Fortunata, la recensione del film di Sergio Castellitto

Fortunata, candidato a quattro David di Donatello, è il sesto film diretto da Sergio Castellitto. Con Jasmine Trinca, Stefano Accorsi e Alessandro Borghi.

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“Sergio Castellitto riesce, almeno in parte, a portare sullo schermo un buon film tratto da una sceneggiatura ricca di cliché e con qualche difetto”.

Fortunata è una giovane madre alle prese con un divorzio complicato; il marito di lei continua a farle visita con insistenza e aggressività, senza disdegnare la violenza fisica. La donna lavora in nero come parrucchiera e fa di tutto per coronare il suo sogno: aprire il suo negozio. Chicano, il migliore amico con problemi di tossicodipendenza, la aiuta nell’impresa. La figlia di Fortunata, Barbara, è arrabbiata e turbata. Il punto di svolta arriva quando, sotto indicazione dei servizi sociali, i genitori della bambina acconsentono a mandarla da uno psicologo, Patrizio. Fortunata e quest’ultimo intraprendono ben presto un rapporto sentimentale.

Fortunata

La degradata periferia romana è il contesto ideale, scelto con gusto da Sergio Castellitto, per portare in scena una serie di personaggi dimenticati dal mondo. La loro convinzione, più o meno inconscia, di non avere diritto a fortuna e felicità è il concetto di fondo che fa da leitmotiv al film. Un concetto che, attraverso picchi drammatici e continui traumi, viene riproposto frequentemente, in maniera quasi ridondante. Risulta difficile, tuttavia, comprendere fino in fondo quale sia la morale e il punto di forza del prodotto; se si va oltre al comprensibile vittimismo dei personaggi e a una convincente interpretazione di Jasmine Trinca, Fortunata non riesce mai a trovare elementi che riescano concretamente a dare sostanza all’animo della storia. Non riescono a farlo neanche i personaggi: Patrizio, interpretato da uno Stefano Accorsi sottotono, è il personaggio che risulta più monotono e piatto, oltre che moralmente a dir poco discutibile. Ancor più stereotipato è il personaggio di Chicano; lamentoso e passivo, incarna alla perfezione il ruolo di depresso e tossico privo di sussulti. Capace di vivere la vita quasi esclusivamente attraverso la passività. Ma andrebbe benissimo così, se solo i personaggi mostrassero un po’ più di animo, di complessità e di verve oltre alle consuete caratteristiche tipiche di umani sconfitti dalla vita che, giustamente, vale sempre la pena di raccontare.

Il pessimismo, il dramma elevato all’ennesima potenza e il vittimismo, dunque, sono la croce e delizia del film. Sebbene risultino a tratti stucchevoli, è proprio la disperazione totale e senza via d’uscita – alimentata in seguito a frequenti colpi di scena dall’infinita tristezza – che risveglia lo spettatore da diversi momenti di stanca presenti già nella fase di scrittura. Fornisce, quindi, la possibilità che il film sia comunque vedibile e godibile fino alla fine. Inoltre, è sicuramente degna di nota la buona direzione del regista. Sergio Castellitto riesce, almeno in parte, a portare sullo schermo un buon film tratto da una sceneggiatura ricca di cliché e con qualche difetto, ma sicuramente ricca di entusiasmo e irrequietezza. Con dinamismo e passione, attraverso il montaggio e i movimenti di macchina, l’autore asseconda l’esigenza di trovare il coraggio per vivere che serve disperatamente ai personaggi. Asseconda anche la vitalità di Margaret Mazzantini, scrittrice del film, che ha dato vita a uno script un po’ confusionario ma comunque interessante.

Nato a Roma. Giornalista sportivo e cinematografico. Studioso e appassionato della Settima Arte e della letteratura da sempre. È tutto.

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