L’assassinio di Gianni Versace: recensione ep. 9 – Solo – [Ultimo episodio]

Giunge al termine con il nono episodio, intitolato Solo, L'assassinio di Gianni Versace. Diamo quindi un giudizio finale alla serie di Tom Rob Smith.

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Assassinio di Gianni Versace

15 Luglio 1997: giorno dell’assassinio di Gianni Versace e data in cui inizia il nostro percorso sotto la guida sapiente di Tom Rob Smith.                                                               23 Luglio 1997: morte di Andrew Cunanan e termine del nostro viaggio.                       Teoricamente nel mezzo ci sarebbero solo otto giorni ma quello che hanno voluto fare i creatori della serie è stato trasportarci nel mondo distorto di un giovane ragazzo che si credeva speciale e che ha trovato nella distruzione l’unico modo di diventarlo. L’assassinio di Gianni Versace si è concentrata per tutti i suoi nove episodi esclusivamente sull’assassino relegando lo stilista italiano sullo sfondo ed utilizzandolo, prevalentemente, come termine di paragone. Quello che resta (e che resterà) è uno splendido melodramma che ci trasporta nell’ipocrisia degli Stati Uniti degli anni ’90 senza mai perdersi in banalità e mantenendo al centro della vicenda Andrew Cunanan, un Darren Criss in stato di grazia che ci regala una delle migliori prove mai viste su piccolo schermo.

The Man Who Would Be Vogue

assassinio di Gianni Versace - recensione

Gli autori ci avevano già specificato fin dal principio con il titolo del primo episodio, The Man Who Would Be Vogue, la natura della serie e dell’analisi su Andrew Cunanan. Un ragazzo che come obiettivo ha sempre avuto quello della notorietà, dell’apparenza, dell’essere visto e riconosciuto da tutti perchè “speciale” proprio come diceva suo padre. E non è un caso che questo ultimo episodio, diretto da quel Daniel Minahan già dietro ai due splendidi episodi quali La Casa sul Lago e Coming Out, si apra esattamente come si era concluso il primo, con Andrew che cammina verso Gianni e pone fine alla sua vita. Sipario, applausi, fama. Proprio in questi termini si esprime anche Ronnie Holston (Max Greenfield) durante l’interrogatorio con le forze dell’ordine: <<Andrew voleva mostrarvi il suo dolore. Voleva farvi sapere che era nato nella menzogna. Andrew non si sta nascondendo: vuole essere notato.>> La puntata segue quindi un Andrew che inizialmente si gode la notorietà, è soddisfatto di vedere il suo viso su ogni schermo ed il suo nome ripetuto continuamente dai maggiori speaker americani e non. È fermamente convinto di riuscire nella fuga anche questa volta, di non dover pagare per ciò che ha fatto. Resosi rapidamente conto dell’impossibilità, momentanea almeno, della fuga decide di rintanarsi in una casa galleggiante che occupa abusivamente. È qua, in questo momento, che si trova a fare i conti con la sua “fama” e con le conseguenze dei suoi atti. Servizio dopo servizio ecco tutti i parenti delle vittime, uomini e donne che lui ha condannato alla solitudine ed al dolore. Dalle persone si può fuggire, dalle responsabilità si può fuggire, dalle paura si può fuggire, ma dalla presa di coscienza no. Da quella non si scappa, mai. Arriva e ti lascia, in un istante, Solo.

Solo

Assassinio di Gianni Versace

Andrew, dopo aver partecipato spiritualmente al funerale di Gianni, decide di chiedere aiuto all’unica persona di cui si è realmente mai fidato, suo padre. Con la straziante telefonata gli autori ci mostrano la reale natura del nostro protagonista, un ragazzo spaventato e solo che in lacrime prega il genitore in cerca di aiuto. Modesto Cunanan (Jon Jon Briones) dopo aver promesso di aiutarlo, rilascia un’intervista agghiacciante in cui elenca una serie di menzogne (tra cui dichiarazioni su accordi con major hollywoodiane per un biopic sulla vita del figlio) davanti agli occhi increduli di Andrew che segue sulla televisione. È qua che il ragazzo si rende conto di essere diventato nient’altro che un riflesso, una copia speculare del padre che tanto aveva rinnegato andando così a chiudere un cerchio fatto di odio, dolore e falsità. La centralità dell’intero percorso de L’assassinio di Gianni Versace è la caduta del castello di carta fatto di illusioni di Andrew Cunanan, un ragazzo che ha dedicato la sua vita a cercare di essere qualcun altro, qualcuno che potesse essere accettato e approvato da una società non diversa da lui per numero di menzogne. Un mondo che non era stato in grado di difendere le sue vittime ma che ora era pronto a prenderlo. Andrew, stanco e privo di forze se stesso da bambino, ancora innocente ma pronto a seguire un destino già scritto. Inerme attende le forze dell’ordine, sente di essere accerchiato e decide di fuggire un’ultima volta volgendo la pistola contro di sé. In quel momento vede il suo ultimo incontro con Gianni, un episodio che nessuno ha mai confermato e che magari ha solo immaginato ma che, vero o falso che sia, ha segnato entrambi indelebilmente. Gli ultimi minuti dell’episodio ci mostrano, con il ritorno in sottofondo de l’Adagio in Sol Minore di Giazzotto sentito nel primo episodio, come la morte non abbia appianato le differenze tra i due, da una parte l’urna dorata e compianta di Gianni Versace, dall’altra il loculo disperso nella moltitudine di Andrew Cunanan. “Solo” un ragazzo, beffarda ironia per chi voleva essere molto, molto di più.

Conclusioni

L’assassinio di Gianni Versace prosegue il percorso di American Crime Story iniziato sulla vicenda di O.J. Simpson con grande qualità e personalità. Tom Rob Smith, con l’immancabile Ryan Murphy, ci presentano un prodotto ambizioso che non chiude e non si esprime con chiarezza lasciando nell’ambiguità i facili giudizi. Ci mostrano un’America succube del suo Status Symbol di terra promessa e accerchiata nelle sue mille ipocrisie. Anche in quest’ultimo episodio non mancano i riferimenti all’inettitudine dimostrata dalle forze dell’ordine da una parte ed alla grande omofobia dall’altra. Indubbiamente si può dichiarare l’operazione riuscita, L’assassinio di Gianni Versace regala al pubblico alcuni degli episodi più disturbanti della storia della televisione (ad esempio La Casa sul Lago) all’interno di un percorso melodrammatico ben equilibrato. Indubbiamente i difetti non mancano, ma davanti a questa grande ambizione e ad una tale cultura per il “bello” non possiamo che ritenerci soddisfatti. La vicenda di Andrew Cunanan, siamo sicuri, rimarrà negli spettatori per molto tempo, grazie ad un grande lavoro di scrittura e, scusate se ci ripetiamo, ad una delle migliori interpretazioni degli ultimi anni da parte di Darren Criss.

 

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Semplicemente appassionato ed affamato di tutto ciò che riguarda la cultura e l’arte popolare (nel senso letterale del termine): fumetti, libri, fotografia, tv e, ovviamente, cinema, che ne è il massimo esponente e la massima espressione.

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