It: la recensione dell’horror da record di Andrés Muschietti

È il film dell'orrore ad aver guadagnato di più nella storia del cinema. Ma It vale davvero i 700 milioni d'incasso al botteghino?

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È un periodo d’oro per il cinema horror. Negli ultimi anni sono usciti diversi film a dir poco interessanti (tra tutti bisogna nominare almeno quella perla che è The Witch), e alcuni di questi hanno anche ottenuto riconoscimenti importanti e inaspettati. Per la prima volta nella storia, ad esempio, il premio Oscar per la Miglior sceneggiatura è andato a un film dell’orrore, Scappa (a meno di non voler considerare horror pure Ghost), film che era candidato anche come Miglior film, categoria per la quale ha vinto una pellicola che non si può considerare horror ma che più di qualche sfumatura orrorifica ce l’ha, La forma dell’acqua.

Questa apertura dell’Academy a un genere cui è solitamente avversa corrisponde anche a una maggior attenzione del pubblico. Nel 2017 è uscito nelle sale il film horror che ha incassato di più nella storia del cinema: It, nuovo adattamento (primo per il grande schermo) dell’omonimo romanzo di Stephen King, che ha guadagnato più di 700 milioni di dollari in tutto il mondo. I fan del genere possono sicuramente essere contenti di questa nuova primavera, ma It, tra tutti i buonissimi film horror realizzati in questi ultimi anni, merita davvero così tanto?

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La trama dovrebbe essere nota a tutti: nella fittizia cittadina di Derry (ovviamente nel Maine: è un libro di Stephen King, quindi il Maine è la sede di ogni male) vive un’entità malefica che ogni 27 anni si risveglia per nutrirsi dei bambini della città sotto le sembianze di un clown di nome Pennywise. Un gruppo di ragazzini si trova così ad affrontare la creatura, dopo che questa ha divorato Georgie, fratellino di uno di loro. Nel romanzo (e nella miniserie del 1990) i membri del gruppo si ritrovano 27 anni dopo, ormai diventati adulti, per combattere Pennywise una seconda volta, ma questa parte della storia verrà raccontata nel secondo capitolo del film, in uscita a settembre 2019.

Il romanzo darebbe la possibilità di costruire qualcosa di molto interessante, perché, oltre a essere assai spaventoso, è anche una grande allegoria della crescita e della maturazione (sessuale compresa). Un film potrebbe utilizzare questa doppia struttura per mettere in piedi un horror con più livelli di lettura, riversando la potenza della scrittura di King nelle immagini cinematografiche, facendo emergere da esse un altro, profondo sottotesto. Peccato che It non vi riesca minimamente.

Soprattutto il lato horror è davvero deludente. Il film di Andrés Muschietti, che pure visivamente dimostra un buon talento, è un perfetto esempio di narrazione pigra. La trama va avanti in maniera schematica: presentazione dei personaggi, apparizione di Pennywise a un bambino, confronto tra i bambini, altra apparizione di Pennywise, nuovo confronto tra i bambini, un’altra apparizione di Pennywise e un altro confronto, e avanti così finché il mostro non è apparso a tutti e ci può essere lo scontro finale. Mai un guizzo, mai un’idea: lo spettatore a ogni scena sa cosa aspettarsi in quella successiva.

Per fare paura, poi, Muschietti non sfrutta quasi mai l’atmosfera o l’ansia che il racconto potrebbe generare, ma ricorre sistematicamente al sistema più sciatto e inefficace che ci sia: i jumpscares, ovvero l’inserimento di un’immagine improvvisa e inaspettata, spesso accompagnata da un aumento repentino del volume, così da far saltare lo spettatore sulla sedia. Ovviamente ciò spaventa molto, ma a spaventare non è il film in sé quanto l’evento inatteso, che potrebbe letteralmente essere ogni cosa. Una volta terminato, un film fondato sui jumpscares non lascia nulla, e non rimangono nello spettatore l’ansia e l’inquietudine che un buon horror dovrebbe provocare. It purtroppo funziona così: a spaventare è l’improvviso apparire di Pennywise o di una delle sue incarnazioni, non il fatto che le nostre paure possano nutrire il male e dargli concretezza.

Andres Muschietti

Muschietti riesce un po’ meglio a raccontare i personaggi, anche al netto delle scene epurate dal libro (nel romanzo appare una scena di sesso di gruppo che coinvolge tutti i ragazzi). O meglio: i bambini sono tutti bravi e mostrano una grande chimica, rendendo le loro scene credibili, ma l’unico di loro ad avere una costruzione davvero efficace è Beverly, la ragazza del gruppo. Per lei davvero il film riesce a formare un legame tra la sua situazione umana e la componente horror della storia. La seconda è un’espressione esplicita di ciò che nella prima è implicito, dando a Beverly una tridimensionalità che nessun altro personaggio ha, come non ce l’ha il film nel suo complesso. La scena dell’esplosione di sangue nel bagno mostra cosa vuol dire raccontare attraverso le immagini, e infatti è il momento migliore del film, l’unico in cui Muschietti riesce a fruttare appieno il valore simbolico e metaforico dell’immagine cinematografica. Peccato che tutto sia confinato in un solo, breve momento.

Bev

Ci sarebbero poi tanti altri problemi di cui parlare, a partire da uno scontro finale a dir poco ridicolo, ma è proprio l’impianto alla base di It a non funzionare proprio. Così costruito il film è solo un elegante horror privo di nerbo, noiosetto e dimenticabile, se non per qualche piccola intuizione (il Pennywise di Bill Skarsgård è ottimo, forse pure troppo: riesce difficile credere che il piccolo Georgie vedendoselo apparire in un tombino non fugga terrorizzato ma anzi si metta a parlare tranquillamente con lui; il Pennywise di Tim Curry nell’indifendibile serie tv era, almeno d’aspetto, un clown vero e proprio, e si può accettare che un bambino di otto anni non ne sia immediatamente spaventato).

I produttori sono stati però abilissimi a sfruttare l’imperante nostalgia degli anni ’80 e ’90, creando un’attesa spasmodica per il film che è stata assai efficace. Può dispiacere che un film come It abbia ottenuto così tanto successo, al contrario di horror ben più meritevoli. Si può però sperare che questo nuovo entusiasmo per il genere aiuti anche le produzioni più piccole. Non c’è che dire, è comunque un periodo interessante per tutti gli appassionati di horror.

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Scrivo, giro cortometraggi, faccio teatro.
Nel tempo libero sopravvivo.

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