e sul palco salgono un gruppo di giovani vestiti di nero, con in mano delle pistole, che si presentano dicendo: “Scusate l’interruzione, noi siamo il Coro. E questa sera saremo la vostra guida”. Invitano il pubblico a salire sul palco insieme a loro e a partecipare attivamente alla rappresentazione. Il pubblico sale, ingenuamente, e ben presto si perde la percezione se cosa sta accadendo sia reale oppure no.

Dunque la trama riprende un famosissimo fatto di cronaca: 850 spettatori vennero sequestrati il 23 ottobre 2002 all’interno del teatro Dubrovka di Mosca per mano di cinquanta militanti armati ceceni. Tolto il finale tragico di quella storia, dovuto all’utilizzo da parte delle forze speciali russe di agenti chimici che provocarono la morte di 129 ostaggi e 39 combattenti, il film si basa su una particolarità di quell’evento: all’inizio del sequestro gli spettatori pensarono di avere davanti a sé degli attori e che tutto facesse parte della rappresentazione.

Nella prima parte dell’opera, infatti, il messaggio di Zois è chiaro. Il teatro è la culla della finzione messa a servizio della realtà, in questo caso i due aspetti si mescolano e il pubblico dei nostri tempi è poco interessato alla linea che li separa, mentre è molto più desideroso di stimoli e di qualcosa che accenda l’entusiasmo, qualunque essa sia.

Mi chiamano sul palco a partecipare in modo attivo? Poco importa se hanno in mano delle pistole (anzi meglio, sono più convincenti nel dare l’ordine). Allora io vado.

Specie se sono un aspirante regista, un attore, oppure un amante del teatro e basta, oppure semplicemente una persona annoiata dalla vita quotidiana. Va bene tutto, purché mi diano qualcosa da applaudire e mi facciano sentire parte integrante: nella prima parte è chiara la critica sociale. E addirittura, qualche minimo spunto di interesse a favore della tesi, arriva pure. Viene intavolato un dibattito (guarda caso) riguardante il mito dell’Orestea, se vada o meno contestualizzato nel nostro periodo storico, oppure tenuto come baluardo vero perché vero, dato che è stato scritto nell’epoca d’oro della tragedia greca. O ancora, risultano molto inquietanti delle inquadrature fisse di tutto il resto del teatro vuoto, in cui si sente solo l’eco delle voci di chi recita in sala, rendendo evidente che sta avvenendo un sequestro. A livello visivo è di sicuro impatto l’utilizzo di una sorta di cabina simile a una gabbia illuminata da meravigliose luci al neon, in cui vengono chiusi i veri attori, come bestie in uno zoo. Diversi piccoli dettagli tengono viva l’attenzione e, in generale, ciò che funziona nella prima parte è che realmente si percepisce l’ansia di essere presenti dentro quel teatro.

Poi, all’improvviso, tutto si perde.

Dopo il climax del secondo atto tutto diventa confuso, criptico, incomprensibile. Il tentativo è quello di parlare di massimi sistemi, di puntare così in alto con i propri concetti e con i propri argomenti che il discorso diventa retorico e didascalico. Sembra di osservare un professore che, avendo ormai spiegato ai propri studenti ciò che andava spiegato, può permettersi di infarcire il discorso di paroloni mentre gli alunni aspettano solo che la campanella suoni.

Il discorso diventa più importante del tema e, soprattutto, del fatto che chi ascolta stia capendo.

Detto ciò, la mia opinione soggettiva se la porta via il vento, ma ci tengo a sottolineare che non penso che il cinema sia solo neorealismo: un film deliberatamente concettuale e simbolico come The Neon Demon di Nicolas Winding Refn mi colpì enormemente su più livelli. E trovai la critica sociale riguardante il pubblico in Birdman di Iñárritu (specie nella scena in cui Micheal Keaton gira in mutande per Time Square) squisita nella sua onestà.

È solo che penso che il cinema non sia qualcosa di proprietà dei festival, o almeno non un’esclusiva. Penso che un regista debba avere dei contenuti, cosa ben diversa dall’essere filosofo, o professore. Penso che vedo un film perché ho bisogno di emozionarmi: se voglio imparare qualcosa mi leggo Story di Robert Mckee.

In definitiva penso che si può anche criticare il teatro e dire che ha perso attinenza con la realtà, e si può anche criticare il pubblico e dire che ormai beve qualunque cosa, pur di essere intrattenuto. Ma a conti fatti, è sempre ad un pubblico che devi parlare, ed è sempre un pubblico che riempie la sala.

Puoi anche criticarlo, a patto che lui riesca a capirti.

Leggi tutte le nostre recensioni!

Sceneggiatore, nel tempo libero scrivo racconti. Credo che ogni persona abbia un universo dentro e che vada raccontato. Credo nell’empatia.

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here