Charley Bowers, il più grande comico di cui non avete mai sentito parlare

Già poco conosciuto dai suoi contemporanei, sparì nel nulla dopo la sua morte. La sua opera è poi riapparsa in Francia, rivelando un genio ingiustamente dimenticato.

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Charley Bowers

Vi abbiamo già parlato di Buster Keaton, comico dell’epoca del muto e uno dei più grandi cineasti che la storia ricordi, oggi poco conosciuto dai non appassionati poiché la sua fama è stata offuscata dal successo perdurante del suo amico e rivale Charlie Chaplin. Ma c’è a chi è andata molto peggio. Keaton ha ancora un buon numero di fan, ed è una figura centrale in qualsiasi libro di storia del cinema. Non lo stesso si può dire di Charles (o Charley) Bowers. Se il suo nome non vi dice nulla non preoccupatevi, non siete soli: il povero Bowers è ignoto anche alla stragrande maggioranza dei cinefili più incalliti. Nonostante fosse un genio, e i suoi film fossero avanti di decenni.

Le notizie sulla sua vita sono poche e spesso inaffidabili. La maggior parte vengono da materiale pubblicitario dell’epoca, e a meno di non voler credere che fosse davvero il figlio di una contessa rapito dagli zingari a sei anni perché lavorasse al circo bisogna considerarle invenzioni promozionali. Di sicuro, sappiamo che è nato nel 1887, a Cresco, in Iowa. Iniziò a lavorare come vignettista per un giornale, per poi passare all’animazione. In pochi anni Bowers realizzò centinaia di cortometraggi d’animazione (un’esperienza che fu fondamentale per il suo sviluppo artistico), e a metà degli anni ’20 passò al cinema comico.

A Wild Roomer

La sua esperienza cinematografica fu però piuttosto breve, e negli anni ’30 tornò all’animazione, prima di morire a soli 57 anni nel 1946. Già in vita il suo successo fu piuttosto limitato, anzi, il suo breve excursus filmico passò quasi del tutto inosservato, probabilmente a causa della natura bizzarra del suo cinema, tanto che il suo mestiere ufficiale fu sempre quello di inventore. Quasi del tutto inosservato, abbiamo però scritto. In effetti, un ammiratore lo aveva, e non era un ammiratore qualsiasi: si tratta di André Breton, il padre del surrealismo (non a caso), che considerava il suo It’s a Bird il miglior film del 1937, e scrisse che «per la prima volta, i nostri occhi si sono aperti sulla tediosa distinzione sensoriale tra realtà e leggenda, sul cuore di una stella nera». Nonostante una simile investitura (per quanto indecifrabile), Bowers morì pressoché sconosciuto, tanto da venire del tutto dimenticato. Per diversi decenni si perse coscienza anche della sua esistenza.

Qualcosa cambiò solo vent’anni dopo la sua morte. A metà degli anni ’60, lo storico del cinema e archivista della Cineteca di Tolosa Raymond Borde si imbatté in tre pellicole di un regista anonimo e sconosciuto; l’unica informazione era uno strano nome scritto sulle pizze: Bricolo. Borde era esterrefatto. Stava guardando qualcosa che non assomigliava a nulla che fosse mai stato prodotto nell’epoca del muto, e apparteneva a un autore di cui nessuno aveva mai sentito parlare. Borde si mise sulle tracce di nuovi indizi. La sua indagine trovò una felice conclusione quando lo storico riuscì a rintracciare un catalogo del 1928, che riportava anche i tre film che aveva visto: erano accreditati a un comico dimenticato di nome Charles Bowers, che in Francia era stato rinominato Bricolo. Borde iniziò a cercare altri suoi film, e alla fine sono stati una quindicina i titoli rintracciati, a fronte di una produzione sicuramente più vasta ma in parte sconosciuta. La ricerca continua, nella speranza che prima o poi da qualche archivio impolverato spuntino fuori nuove bobine di Charley Bowers.

Charley Bowers

Cosa ha colpito tanto Borde, cosa c’era di così straordinario nel cinema di Bowers da entusiasmare addirittura Breton? Charley Bowers non era un atleta eccezionale come Chaplin e Keaton, né aveva la capacità innata di riempire l’inquadratura come Harold Lloyd o Fatty Arbuckle. In effetti, come attore in sé non brillava di certo, e questo ha sicuramente contribuito al suo insuccesso. Ma il suo cinema si nutre di altro, il cinema di Charley Bowers si nutre della sua esperienza di cartoonist, si nutre di quell’ingegnosità vulcanica che lo portò a fare l’inventore. Narrativamente e visivamente la filmografia di Bowers è un inno alla libertà e all’anarchia, nella forma di una fantasmagoria che prende vita dal genio creativo del suo autore.

Sono due i fulcri della sua intera produzione: la stop motion e l’invenzione tecnologica. La stop motion, la tecnica che permette di animare dei modellini muovendoli un fotogramma alla volta, non era una cosa nuova: già a fine ‘800 si possono trovare i primi esperimenti. Ma Charley Bowers perfezionò un proprio sistema, che oltre a garantire una fluidità fino a quel momento sconosciuta, permetteva anche di mescolare l’animazione in stop motion con riprese dal vero. Quasi in ogni suo film Bowers vi ricorre, facendone il suo marchio di fabbrica. Dopotutto le bizzarrissime trame dei suoi film necessitavano di appositi strumenti per essere portate in scena: Bowers, lo abbiamo detto, era ufficialmente un inventore, e spesso nei suoi film interpreta proprio il ruolo di un inventore, alle prese con la creazione di marchingegni assurdi (da qui il suo nome francese, Bricolo, da bricolage). Uova che non si rompono, bucce di banana su cui non si scivola, piante capaci di far germogliare qualunque oggetto o animale… il mondo di Bowers risponde a logiche cartoonesche (e a volte alcuni suoi film sono vere e proprie riproposizioni di cartoni da lui realizzati in precedenza).

 Now You Tell One

È difficile rendere conto delle trame dei suoi film, vista l’assoluta libertà che le contraddistingue. Now You Tell One (1926) inizia al “Club dei Mentitori”, dove i membri si sfidano a chi racconta la panzana più grossa; ecco allora tanti microracconti che si intrufolano nella narrazione principale: elefanti che entrano al Campidoglio, un uomo che attraversa il canale della manica in bici, un investigatore che per catturare un ricercato si nasconde in un cappello. Si inserisce poi un quarto racconto, in cui si sviluppa la vicenda principale, quella di Bowers, intenzionato a conquistare una ragazza combattendo i topi che, armati di pistole, le hanno invaso casa, e per farlo si mette a coltivare gatti, che sbocciano come fiori da un arbusto da lui innestato.

In There It Is (1928) un agente di Scotland Yard (che è letteralmente uno scotland yard, cioè un cortile pieno di scozzesi) viene inviato negli Stati Uniti per indagare sulla strana presenza (un vecchio pelato e baffuto) che infesta una magione, e lo accompagna il suo fido assistente, uno scarafaggio intelligente, ovviamente anch’esso munito di kilt. Una parte sostanziosa di He Done His Best (1926) è occupata da una macchina che fabbrica un pupazzo vivente che poi fugge a dorso di uno scoiattolo, un episodio quasi del tutto irrelato alla vicenda principale.

Con questa brevissima carrellata forse si riesce già a intuire qualcosa del cinema di Charley Bowers. Sceneggiature simili non sarebbero mai potute essere semplicemente riprese e basta; per dare loro vita Bowers ricorre dunque alla stop motion, che, mescolandosi con gli attori in carne ed ossa, getta gli spettatori in un sogno a occhi aperti, creando quell’effetto straniante che deve aver affascinato Breton. È infatti uno straniamento surrealista, perché certe sequenze dei suoi film non sono altro che cinema d’avanguardia, e niente hanno da invidiare ai celebri e celebrati capolavori di Buñuel e Man Ray. Guardate la scena di Egged On (1926) in cui dalle uova tenute al caldo nel motore di un’automobile fuoriescono tante macchinine, e provate a non farvi venire in mente gli esperimenti avanguardistici coevi portati avanti in Francia, in Germania, in Russia.

Egged On

Forse però Bowers era davvero troppo avanti per i suoi contemporanei. Il tentativo di mescolare una sperimentazione così azzardata con la comicità da due bobine era destinato a non essere recepito né dal pubblico delle comiche classiche né da quello del cinema d’avanguardia. Era troppo diverso, troppo strano, probabilmente troppo straniante. L’incompleto Many a Slip (1927), quello in cui Bowers prova a inventare delle bucce di banana su cui non si scivola, sembra proprio una dichiarazione di intenti: spazzare via tutti i vecchi dispositivi comici per trovare altro con cui fare ridere, cioè i bislacchi marchingegni e le bizzarre animazioni che vivono nella casa del protagonista, uscita direttamente dal quadro di un Dalì futurista.

Il titanico intento di Charley Bowers era ovviamente destinato a fallire, e così è stato. Il suo fiasco è stato tale che ha rischiato di sparire per sempre. Riemerso dall’oblio grazie a un paziente archivista, merita di essere riscoperto e di trovare il riconoscimento che finora non ha avuto. Perché Charley Bowers, Bricolo per i francesi, era ed è un gigante. Se la storia fosse andata un po’ diversamente, ora sarebbe ricordato accanto ai grandissimi, non tanto sotto a Chaplin e Keaton. Ma è andata come è andata, e per ora tutto quello che possiamo fare in queste pagine è ricordarlo, aiutando la diffusione della sua opera, che, a quasi ottant’anni dalla scomparsa, rimane strabiliante come solo il cinema più inventivo e immaginifico sa essere.

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Scrivo, giro cortometraggi, faccio teatro.
Nel tempo libero sopravvivo.

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