Conatihontas, il capolavoro che sconvolse lo Springfield Film Festival

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Gli anni ‘90 sono stati un periodo di ritrovata creatività per la settima arte. Nuovi registi si sono affacciati sul già affollato panorama mondiale, mentre altri si sono consacrati definitivamente nell’Olimpo dei nomi che contano. È stato altresì il tempo dell’esplosione dei festival di cinema indipendenti, spesso situati in località di second’ordine che necessitavano di “darsi una ripulita” e riabilitarsi agli occhi dell’opinione pubblica.

È questo il caso di Springfield. Cittadina di un non meglio precisato stato d’America, votata, stando ad un sondaggio svolto dalla trasmissione televisiva di Kent Brockman, Eye on Spriengfield, come la città più impopolare della nazione. L’idea di un film festival nasce su proposta di una cittadina – Marge Simpson – che sarà poi membro della giuria assieme al marito – Homer Simpson – in sostituzione di Martin Scorsese. A comporre il quadro dei giudici ci saranno anche: il Sindaco Quimby, Krusty il clown e Jay Sherman, noto critico newyorkese in fuga dalla rabbia dell’attore austriaco Rainier Wolfcastle dopo una pessima recensione.

Il via al Festival viene dato ufficialmente il 5 marzo 1995. L’onere di essere il film d’apertura viene affidato all’imprenditore indiano Apu Nahasapeemapetilon con il suo “Le mille luci del Jet Market” – chiari qui gli omaggi a Charlie Chaplin e alla tradizione novellistica de Le mille e una notte. Seguirà il musical broadwayano di Boe Szyslak, “Boe Trinca Trinca”. Purtroppo alcuni incidenti di produzione ne mineranno il successo presso la platea presente.

Poco male perché il ritmo torna a livelli impressionanti quando Hans Uomo Talpa, nota personalità di Springfield, presenta “Uomo colpito da una pallonata”. Parlare di quest’opera non è semplice perché forse racchiude tutto ciò che manca al cinema contemporaneo.

Il film scritto, diretto e interpretato da Hans Uomo Talpa – in pieno stile alleniano verrebbe da dire – è tanto semplice quanto diretto. Un uomo si regge in piedi su quello che, presumibilmente, sembra essere il vialetto di casa propria. Una serena e soleggiata giornata primaverile bruscamente interrotta dall’arrivo di un corpo estraneo. Una palla da rugby, improvvisamente, giunge da fuori campo (interessante qui la scelta di regia del non inquadrare l’autore del lancio) e s’infrange sull’inguine del malcapitato protagonista.

Metafora della condizione umana? L’autore ci sta facendo provare l’essenza del suo pessimismo cosmico? Il compito dell’estrapolazione del significato dal significante lo lasciamo ai critici in doppio petto. La cosa certa è che l’opera piace, in particolare ad un membro della giuria, Homer Simpson.

Non c’è un attimo di respiro. In un battibaleno giungiamo a quello che potremmo affermare essere il piatto forte. Talmente forte che la rivista “Entertainment” di Springfield ha deciso di dedicare la propria copertina all’autore – Barney Gumble – ancora prima della proiezione durante il Festival.

L’opera si apre con “Un bel dì, vedremo”, aria tratta dalla Madama Butterfly di Giacomo Puccini e interpretata da Maria Callas. Una voce fuori campo, associabile a quella dell’autore, si lascia andare ad una breve introduzione di sé:

<<Mi chiamo Barney Gumble. Ho 40 anni. Sono single e bevo>>

Sullo sfondo scorrono le immagini di una finestra spalancata sul cui davanzale è posta una bottiglia di birra Duff. Una mano, da fuori campo, la prende. L’uomo, in posizione supina, è adagiato sul divano del proprio appartamento. La stanza è sporca e disordinata. Le tende si agitano violentemente, quasi andando a chiamare Gumble, invitandolo a compiere un estremo gesto. Simbolo di una vita appassita e senza più alcuno scopo.

La dissolvenza incrocia su un’altra bottiglia trincata, stavolta sul marciapiede di una delle tante sporche vie di Springfield. L’uomo, avvinazzato, perde la presa e la birra si perde definitivamente dentro le fogne, il luogo dove forse appartiene quel veleno logorante. Evidente, qui, la citazione wellesiana della Rosebud di Quarto Potere.

<<Nell’Otello c’è un verso su un beone: “un uomo ragionevole, col passare del tempo uno sciocco, ora una bestia”. Questo dice praticamente tutto.>>

Nonostante il fugace scorrimento del tempo – evidenziato dal timelapse di un cielo nuvoloso, metafora della vita del protagonista – l’uomo rimane nella stessa posizione fetale, invecchiato di dieci, venti, forse trent’anni. Una lacrima sgorga dal suo viso.



Uno stacco fulmineo ci porta all’interno di un incontro privato. Gumble prende la parola:

<<Mi chiamo Barney e sono un alcolizzato>>

<<Questo è una riunione delle giovani esploratrici>>, risponde una giovane ragazza.

<<Davvero? O forse non volete ammettere di avere un problema>>

Qui troviamo in pochi secondi tutta la poetica dell’autore. La denuncia verso una società ottusa, chiusa nella propria ipocrisia, nelle proprie bugie. Il candido tono di voce di Barney ricorda non troppo da lontano l’innocenza del bambino che esclamava <<Il Re è nudo>> in una nota fiaba di Hans Christian Andersen.

Per girare questa scena Gumble ha dichiarato di essersi ispirato alla prospettiva kubrickiana

Noi siamo la ragazza che, pensando di parlare con un povero pazzo, dà la risposta che sarebbe lecito attendersi. Ma veramente quella è una riunione di giovani esploratrici? E se anche ignorassimo le contraddizioni insite in questa risposta, quale membro sarebbe più autorevole di un uomo che ha esplorato per tutta la vita i limiti dell’esistenza. Colui che ha osservato le Colonne d’Ercole e le ha superate, trascinato sopra un galeone senza timone.

Superato l’infruttuoso incontro, Gumble torna là dove tutto è cominciato. Il film si chiude circolarmente nell’appartamento che aveva aperto la pellicola. Più sporco di prima. I resti di uno stoico alcolismo giacciono impietriti a terra. L’autore odora una rosa, personificazione della propria vita e la pone all’interno di una bottiglia. La metafora non ha bisogno d’interpretazioni. La rosa appassisce mentre l’ormai familiare voce fuori campo avverte il pubblico, rompendo la quarta parete, con un sussurro:

<<Non piangete per me. Sono già morto.>>

Fin

La standing ovation del pubblico celebra il trionfo di Conatihontas – questo il titolo dell’opera – al primo Springfield Film Festival. Un evento che per mancanza di fondi non vedrà successive edizioni, ma, siamo sicuri, rimarrà nei ricordi dei pochi fortunati spettatori che hanno avuto modo di assistere alle proiezioni.

Barney Gumble è stato premiato con una fornitura a vita di birra Duff che ha deciso di farsi iniettare direttamente nelle vene. Una scelta sicuramente coraggiosa, ma, siamo sicuri, fedele al proprio personaggio di chiara ispirazione baudelairiana. Il grande poeta francese da lassù osserva e ringrazia.

 

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