50 anni di Odissea nello spazio nei ricordi di uno studente fuori sede

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È un afoso luglio bolognese di un paio d’anni fa. Per coloro che non hanno mai vissuto l’estate in quella città dimenticata dal vento dev’essere difficile capire cosa voglia dire aspettare le 20 di sera per poter finalmente ritornare alla vita. Probabilmente scoprirò il contrario nei prossimi giorni, ma non credo esista altro posto d’Italia dove l’arrivo dell’estate coincida in modo così immediato con l’addio della propria capacità produttiva e col conseguente mancato adempimento d’impegni presi, non si sa a causa di quale forza masochistica, il giorno prima. 

Sono le 21 passate. Io e altre cinquemila persone – forse più forse meno – ci troviamo sedute per terra in Piazza Maggiore ad aspettare che il sole cali del tutto. Qualcuno mangia un trancio di pizza, altri bevono birra mentre si fumano l’ultima di una lunga serie di sigarette. Non ci siamo riuniti per compiere qualche strano rito pagano, ma per far sì che la scomparsa delle ultime luci della giornata ci permetta di assistere ad una delle proiezioni che il mai abbastanza ringraziato festival de Il Cinema Sotto le Stelle organizza a cadenza quotidiana.

L’alto numero di persone accorse suggerisce, anche all’occhio di chi sta passeggiando distrattamente per il centro, che il film della serata deve essere uno di quelli importanti. Rimasti illuminati solamente dalla luce artificiale si passa alle presentazioni. L’occasione è quella del centenario della Technicolor, l’azienda americana di cui tutti abbiamo letto il nome da qualche parte. Si scopre che è la prima ad aver messo a punto la tecnica per rappresentare i colori sul grande e piccolo schermo. Complimenti.
Dopo poca pubblicità lo spettacolo può avere inizio.

Qualsiasi dubbio relativo alla potenza del sonoro viene spazzato via dal minuto e mezzo d’introduzione. Le note del Così Parlo Zarathustra di Strauss riempiono la piazza, i bassi fanno vibrare i bottoni della mia polo, e l’applauso spontaneo della platea sottolinea la solennità del momento. Questa sarà l’ultima volta in cui i presenti faranno sentire la loro presenza. Per due ore e mezza ci sarà solo Kubrick e la sua visione immaginifica. Ad onor del vero non posso dimenticarmi di citare le risate della piazza quando un cane si è messo ad abbaiare perché spaventato dai versi delle scimmie nella primissima scena. Ma giuro che poi non c’è stato altro.

Piazza Maggiore durante la proiezioni di Tempi Moderni (25 giugno 2016)

Quante volte si sente dire che Odissea nello Spazio è un un capolavoro immortale, ma lento all’inverosimile. Ecco, in caso ce ne fosse ancora bisogno, la proiezione riesce a dimostrare per l’ennesima volta che la prolissità di un film è quasi del tutto un fattore soggettivo. E ciò vale anche – o, per meglio dire, specialmente – nel caso di un’opera che ha la sua prima scena di dialogo dopo 23 minuti. E che ha 88 minuti di scene dove non viene detta una parola. Più della metà della durata complessiva.

Questi lunghi momenti di apparente silenzio sono ampiamente riempiti dalle note di Chačaturjan, di Ligeti e degli Strauss (Johann e Richard, neanche lontanamente parenti). In particolare, il già citato Zarathustra di Richard Strauss è un tema che si ripropone più volte, andando a sottolineare di volta in volta momenti fondamentali. Qualcuno ha azzardato a dire <<i momenti che segnano lo sviluppo della razza umana, in altre parole, la conoscenza>>. Il fatto che tale componimento accompagni la scoperta della violenza da parte dell’uomo primitivo sembrerebbe confermare l’interpretazione, ma le teorie riguardanti Odissea nello Spazio sono talmente tante che ci si riserva sempre il beneficio del dubbio.

Le storie che girano su Kubrick sono sicuramente le più divertenti. In gran parte si nutrono della riservatezza del personaggio, ma anche del suo difficile carattere e del suo perfezionismo patologico. Parlando di Odissea nello Spazio, si dice che il girato complessivo portato in cabina di montaggio sia stato duecento volte superiore rispetto alla durata finale della pellicola. Si dice anche che il regista abbia contattato i Pink Floyd per poter adoperare Echoes nella scena conclusiva in cui David viaggia oltre i confini dello spazio-tempo. Non esistono prove a riguardo, contrariamente a quanto successo per il suo film successivo – Arancia Meccanica – dove il rifiuto dell’utilizzo di Atom Heart Mother è ben noto e documentato.

Ma, a parte tutto, la grande importanza affidata al sonoro non è casuale. Nelle intenzioni di Kubrick vi era la volontà di creare, prima che un film, un’esperienza. Va tenuto a mente che siamo sul finire degli anni ’60, le droghe psichedeliche sono in piena esplosione e le nuove generazioni cercano di andare oltre il flebile velo di razionalità che avvolge il percepibile. Gli artisti che ancora si ricordano oggi sono, per la grande maggioranza, coloro che hanno inserito nella propria poetica tali elementi. Odissea nello spazio ben s’inserisce in questo contesto.

S’inserisce talmente bene che quando uscì nel lontano aprile 1968, stava per essere ritirato dalle sale a causa dello scarso pubblico dei primi giorni. Dopo la prima settimana, però, i gestori dei cinema cominciarono a notare una strana tendenza. Molti giovani stavano cominciando ad assistere, in numero sempre crescente, le proiezioni notturne, spesso sotto l’effetto di qualche sostanza stupefacente non meglio identificata. Mentre siedo sul crescentone di Piazza Maggiore mi accorgo, guardandomi intorno, che a distanza di cinquant’anni veramente poco è cambiato da questo punto di vista.

Ci sarebbe ancora da fantasticare sugli effetti speciali, sulle teorie complottiste dell’allunaggio, sui mancati Oscar, sulla quantità enorme di omaggi e citazioni al film nell’arte contemporanea, su tutti i grandi artisti – da Bowie a Lynch – che ne hanno tratto ispirazione, e sul povero Alex North.

Ma il film sta giungendo alle battute finali. Il protagonista è adagiato sul proprio letto di morte ad osservare ciò che non potrà mai raggiungere. Lo Starchild è tornato sulla terra accompagnato dalle stesse note dell’introduzione, completando così la circolarità del film. Il pubblico applaude, si alza e se ne va.

Io rimango a pensare che ancora una volta sono più le domande che le risposte. Il fatto divertente è che stavolta noto come Odissea nello spazio mi abbia regalato domande diverse rispetto all’ultima visione. Allora sarà che gli interrogativi cambiano perché cambiamo noi? Questo è l’effetto che fa l’arte? Chi lo sa. La certezza è che domani ho un esame e come al solito sono meno preparato di quanto dovrei essere. Meglio andare a casa a ripassare.

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Per mettermi i piedi in testa ci vuole Ben Affleck

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