Da Boris a La linea verticale: quando la serie italiana funziona e piace al pubblico

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La linea verticale

La linea verticale è la serie tv Rai scritta da Mattia Torre, uno dei creatori della serie cult Boris. Due esempi di serialità italiana di qualità.

La linea verticale è una mini serie tv composta da 8 episodi, di 25 minuti ciascuno, disponibile in streaming su Rai Play a partire dal 6 gennaio 2018 e andata in onda dal 13 gennaio al 10 febbraio su Rai 3. Basata sull’omonimo libro scritto da Mattia Torre e pubblicato da Baldini&Castoldi, la serie ha come protagonista Luigi (Valerio Mastandrea), un quarantenne padre di una bambina di sette anni e in attesa di un altro figlio dalla moglie Elena (Greta Scarano). A Luigi viene diagnosticato un inaspettato tumore al rene, così viene ricoverato presso il reparto di urologia dell’ospedale italiano dove poi verrà operato: dall’oggi al domani la sua vita cambia.

Accanto all’attore romano – bravissimo ad interpretare il ruolo con quel suo sguardo di malinconica tenerezza che rivolge allo spettatore fin dalla sigla di apertura – recita un cast di tutto rispetto, composto da Babak Karimi, Giorgio Tirabassi, Paolo Calabresi, Ninni Bruschetta, Alvia Reale, Antonio Catania, Cristina Pellegrino, Federico Pacifici, Elia Schilton e Gianfelice Imparato.

La linea verticale foto

Gli spettatori dalla buona memoria noteranno che nel cast ritornano molti nomi di attori che hanno già recitato in Boris, l’amatissima serie prodotta da Wilder per Fox International Channels Italy e andata in onda dal 2007 al 2010 per tre stagioni consecutive, cui poi ha fatto seguito il film omonimo per il grande schermo.
A far ritorno dall’universo di Boris non sono soltanto diversi attori (Paolo Calabresi, Ninni Bruschetta, Antonio Catania, Giorgio Tirabassi), ma anche e soprattutto Mattia Torre, qui mente creativa che scrive e dirige l’intera stagione e che in Boris era sceneggiatore e regista insieme a Giacomo Ciarrapico e Luca Vendruscolo.

L’idea di realizzare La linea verticale nasce da un’esperienza autobiografica di Mattia Torre, che ha vissuto in prima persona una vicenda analoga a quella del protagonista Luigi e ha sentito l’esigenza di creare, a modo proprio, un atipico racconto della malattia.
Nella sua serie televisiva l’ospedale viene ritratto come un luogo di inevitabile sofferenza, ma anche come spazio vitale, come teatro di solidarietà e di umana comprensione, come ambiente da cui poter imparare preziose lezioni di vita.

La linea verticale - Boris

La televisione italiana si era già addentrata nella realtà degli ospedali in diverse occasioni, ad esempio con Medicina generale o Braccialetti rossi. Ma con La linea verticale siamo di fronte a un medical dramedy sui generis, che lascia da parte il buonismo e la drammaticità che si presterebbero ad un’ambientazione ospedaliera, e sviluppa un racconto di episodi sì tragici e dolorosi collegati alla malattia, ma sceglie di svilupparlo attraverso il filtro della commedia. L’esperimento è riuscito e il risultato finale assolutamente convincente.

La serie targata Rai racconta più dell’Italia, e in particolare della sanità pubblica italiana, di quanto non riuscirebbe a fare un documentario. Come afferma lo stesso autore, «La Linea Verticale è lo stare in piedi. È aggrapparsi alla vita. Ho provato a raccontare la malattia come crisi, ma anche come occasione di crescita, di costruzione e di riscatto. Ha un taglio molto personale e libero. È stata una mia tappa sorprendente. […] L’ospedale da fuori è tormentato, un luogo di sofferenza, ma anche paradossalmente molto vitale che ti salva la vita, soprattutto quando è capitanato da un chirurgo appassionato, umano e attaccato al suo lavoro».

Il microcosmo del reparto di un ospedale diventa così un palcoscenico, in cui Luigi (e lo spettatore con lui) assiste quotidianamente alla vita di medici, infermieri, pazienti e parenti, tutte categorie umane ritratte con delicatezza e precisione, ognuna con le proprie caratteristiche distintive. Nel reparto la vita va avanti tra gioie e dolori, paure e speranze, in una realtà dove sembra possibile vivere il dolore senza dimenticare la tragicomicità che attraversa non solo la malattia, ma la vita di ognuno di noi.

La linea verticale serie

Quelli che popolano La linea verticale sono tutti personaggi profondamente umani, ognuno con paure, difetti e debolezze, tranne il chirurgo Zamagna, una sorta di divinità, una figura mitologica, mezzo uomo e mezzo dio, il migliore nel suo campo, che appare anche in sogno a Luigi, pronto a consolarlo e a dargli coraggio.
Personaggi umani, dunque, a cui ci si affeziona. Proprio come accade quando ci capita di condividere la stanza in ospedale con altri pazienti e con essi finiamo per essere confidenti, consiglieri, compagni di piccole gioie e dolori quotidiani.

I medici che ascoltano distrattamente le richieste del paziente e, qualunque problema abbia, dicono che è colpa dei vasi e che se vuole guarire deve metterci la testa. L’infermiera filippina che si autobattezza Filippa, perché sa che l’avrebbero chiamata tutti così, perché gli italiani sono un popolo semplicistico. Il paziente Amed, considerato da tutti un migrante, nonostante parli un impeccabile italiano e gestisca un negozio di antiquariato in Via dei Coronari. Il paziente proprietario di una trattoria, che teme di dover diventare vegano. Il prete del reparto che prima dispensa consigli a tutti e poi, dopo la scoperta della malattia, si mostra vulnerabile e spaventato, con tanto di crisi spirituale, come Ratzinger che un giorno si è svegliato e ha detto: “Boh!”. L’infermiere che si rivolge al prete e gli dice “E mo a te chi te consola?”. Queste sono solo alcune delle figure cui Luigi si imbatte durante la sua permanenza in ospedale, che viene commentata e raccontata facendo ricorso, in ogni episodio, a una voice-over densa di ironia.

Lo sguardo ironico è proprio uno degli ingredienti vincenti di questa serie: finalmente una fiction coraggiosa e innovativa, che ha saputo osare proponendo al pubblico qualcosa di diverso, un mix di elementi convincenti che avevamo già visto forse solo nella famosa serie con il pesciolino rosso.

La linea verticale - boris

I fan di Boris ricorderanno una delle frasi più significative, pronunciata da Lopez, il delegato di rete, durante un dialogo con René Ferretti: «In Italia una fiction diversa, oggi, non solo non è possibile, ma non è neanche augurabile. Non la vuole nessuno una fiction diversa».
L’accoglienza che la La linea verticale ha riscontrato da parte del pubblico italiano dovrebbe spingerci a credere che Lopez aveva torto. Per citare solo i primi due episodi, sono stati visti da oltre 1 milione 600 mila spettatori con uno share del 7,2%, ben superiore alle medie della rete.
Ecco la dimostrazione che il pubblico non cerca necessariamente sparatorie o innamoramenti e trame melense, ma soltanto personaggi credibili, che prendano vita da un testo scritto con abilità e spirito innovativo e siano inseriti in un universo narrativo ben costruito.
La linea verticale si inserisce così pienamente all’interno del percorso già tracciato da Boris: potendo vantare una sceneggiatura di qualità, che riesce a dipingere situazioni e personaggi surreali quanto realistici, la serie scritta e diretta da Mattia Torre ha tutte le carte in regola per permetterci di gridare a gran voce “Non è vero che la qualità ci ha rotto il cazzo”, a differenza di quanto andava sostenendo Renè Ferretti.

Non è un caso infatti che a creare La linea verticale sia stata una delle menti che, ormai più di dieci anni fa, diedero vita alla serie di culto Boris.
Boris rappresenta un unicum nel panorama televisivo italiano. Non solo ha ottenuto un vasto e diffuso successo di pubblico ed è stata ampiamente apprezzata dalla critica, ma il successo che ha ottenuto è stato – e continua ad essere – duraturo nel tempo. La serie ha conquistato una tale popolarità che ancora oggi siamo tutti a dire, sui social network e non, Dai, dai, dai!, Smarmella, Apri tutto.

La serie con Valerio Mastandrea e quella con Francesco Pannofino hanno molto in comune: innanzitutto l’efficacia della scrittura e la bravura del cast, ma anche l’unione di cinismo e ironia, l’umorismo e l’irriverenza, la compresenza di realismo ed elementi surreali, e, non ultima, la forte attualità. Allora si criticava e si sfotteva senza alcuna pietà la televisione italiana, partendo dall’ambientazione in un fittizio set televisivo italiano; adesso si racconta in maniera sincera e ironica il mondo della sanità italiana, ma anche un paese intero che fatica a rinunciare ai propri vizi e alle proprie abitudini, soprattutto alimentari.

Si tratta di due casi isolati in un panorama televisivo destinato al grigiore di trame trite e ritrite? O due esempi di come una televisione di qualità riesca a trovare ampio favore del pubblico? Secondo noi, il successo di Boris prima e de La linea verticale dopo sono la dimostrazione che una serialità italiana diversa è possibile e auspicabile.

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