The Happy Prince: l’ultimo ritratto di Oscar Wilde. La nostra recensione

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The Happy Prince

The Happy Prince, scritto, diretto ed interpretato da Rupert Everett, racconta la discesa di Oscar Wilde nelle tenebre dell’emarginazione, quando il mito scompare e non resta che l’uomo.

Caro Rondinotto”, diceva il Principe, “mi racconti di cose meravigliose ma non c’è meraviglia più grande della sofferenza degli uomini e delle donne. Non esiste Mistero più grande dell’Infelicità.

Sembra che, nelle intenzioni di Rupert Everett – superbo e misurato interprete di Oscar Wilde nonché scrittore e regista di The Happy Prince – L’ultimo ritratto di Oscar Wilde intenda essere il momento irripetibile in cui la maschera dell’istrione crolla, scivola via dal volto deformato dal dolore e rivela l’uomo.

Il film diretto da Rupert Everett dimostra di aver studiato attentamente la lezione delle lettere autografe, nonché de lDe Profundis, l’opera epistolare che egli scrisse intingendo il pennino direttamente nelle profondità del suo animo ferito, poiché ciascun prigioniero è solo e “nella cella ci sono soltanto Dio e l’uomo”.

Ma il De Profundis, che il poeta definì il suo testamento, non contiene una sola verità: la storia, e fonti, ci trasmettono il ritratto di uomo umorale e contraddittorio con l’incomparabile dono di incasellare la realtà in preziose miniature e nascondere, dietro l’autorevolezza delle sue massime, una verità di dissidenza e irrisolutezza. Poiché Oscar Wilde si è sempre concesso molto più alla vita di quanto non si sia concesso all’arte.

The Happy Prince

The Happy Prince è la narrazione della sofferenza di un uomo: un artista eccelso e incoronato dalla fama che, sottoposto alla livella del dolore e dell’umiliazione, diventa un uomo comune, con un nome comune che non è più quello del brillante commediografo che dominava i salotti londinesi, l’artista sornione e irriverente… Monsieur Melmoth non ha passato, non ha futuro. Non è destinato ad emergere ma soltanto a confondersi.

Con The Happy Prince è dunque possibile cavare l’uomo celato dietro una moltitudine informe di aforismi che, seppure sgorgati dalla sua penna, appartengono al personaggio molto più che all’uomo. L’ombra del celebre scrittore, infatti, si sovrappone a quella mesta e oscura dell’esule, tanto grigio e grottesco quanto il primo magnifico e carismatico.

Il collage narrativo, cifra costitutiva di questo film, principia con un’iconica immagine della perdizione, della solitudine, dell’emarginazione sociale: L’Assenzio, di Degas. Nel noto dipinto compare una prostituta, sola e mestamente seduta dinanzi ad un bar con la sola compagnia emblematica di un bicchiere di verde assenzio. In The Happy Prince, la giovane donna trasfigura in quella di un uomo, colto in una dissonante desolazione.

I fasti del passato compaiono per dileguarsi nell’umiltà del presente, e il sardonico umorismo di Oscar Wilde, colpi impietosi nei confronti di quel pubblico inglese a cui non concede altro che il merito della loro benevolenza, diventa l’arma che rivolge contro se stesso, sferzante, si mostra simile ad una figura dipinta da Bosch, mostruoso, grottesco, osceno… nel tentativo di trovare l’oblio nell’adesione a quei cliché che la società vittoriana gli aveva cucito addosso. Cerca la pace attraverso la mortificazione, invertendo il flusso di una delle sue più celebri massime:

Quando tutti mi danno ragione, ho la sensazione di aver torto”.

The Happy Prince

Sebastian Melmoth, però non é Oscar Wilde. Di Oscar Wilde non è rimasto altro che il vuoto, bruciante e rabbioso, di tutto ciò che gli è stato sottratto.

Io sono già morto. Non c’è più niente in me, neanche la paura”.

Rupert Everett manifesta chiaramente l’intento di dipingere il maestro del decadentismo come un martire: per questa ragione, non stupiscono i numerosi richiami alla religione cattolica, non stupisce neppure l’assimilazione tra la statua del santo e lo scrittore, che declamando i propri versi, leva la mano al cielo. Wilde, come San Francesco ha sposato la povertà ma il suo è un matrimonio combinato dalla sventura, infelice e colmo di rimpianti per quel passato illustre del quale conserva le ferite. Ciononostante, Oscar Wilde, non riesce ad emanciparsi dal proprio passato, dai propri errori. Ripercorre la strada della tragedia e della rovina, persuaso che l’amore, qualunque sia il prezzo, sia il suo posto nel mondo.

The Happy Prince

L’amore che corre incontro al Bosie Douglas è compassionevole, romantico come il sentimento celebrato sugli altari della religione cattolica: fatta di santi e peccatori, di passioni devote e brucianti che conducono alla morte.

Al riparo dalla maldicenza, rifugiati in una nuova Sodoma che ha il profilo e il calore di Napoli, Wilde comprenderà che l’attimo presente e irripetibile è l’unica felicità che Alfred Douglas è in grado di donargli. Un mero presente in cui ogni ambizione, ogni virtù letteraria, ogni aspirazione persino di un immediato domani, tace. Il sogno di Apollo, folle d’amore per Giacinto, pallido e biondo come un giglio, declina nel tepore estivo della costa partenopea, vivida e dolce nella straordinaria fotografia manierista.

The Happy Prince

Il collage narrativo conosce due approcci differenti della macchina da presa che, si discosta, seguendo il protagonista con discrezione, nella sua discesa verso l’abisso. L’occhio dello spettatore è quello di un intruso, invitato ad assistere alla disfatta di colui che apparve come una folgore nel panorama letterario, all’alba del Novecento. Oscar Wilde è dipinto come un martire, lo ricordiamo, ed egli appare come l’emblema di ciò che la legge ottusa può fare al genio, ciò che l’uomo ha fatto all’uomo.

Incalzanti e invadenti sono invece le inquadrature che portano in luce i ricordi degli ormai fugati splendori, caratterizzati da una luce plastica e radiosa che fa da contrappunto alla penombra che domina il presente e stempera nelle coltri di fumo grigio che riempiono i locali parigini.

Oscar Wilde è magistralmente interpretato da un Rupert Everett che non perde mai di vista la misura e scongiura il rischio di trasformarsi in una caricatura. Evidente è il richiamo di Colin Morgan (Alfred Douglas) al suo illustre predecessore, Jude Law.

The Happy Prince

Il taglio inedito proposto da questo film è la rilettura del ruolo chiave che ebbe Robert Ross nella vita di Oscar Wilde: il film stringe una tale sintonia con il suo spettatore che alla fine dei giochi, siamo portati ad empatizzare profondamente con la sventurata sorte del poeta. Poiché, attraverso l’intera narrazione, i nostri occhi non sono più i nostri ma quelli di Robert Ross, il suo più sincero e devoto amante e attraverso di lui, passano tutti i nostri sentimenti: la rabbia nei confronti di Bosie, l’impotenza, la paura, la lealtà e il dolore di un cuore, da lungo tempo, spezzato.

“Robbie mi ama in un modo che non potresti mai capire”

The Happy Prince è un film emotivamente intenso e coinvolgente che incorre nell’errore imperdonabile di fare di Oscar Wilde il martire di una battaglia comune, il caso esemplare di una vita distrutta dall’omofobia piuttosto che la celebrazione della sua irripetibile unicità. E un secondo errore, complementare al primo, è quello di aver inserito una vena moralizzante, distinguendo tra buoni e cattivi il manipolo di coprotagonisti che gravitano intorno al poeta. L’etica incerta e contraddittoria di Oscar Wilde, la sua debole volontà, la sua sconfinata vanità sarebbero state sufficienti a condurre gli eventi verso una propria dinamica neutralità, astenendosi da qualunque giudizio e lasciando al pubblico, l’ardua sentenza.

The Happy Prince

Portami le due cose più preziose della città”, comandò Dio a uno dei Suoi Angeli. L’Angelo gli portò il cuore di piombo e l’uccellino morto. “Hai scelto bene”, lo lodò Dio, “perché nel giardino del Paradiso questo uccellino canterà per sempre e nella mia città d’oro il Principe Felice mi glorificherà.”

Critico d’arte contemporanea, esperto di body-art, arti performative e costume-play; appassionato di letteratura e cinema.

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