The Place: fino a dove si può arrivare per realizzare un desiderio?

La recensione del film di Paolo Genovese, candidato ad otto David di Donatello: la discesa negli abissi dell'etica di nove persone con un desiderio da realizzare.

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Paolo Genovese, due anni fa, si è dimostrato un maestro nel realizzare un film di stampo, per così dire, teatrale. Un cast corale di attori importanti, una sceneggiatura magistralmente scritta, continuità di spazio e di tempo tra scena e scena, eventi azzerati o avvenuti altrove per lasciare campo agli sconvolgimenti emotivi dovuti ad essi. Questo è successo nel 2016 con Perfetti Sconosciuti, che ha ottenuto un importante successo sia di pubblico che di critica: due David di Donatello vinti, come miglior sceneggiatura e miglior film, ma soprattutto 17 milioni incassati nelle sale (evento quasi commovente, per un film italiano).

Il cast di “Perfetti Sconosciuti” (2016)

E allora il regista romano ha pensato bene di riprovarci, e di realizzare un film ancora più minimalista, ancora in un’unica location: stiamo parlando di The Place.

The Place è un ristorante in cui quotidianamente, sempre allo stesso tavolo, è seduto un uomo (interpretato da Valerio Mastandrea). Giorno e notte. E al suo tavolo si susseguono appuntamenti di lavoro: nove personaggi che si alzano e si siedono a turno, rivolgendosi a lui. Perché lui è in grado di realizzare un loro desiderio, qualunque esso sia. Ad esempio una suora (Alba Rohrwacher) che desidera ritrovare la fede perduta oppure un cieco (Alessandro Borghi) che vuole riacquistare la vista. O ancora un’anziana (Giulia Lazzarini) che chiede di far guarire il marito dall’Alzheimer.

Ma tutto ha un prezzo, e questo lo sa bene chiunque si sieda a quel tavolo. Per ottenere ciò che brama ciascuno di loro dovrà fare qualcosa in cambio, questo è il patto. E in questo scambio, quasi sempre, il richiedente sarà obbligato a combattere con i propri principi morali: la suora dovrà dunque avere un figlio, il cieco dovrà violentare una donna, l’anziana dovrà compiere un attentato. E così via.

È sempre possibile dire di no e strappare il contratto. Ma il punto è di non dimenticare mai che tutto ha un prezzo. È troppo semplice chiedere gratis qualcosa che per noi è importante. Questo professa l’uomo – di cui non conosceremo mai l’identità – che segna sul suo gigantesco taccuino i parametri di qualunque accordo che i clienti pattuiscono con lui. Il punto è proprio questo: quale prezzo si è disposti a pagare per realizzare il proprio desiderio più grande?

L’idea alla base è, dunque, davvero molto intrigante. Pur non essendo un’idea originale, visto che il film consiste in un adattamento di una serie tv, The Booth at the End, disponibile su Netflix.

Xander Berkeley in “The Booth at the End” (2010)

La sceneggiatura firmata da Genovese stesso e Isabella Aguilar, trae diversi spunti dall’alter ego nordamericano che, in alcuni casi, sfociano in vere e proprie citazioni, con diversi dialoghi ripresi dall’originale e addirittura alcune inquadrature (il crocifisso nascosto dalla suora tra le pieghe dell’abito talare, come a volerlo nascondere dalla proposta indecente che ha appena ricevuto). Vi è comunque un tentativo di radicare la storia all’interno del nostro clima sociale, ad esempio nell’episodio del poliziotto Ettore e di Azzurra (Marco Giallini e Vittoria Puccini), che tocca il tema della violenza sulle donne. Ma in generale tematiche e struttura devono molto alla serie preesistente.

E non è un caso che questa storia sia stata pensata e destinata ad una serie, perché la serialità è in grado di proteggerla, dai tempi morti e dalla staticità, non avendo mai la possibilità di spostarci dal tavolo del ristorante. In un film questi rischi sono più tangibili. E dunque nel film, a servizio della storia, si fanno largo le prove attoriali.

Alessandro Borghi in “The Place” (2017)

A primo impatto viene da lodare Alessandro Borghi, ormai non più astro nascente ma stella consacrata nel panorama recitativo italiano, che in quest’opera viene valorizzato dai panni di un cieco, che gli consentono un lavoro meticoloso sull’espressività. Oppure Mastandrea, che si esibisce in una prova di intenso contenimento: del dolore della gente che gli si rivolge, dei dubbi e delle incertezze riguardo a ciò che a loro impone. Colpisce in positivo Giulia Lazzarini, già apprezzata in Mia madre di Nanni Moretti e con ampio merito candidata quest’anno al David di Donatello come miglior attrice non protagonista. Sbalordisce con la sua umanità mista a una convinzione integerrima e a una certa dose di sana aggressività. È il personaggio che più di tutti – e per giunta il più anziano – si batte contro ciò in cui non crede, al punto di rischiare la salute del marito, pur di rifiutare il sadismo di un gesto che non vuole compiere.

Giulia Lazzarini in “The Place” (2017)

È molto complesso parlare di The Place, da un punto di vista stilistico ma anche registico, utilizzando canoni “normali”. Questo perché non vediamo mai altro che i campi e i controcampi dei dialoghi al tavolo, tutto ciò che succede succede da un’altra parte, e ci viene solo raccontato da chi era presente. È ben diverso da ciò che si può dire di altri film dalla struttura similteatro, come lo stesso Perfetti sconosciuti, oppure il sublime film francese Cena tra amici. In quei casi vi era comunque possibilità di muoversi, grazie all’utilizzo, appunto, delle scene alla francese. La divisione di un unico luogo in diversi sub-ambienti consentiva comunque lo spostamento dei personaggi, gli stacchi, la creazione di un certo dinamismo pur rimanendo sempre in un’unica location. In The Place ciò non avviene: oltre al tavolo vediamo solo alcune esterne del ristorante, l’insegna e la strada, ma non ci spingiamo mai oltre. La stessa esistenza del personaggio della cameriera (interpretata da Sabrina Ferilli, l’unica che interagisce con Mastandrea sul piano umano) serve soprattutto in funzione di un distaccamento, almeno per qualche istante, da quel tavolo e da quelle dinamiche.

E la domanda sporge spontanea: perché allora The Place non annoia mai, minimamente, pur restando fissi su un tavolo per circa un’ora e quaranta?

Valerio Mastandrea in “The Place” (2017)

Perché le storie che coinvolgono i personaggi sono molto interessanti, e i loro dialoghi al tavolo pure. Tutto ciò che succede succederà anche fuori campo, ma noi spettatori abbiamo una fervida immaginazione. Dunque riusciamo ad appassionarci anche ad eventi che non vediamo ma che presumiamo solamente dalle parole dei loro artefici. Alla fine ci sembra di essere seduti anche noi a quel tavolo, ci sembra di vivere insieme a loro quelle storie e quei dilemmi etici ad esse legate.

Perché è di etica e di morale che si parla, in The Place. È molto facile desiderare qualcosa con tutto il cuore, e soprattutto è umano. Ma restiamo convinti di un desiderio, anche se rischiamo di far male a qualcuno nel realizzarlo?

È un grande interrogativo, quello che pende sopra il tavolo di Mastandrea, mentre obbliga i suoi clienti a scegliere sotto pressione. E un gigantesco punto di domanda riguarda anche il suo stesso personaggio. Perché i dilemmi non sono solo quegli degli altri, ma anche i suoi, dato che agisce in virtù di una non meglio precisata “volontà superiore”.

Non ci verrà mai detto, di chi si tratta. Forse del diavolo, visto che richiede azioni crudeli? Oppure parliamo di un dio disilluso e indifferente o, ancora peggio, di un dio cattivo e vendicativo?

Non ci è dato saperlo. Ci restano in mano solo i dubbi stessi, i nostri ed i loro. Ed il peso che grava su chi i dubbi li affronta. Le prove sono intense, sofferte, e ci chiediamo cosa avremmo potuto fare noi nella stessa situazione, ci immedesimiamo.

Ci immedesimiamo in eventi che nemmeno vediamo: questa è la grande potenza di The Place. Che racconta le storie di nove personaggi, ed immancabilmente finisce per parlare di noi. E ci passa la palla, una volta finita la visione. Ed allora ci chiediamo: “Cosa sarei disposto a fare, io, per qualcosa che desidero davvero?”

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Sceneggiatore, nel tempo libero scrivo racconti. Credo che ogni persona abbia un universo dentro e che vada raccontato. Credo nell’empatia.

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