Quando i creatori dei South Park andarono agli Oscar sotto LSD

Una serata veramente magica

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Sono passati più di vent’anni dal primo episodio dei South Park. “Cartman si becca una sonda anale” andò in onda nel lontano 13 agosto del 1997. Nel giro di qualche mese la serie passerà dal milione di spettatori ai quasi sette dell’amato season finale – “La mamma di Cartman se la fa con tutti” (in realtà non c’è bisogno di citare i nomi degli episodi, è solo una scusa per scrivere oscenità). Da allora le cose sono cambiate per il cartone animato creato da Matt Stone e Trey Parker, il quale adesso può contare su una solida base di fan diffusa in tutto il mondo.

Un universo, quello di South Park, prettamente tratto da elementi autobiografici. Il Colorado innanzitutto, dove i creatori hanno passato infanzia e adolescenza. Oppure come non citare Randy Parker, padre di Trey, che ha ispirato pesantemente le fattezze di Randy Marsh, padre di Stan nel cartone. Insomma un prodotto figlio dei propri creatori, cosa assolutamente non scontata nel panorama odierno.

Stone e Parker si conoscono all’Università del Colorado durante un corso di cinema, necessario ad entrambi per ottenere qualche credito extra. I due non fanno fatica a legare essendo accomunati dall’amore per i Monty Python e da un gusto per l’umorismo dissacrante, provocatorio e stupido, come loro stesso lo definiscono durante un’intervista da Letterman:

<<Viene chiesto alla classe di formare delle coppie per realizzare un cortometraggio di 5 minuti con una camera da 16mm. Ci rendiamo subito conto che tutti volevano fare una roba in bianco e nero pseudo-artistica sull’esplorazione sessuale o sul mangiare carne andata a male. Allora guardo Matt e gli chiedo: Vuoi fare un corto sulle scorregge? >>

Il frutto della loro prima collaborazione è un proto-South Park, dove Gesù e un pupazzo di neve combattono per vincere lo spirito del Natale.

I due cominciano a scrivere e disegnare corti d’animazione, quasi tutti andati perduti. Nel 1992 Parker userà per la prima volta la tecnica per la quale è conosciuto, la stop motion in cutout animation, che consiste nel creare dei collage con la carta e fotografarli più volte per dare l’illusione del movimento. Il risultato è American History, che varrà a Parker il primo premio della sua carriera.

Arriva il 1995. Stone e Parker si trasferiscono a Los Angeles pensando di essere sulla cresta di un’onda destinata a portarli al successo. Nulla di più sbagliato. Nonostante i contatti acquisiti durante gli anni precedenti, i due sono costretti a vivere di stenti dormendo, quando andava bene, sui propri panni sporchi. Il materasso non è ancora una spesa che si può affrontare.

<<Dormivamo per terra pensando: “Wow, ancora due settimane e saremo ricchi”. E presto le settimane divennero mesi, i mesi anni>>

L’occasione arriva quando Brian Graden, produttore esecutivo per la FOX, gli commissiona il sequel del loro primo corto, Gesù vs Babbo Natale. Il prodotto finito viene inviato a diversi pezzi grossi e qualcuno lo digitalizza pure, mettendolo su internet, dove diventerà uno dei primi video virali della storia.

Dal corto, Stone e Parker ne trarranno la serie che conosciamo noi. Che, però, non verrà comprata dalla FOX – ciò a causa della presenza nello show di Mr. Hankey, un pezzo di cacca parlante – ma da Comedy Central, un canale sull’orlo del fallimento.

Alla fine del 1998 Comedy Central incasserà 150 milioni di dollari solamente dalla vendita del merchandise.

I due diventano delle celebrità ad Hollywood ed ottengono, senza troppe pressioni, i finanziamenti per realizzare un film basato sull’universo di South Park. Bigger, Longer & Uncut esce negli USA il 30 giugno 1999, sotto i favori della critica. Incassa l’esorbitante cifra di 83 milioni di dollari e guadagna una nomination agli Oscar del 2000 per la canzone “Blame Canada”. Per la cronaca, verranno battuti da Phil Collins e la sua You’ll Be in my Heart, cantata in Tarzan.

Parker, l’unico che del film firma la regia, viene così invitato alla cerimonia degli Academy Awards del 2000. Avendo la possibilità di portare un’accompagnatrice, ma non essendo fidanzato, decide di chiamare il suo socio, Matt Stone. I due non fanno parte del mondo patinato di Hollywood e serve farlo notare, magari, perché no, nello stile dissacrante che li ha resi celebri.

Subito arriva la prima idea: <<Non sarebbe buffo se mi presentassi come la tua ragazza, magari vestendomi da modella est-europea?>>, chiede Stone a Parker. <<Beh se tu ti vesti da donna allora voglio farlo anch’io>>, risponde Parker. Detto fatto.

Bellissimi

Serve anche presentarsi in modo tale da non essere cacciati. Allora ecco che i vestiti scelti non sono inediti, ma appartengono al guardaroba di Jennifer Lopez e Gwyneth Paltrow. In modo tale che se la security si fosse lamentata in qualsiasi modo la risposta poteva essere: <<A loro non avete fatto problemi, perché a noi sì? Tutto ciò è sessista e omofobo!>>.

Qualcuno potrebbe pensare che sia finita qui. Tutto il contrario.

Il 26 marzo 2000, a distanza di 10 anni circa dal loro primo corto, i nostri eroi si stanno preparando per la serata. Sono con un amico che, molto innocentemente, propone loro di calarsi un paio di cubetti di zucchero imbevuti nell’LSD. Proposta accettata sul nascere.

<<A pensarci adesso è una roba da pazzi. Oggi se mi dicessero di farlo risponderei: “No assolutamente. Non ho idea di cosa dovrò fare in una serata del genere. Sarebbe troppo spaventoso”>>

Così eccoci, la serata sta per cominciare e i due stanno camminando sul red carpet, fatti come delle pigne, vestiti da donna. Il tutto mentre rispondono alle domande dei giornalisti. Poco prima di scendere dalla limousine e cominciare la follia, però, Parker dice a Stone: <<Qualsiasi domanda ci facciano sui vestiti noi dobbiamo divagare. Dire cose del tipo: “È così bello essere qui stasera. È veramente una serata magica>>.

Una volta seduti nello Shrine Auditorium di Los Angeles i due si sono goduti la serata. La serata di American Beauty, di Matrix e de Il Miglio Verde. Ma anche la serata del compianto Robin Williams che dedica loro “Blame Canada” nel bel mezzo della cerimonia.
Insomma, una serata magica.

 

Per mettermi i piedi in testa ci vuole Ben Affleck

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