Il cinema di Gaspar Noé: tra fascino e rigetto

Una retrospettiva sul regista franco-argentino Gaspar Noé. Con pochi film all'attivo, è riuscito a irrompere nel panorama cinematografico destabilizzandolo.

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Noé

Un uomo distinto vestito in smoking esce irrequieto da una proiezione. Il giornalista che lo sta filmando gli chiede un’opinione sul film appena terminato in sala. L’uomo si scaglia contro la telecamera urlando: “È scandaloso! È deplorevole! Non posso credere che qualcuno possa fare una cosa del genere!”. Un’altra ragazza con più cortesia afferma: “Ho aspettato fino a un quarto d’ora dall’inizio del film… mi hanno detto che dopo migliora, ma non sono masochista e non mi piace”. Restanti persone fanno commenti tra il definirlo chi “orribile” chi “magnifico”, altri sindacalizzando sullo stato mentale del regista e se considerare un film come questo “arte”. Il video si conclude con la ripresa dell’uscita dei due attori protagonisti, Monica Bellucci e Vincent Cassel, tra fischi e acclamazioni.

L’inizio di una delle sequenze più criticate del film Irréversible (2002) con Monica Bellucci

Quello che ho appena descritto poc’anzi, è un video girato la sera del 24 maggio 2002, dopo la prima del film in concorso al Festival di Cannes, Irréversible di Gaspar Noé. La 55esima edizione del Festival, vide concorrere registi del calibro di David Cronenberg, Paul Thomas Anderson, Aki Kaurismäki, Sokurov e Roman Polanski. E fu proprio il regista polacco con Il pianista, a ricevere la Palma d’Oro da David Lynch, presidente della giuria di una delle edizioni più memorabili di Cannes. Il regista franco-argentino invece, anche portando una ventata di scandalo e caos, tornò a casa con l’amaro in bocca, non forse pienamente consapevole di quanto il suo film, avesse comunque lasciato un segno indelebile negli spettatori. Una sensazione estraniante, borderline tra la fascinazione e il rigetto.

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Irréversible (2002)

Gaspar Noé non sarà tra le file dei registi più prolifici degli ultimi decenni, ma con solo quattro film all’attivo (con un quinto in arrivo) e piccole produzioni, tra cortometraggi, videoclip e film collettivi, è riuscito a rendere forte e chiaro il suo cinema e il suo modo di approcciarsi a esso. Argentino di nascita, francese d’adozione, dalla metà degli anni 80 fino ai primi anni 90, realizza alcuni cortometraggi, dove già si può “assaporare” sulla propria pelle quello che poi sarà la sua opera. Perché Noé, tralasciando tutte le etichette date alquanto facilone, di regista dello scandalo e dello scabroso, riesce quasi chirurgicamente a tirar fuori e a mostrare, tutta la violenza e la ferocia che risiede intrinseca nei tessuti della nostra società. Non induce quasi mai lo spettatore a carpire qualche situazione turpe, ma glie la serve senza tanti eufemismi davanti ai propri occhi, facendogli vivere carnalmente in prima persona gli avvenimenti sullo schermo. Questo è dovuto anche all’uso di determinate tecniche registiche, tanto da essere divenute un marchio di fabbrica della filmografia di Noè, come l’inquadratura a focalizzazione interna o in semi-soggettiva, posta il più delle volte alle spalle dei suoi protagonisti. Costantemente con morbosità pedina i suoi personaggi da dietro, avvalendosi molte volte del piano-sequenza, così da restituire la stessa forza fenomenologica dell’esperienza vissuta.

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Seul contre tous (1998)

Il mondo di Noé è abitato da stupratori, rapinatori, tossici, reieitti, persone apparentemente comuni, essere umani qualunque, con tanti vizi e poche virtù, che il regista avvolge e insegue con la sua macchina da presa, in un continuo gioco perverso oggettivo/(semi)soggettivo. Nascondono dentro di loro spesso una forte pulsione ai piaceri della carne e un’inettitudine completa agli stimoli esterni che offre la vita. Sono così invorticati in un sentimento pessimista ed esistenziale, da perdere ogni connessione con il mondo tangibile attorno a loro. Questo lo possiamo vedere nel protagonista del suo primo lungometraggio del 1998 Seul contre tous, un macellaio cui sin dall’infanzia sembra essergli stata sottratta qualunque felicità e rivalsa, a discapito di una solitudine viscerale. Oppure in Oscar di Enter the Void del 2009, uno spacciatore americano che vive a Tokyo insieme alla sua amata sorella Linda, consumatore di droghe psichedeliche, che vivrà (e vivremo) un’esperienza extracorporea post-mortem, tra i traumi della sua travagliata esistenza passata.

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Enter the Void (2009)

Per le tematiche trattate è stato spesse volte accostato a registi come Scorsese e Kubrick, con il primo troviamo sopratutto un legame a livello stilistico. La famosa sequenza di Taxi Driver, dove una carrellata in plongée verticale segue gli esiti dell’esplosione di violenza di Travis Bickle ai danni dei protettori di Iris, viene ripresa e rimodulata da Noé nei suoi film. Nell’inizio/finale di Irréversible (il film segue un andamento per prolessi) la macchina da presa irrompe dall’alto sulla città di Parigi, con virtuosismo entra prima nell’abitazione di un signore interpretato da Philippe Nahon (lo stesso di Seul contre tous), mentre racconta a un suo amico delle molestie sessuali inflitte alla figlia, per poi proseguire verso il gay-club dopo ci sarà lo scontro fisico tra Marcus, Pierre e La Tenia. Gaspar Noé sembra quasi voler ribadire la sua presenza fissa nel mondo diegetico, facendoci penetrare sin da subito in contatto con le nefandezze della psiche instabile dei suoi personaggi. Lo stesso espediente viene riproposto in Enter the Void, ma questa volta a far da filtro delle vicende mostrate, abbiamo Oscar e il suo viaggio metafisico attraverso il suo vissuto. Con Stanley Kubrick, però mantiene un legame quasi più affettivo e ideologico, più attento alle sfumature e alla materia del maestro indiscusso del cinema. Oltre al citazionismo continuo di 2001: Odissea nello spazio, in Irréversible ed Enter the Void, che quasi lo potremmo paragonare un omaggio in chiave iper-psichedelico al film del 1968, con Love del 2015 si instaura una connessione più profonda. Love è un film erotico con protagonista Murphy e i suoi rapporti sentimentali e sessuali con due donne, Electra e Omi. Il film si apre subito con un’immagine, ne seguiranno poi svariate, di un rapporto sessuale del protagonista con la sua fidanzata, il tutto mostrato in maniera esplicita, senza censura, tanto da far gridare la critica a una pellicola al limite del pornografico. Noé da luce a una storia d’amore ripresa senza filtri di un rapporto di coppia, delle sue problematiche, del modo in cui viene affrontato il sesso, e la sua evoluzione nel corso della relazione. Non esplicitamente, o così vuole far credere, cerca di realizzare uno dei film balenati nella mente del suo maestro. Kubrick insieme allo sceneggiatore Terry Southern, avevano pensato di fare un film pornografico ad alto budget, Blue Movie, e avrebbe visto un cast formato da attori dello star system e girato con attrezzatura cinematografica professionale. Il progetto non prese mai piede, per divergenze produttive e oggi ne rimane solo il suo romanzo di riferimento del 1970 dello stesso Southern. Il regista franco-argentino invece non si tira indietro, e realizza Love, un ritratto spiazzante e fisico di quello che oggi rappresenta il sesso, sia nella nostra intimità che di traverso, nel panorama collettivo.

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Love (2015)

Gaspar Noé da bravo cineasta e culture della materia, sa come presentare i suoi racconti scabrosi a noi spettatori. La sua ricerca quasi ossequiata della violenza e corporeità dell’essere umano, si accompagna a un formalismo estetico ricercato e sublime. Ogni suo film fotografato dal belga Benoît Debie, ci trasporta in un universo carico di colore detonatore di valore semantico. Il gioco convulso che spesso fa dei tre colori primari, rispecchia il più delle volte il sentimento del film e del personaggio protagonista. Anche se troviamo ambientazioni sporche, poste al grado più basso della società, Noé le dona un fascino mistificatorio e seducente. La macchina da presa che fluttua tra i protagonisti, o ne registra passivamente le gesta, il montaggio perfettamente circolare, le luci saturate che bagnano i suoi personaggi, mentre ballano, fanno l’amore, litigano e muoiono, compongono il microuniverso reietto e borderline di Gaspar Noé. Lo spettatore non può che rimanerne ammaliato, anche trovandosi davanti a storie dove il malessere dilaga incessante, senza nessun epilogo di speranza per i suoi protagonisti.

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Oscar e Linda (Paz de la Huerta) in Enter the Void (2009)

Mostrando uno spaccato di realtà, forse scomodo per lo spettatore comune, duro da digerire e con cui difficilmente si riesce a scendere a patti, Gaspar Noé indaga nel profondo il turpe nascosto dietro le pareti delle nostra esistenza e della nostra mente. Lo fa di getto, quasi istintivamente, provocando reazioni contrariate, ripugnanti ed eccessive. Allo stesso tempo, comunque riesce a stemperare il tutto donandogli una forma elevata, dove sequenza dopo sequenza ci perdiamo nel labirinto caleidoscopico di quelle immagini estasianti. Questo sembrerebbe rappresentare il cinema di Gaspar Noé, un autore tout court, capace di aver imposto il suo personale immaginario sul grande schermo. Un privilegio raro concesso a un cineasta contemporaneo, che ne denota la sua rilevanza e merito tra i molteplici nomi che abbondano giorno dopo giorno nel panorama cinematografico. Le sue immagini possono perturbare, farci provare empatia e subito dopo rigettarle, riescono a sedurci e quasi immediatamente trovarle ripugnanti, tutto questo fa comprendere la volontà di Noé, nel riuscire ad immergerci in un’esperienza unica, usando sapientemente le capacità, spesse volte sottovalutate, date dal medium cinematografico.

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Nato a Roma, classe 1991.
Non molto bravo nelle autodescrizioni.
Sono un semplice appassionato a qualunque genere di immagine-movimento sullo schermo.

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