Breve storia di I Love You, Daddy, il film di Louis C.K. che non vedrete mai

La distribuzione del suo utimo film è stata bloccata dopo che Louis C.K. è stato accusato di molestie. Ma I Love You, Daddy è davvero propaganda maschilista?

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I Love You, Daddy

Louis C.K. è (stato?) uno dei migliori comici statunitensi della sua generazione. Figlio della stand-up comedy di George Carlin e dell’autoironia di Woody Allen, ha saputo diventare una vera e propria icona della comicità contemporanea, e oltre ai tanti spettacoli negli anni ha realizzato numerosi film e serie TV. Il suo ultimo lungometraggio è I Love You, Daddy, presentato l’anno scorso al Toronto Film Festival, dove era stato accolto positivamente e i suoi diritti di distribuzione erano stati acquistati da The Orchad (cui fa capo la Sony). La sua uscita nei cinema era stata programmata per la metà di novembre. I Love You, Daddy, però, non è mai arrivato in sala.

Sull’onda dello scandalo Weinstein, il 9 novembre il New York Times ha pubblicato un articolo in cui riportava le denunce di cinque donne che accusavano Louis C.K. (al secolo Louis A. Székely) di molestie. Il comico ha riconosciuto le proprie colpe, e in fretta e furia The Orchad ha cancellato la distribuzione del film, i cui diritti sono stai poi riacquistati dallo stesso Louis C.K., mentre i suoi produttori cancellavano uno dopo l’altro tutti i suoi programmi e spettacoli. A giocare a sfavore di I Love You, Daddy è stato anche il film stesso, che racconta della relazione tra una diciassettenne e un vecchio regista (rispettivamente Chloë Grace Moretz e John Malkovich).

I love you, daddy

I Love You, Daddy in realtà non è un granché. Nonostante la sottilissima ironia che corre tutta la pellicola e il cast eccezionale (Malkovich nei panni del compassato ma seduttivo regista è splendido), il film è dispersivo e non riesce ad arrivare a un punto. Sebbene ciò sia innegabile, molti degli attacchi che ha ricevuto trascendono il film in sé, che è diventato piuttosto uno strumento per attaccare il suo autore, che in questa storia avrebbe riversato tutto il suo becero maschilismo. Qualcuno ritiene addirittura che I Love You Daddy non sarebbe dovuto mai essere distribuito indipendentemente dallo scandalo, perché è un film che promuove la violenza sessuale. Davvero arriva a questo? Il fu genio Louis C.K. ci ha fatto finalmente vedere quanto in realtà faccia schifo come essere umano?

A queste domande si potrebbe rispondere con un’altra domanda: senza il precedente del caso Weinstein e tutte le sue conseguenze, queste accuse di molestie avrebbero comunque fermato la distribuzione del film? Louis C.K. ha compiuto quello che è un reato, e deve pagare nei termini previsti dalla legge. Questo è il punto di partenza per qualunque discorso in merito. Ma bisogna anche sottolineare come nella sua smania di autopurificazione Hollywood abbia banalizzato la questione delle molestie sessuali, appiattendo ogni possibile giudizio. Louis C.K. si mostrava nudo a delle sue collaboratrici e colleghe mentre si masturbava. Che, di nuovo, è un gesto orribile, oltre che un reato. Ma tra questo e ingaggiare degli ex agenti del Mossad perché fermassero le donne che lo stavano per denunciare come ha fatto Weinstein, beh, ce ne passa. Mettere tutto sullo stesso piano è, oltre che ingiusto, anche controproducente, perché si rischia che non siano gli atti meno gravi a essere equiparati ai più gravi (e già questo sarebbe sbagliato), ma il contrario, spingendo a vedere uno stupratore come un molestatore (e infatti tanti hanno trovato facili argomenti per squalificare una lotta più che giusta). Eppure per l’opinione pubblica la differenza non è poi così rilevante, e Louis C.K. è uguale a Weinstein. Così demonizzato, C.K. andava bandito, e la sorte ha voluto che il suo ultimo film fosse perfetto per questo scopo.

Louis CK

I Love You, Daddy è chiaramente ispirato alla vicenda di Woody Allen. Già formalmente la scelta del bianco e nero richiama in maniera esplicita Manhattan, con cui condivide anche dettagli narrativi importanti (il protagonista che è un autore televisivo, la relazione tra una ragazzina e un uomo adulto), ma soprattutto la figura di Leslie Goodwin (il regista interpretato da Malkovich) è modellata su Allen. Allen è da molti decenni una figura controversa, ma, come Leslie, non è mai stato formalmente processato perché le indagini preliminari non hanno trovato elementi che facessero sospettare la veridicità delle accuse di stupro, e, sempre come Leslie, frequenta una donna molto più giovane di lui. Da allora, siccome esiste la presunzione di innocenza, Allen ha potuto lavorare in pace e nessuno gli ha più detto nulla. Dopo Weinstein, però, è finito di nuovo nell’occhio del ciclone, e ora la distribuzione del suo ultimo film è a rischio, mentre numerosi suoi attori hanno preso le distanze da lui (nonostante le accuse nei suoi confronti siano vecchie di decenni).

Agli occhi del pubblico I Love You, Daddy commette un peccato gravissimo: racconta la vicenda di Woody Allen senza condannarlo. Louis C.K. evita qualunque moralismo, senza criticare la relazione in quanto tale, ma tentandodi presentarla in maniera imparziale in tutte le sue criticità. Non è ovviamente un’apologia della pedofilia né promuove la violenza sessuale, ci mancherebbe, bensì cerca di essere una riflessione sui rapporti umani all’interno dello show business (e il punto focale è il rapporto padre/figlia, non quello minorenne/adulto). Come detto non riesce a dire quanto avrebbe voluto, ma accusarlo di essere l’espressione del dominante pensiero patriarcale significa stravolgere il senso dell’opera per portare avanti un proprio discorso, al quale però esso non appartiene.

Woody Allen

Purtroppo è il destino che accomuna tanti film che scelgono di non essere espliciti. The Wolf of Wall Stret venne da molti completamente frainteso come un’esaltazione di Belfort, quando invece Scorsese aveva lasciato fosse la narrazione della sua vita a esplicitarne la follia, senza sottolinearla in maniera didascalica; ma in un mondo dove la ricchezza parossistica è considerata un valore, per molti è stato impossibile vedere il durissimo ma sottile attacco sferrato da Scorsese al protagonista. I Love You, Daddy è stato ancor più sfortunato a causa delle circostanze: il mostro Louis C.K. che parla del mostro Woody Allen! Che ghiotta occasione per scagliarsi contro entrambi e quello che rappresentano, a chi importa del film in sé, dopotutto?

Occorre ribadirlo: che il caso Weinstein abbia scoperchiato il vaso di Pandora delle molestie è un bene, e se l’ipocrisia di tanti è il prezzo da pagare per combattere il maschilismo imperante, allora ben venga anche l’ipocrisia. Chi ha sbagliato deve pagare e Louis C.K., che è pure reo confesso, deve pagare per quello che è un reato, né più né meno. Ma ridurre qualunque cosa orbiti attorno a lui (come a qualunque altra personalità coinvolta) a questa vicenda è un appiattimento critico e una banalizzazione che danneggia la riflessione necessaria. Anche al netto della sua qualità non eccelsa, I Love You, Daddy poteva offrire innumerevoli spunti che invece sono andati perduti nella foga censoria. L’ultimo film di Louis C.K. non è certo un’esaltazione del machismo su cui si fonda il patriarcato, anzi, punta proprio a mettere in mostra tutte le fragilità maschili, per di più legandole ai problemi relazionali tra sessi differenti (sia in rapporti familiari che sessuali). Sarebbe stato interessante ragionare su quanto certe dinamiche siano radicate per esprimersi anche in un uomo che mostra da sempre una spiccata sensibilità per il problema.

I love you, daddy

Tutto questo non è purtroppo possibile. Il film è morto, e lo stigma sul suo autore impedisce qualunque pensiero che vada oltre a un attacco frontale puramente aprioristico. Non si tratta nemmeno di distinguere tra opera e artista: è vero che non si può giudicare qualcosa sulla base del comportamento morale del suo autore, ma questa è un’operazione difficoltosa o addirittura rischiosa se fatta nel presente. Caravaggio è uno dei pittori più straordinari di ogni tempo anche se era un ubriacone assassino, ma per un uomo del 1606 era impossibile valutare i suoi quadri senza considerare che era un fuggitivo condannato per l’uccisione di un rivale. Allo stesso modo sarebbe incauto voler ignorare del tutto ciò che ha fatto Louis C.K. davanti a I Love You, Daddy.

Il giudizio prettamente artistico dovrebbe però essere libero, e, ancor di più, bisognerebbe cercare di fare in modo che la pur giusta e giustificata indignazione non ottunda la capacità critica. Louis C.K. non è riuscito a fare fino in fondo quello che voleva con questo suo ultimo film, ma da uomo intelligente come è e rimane ha saputo comunque affrontare con coraggio un tema intricato e spinoso. È vero che quella di I Love You, Daddy non è una perdita troppo grave, ma è comunque una perdita. L’ultimo lungometraggio di Louis C.K. non meritava di essere trasformato per ragioni ideologiche in un manifesto del maschilismo contro cui scagliarsi. È una falsità. Nello stesso modo in cui sarebbe falso affermare che Salomè con la testa del Battista propugna l’omicidio.

I love you, daddy Toronto

Louis C.K. è un mostro? Ognuno si faccia la propria opinione in merito lasciando alla giustizia il compito di decidere come debba pagare per il proprio comportamento. Il suo film merita di essere visto e giudicato in sé, mettendo da parte questo spiccio moralismo di convenienza. Di tutto questo è un segno evidente la totale discrepanza tra l’accoglienza che il film ha ricevuto prima e dopo lo scandalo. A Toronto era stato applaudito (pure troppo), e solo successivamente alle accuse di molestie è saltato fuori che invece era una bandiera del maschilismo del suo autore. Questo ci dice molto dell’importanza del contesto culturale nella formulazione di un giudizio artistico. Anche senza affrontare un discorso così complesso, bisogna partire da questa considerazione per arrivare a dire che, chissà, forse Louis C.K. non merita una seconda possibilità, ma I Love You, Daddy, per lo meno, sì.

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