Sicilian Ghost Story, la recensione del candidato ai David di Donatello

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Sicilian Ghost Story, la recensione del candidato ai David di Donatello

Sicilian Ghost Story è candidato ai David di Donatello per la sceneggiatura non originale, la fotografia e per il premio David Giovani. Ecco la nostra recensione.

Fabio Grassadonia e Antonio Piazza sono due nomi poco noti al grande pubblico italiano. Il loro lungometraggio d’esordio, Salvo (2013), è stato un successo al Festival di Cannes, eppure è avvenuto in un momento relativamente inoltrato delle loro vite (Grassadonia è del 1968 e Piazza è del 1970). Entrambi dunque si sono trovati sotto una grande pressione nel momento in cui sono stati scelti per aprire la Settimana Internazionale della Critica del Festival di Cannes 2017. Proprio Cannes, che li aveva celebrati nel 2013 in occasione di Salvo, ha reagito ancora in maniera estremamente positiva davanti a Sicilian Ghost Story, accolto con 10 minuti di applausi alla fine della proiezione.

Questo perché i due registi sono stati bravi, in entrambi i film realizzati, a mescolare elementi tipici della cultura e della società italiana, con gli stilemi di generi diversi e con influenze derivanti dalle più varie fonti autoriali. Se nel caso di Salvo la storia di ambientazione mafiosa passava dal filtro del noir e del western uniti a una narrazione che ricordava alcune pellicole di Takeshi Kitano, in Sicilian Ghost Story invece le influenze più evidente sono quelle dell’horror psicologico e del realismo magico che ricorda vagamente lo stile di Guillermo del Toro.

Sicilian Ghost Story, la recensione del candidato ai David di Donatello

Il pretesto che dà il via alla vicenda principale è la scomparsa del giovanissimo Giuseppe, rapito improvvisamente in circostanze misteriose. Prima di ciò, abbiamo modo di assistere alla nascita (o allo sviluppo, se vogliamo) della love story tra lui e Luna, una ragazzina indipendente con un carattere deciso. Il rapporto fra i due è proprio ciò che farà progredire la pellicola, divisa fra la condizione di prigionia di Giuseppe e la ricerca disperata di Luna. Il tutto avvolto da un alone di mistero e onirismo, che tende a sfumare i contorni netti tanto della narrazione quanto dell’ambiente.

L’elemento principale che distingue la pellicola è, come precedentemente anticipato, il lavoro compiuto dai due registi e dal direttore della fotografia Luca Bigazzi per rendere opaco tutto ciò che riguarda la vicenda. Le dinamiche di mafia vengono mascherate, rese parzialmente illegibili, mentre la ricerca di Luna deve passare attraverso un’apparente perdita di lucidità che la porta ad avere visioni oniriche dalla dubbia validità. Per esaltare ciò, i luoghi in cui si svolge il racconto non sono né i centri abitati delle città, né il paesaggio siciliano così come lo si immagina, cioè assolato, caldo e accogliente.

Sicilian Ghost Story, la recensione del candidato ai David di Donatello

Anzi, la Sicilia del film è caratterizzata da una topografia atipica, costituita da boschi di cui non si vede la fine, laghi perennemente coperti da una coltre di nebbia, e case lontane da tutto e da tutti in cui la tranquillità del nucleo familiare è messa continuamente in difficoltà da forze interne ed esterne. Un territorio selvaggio tappezzato da case abusive in cui la mafia rinchiude i suoi ostaggi. Irraggiungibili ed esausti, essi perdono presto la forza vitale, diventando semplici pedine nelle mani di un potere che li sfrutta liberamente, forte anche del totale controllo sul territorio. La speranza è la prima a morire, consumata dopo mesi di ricerche ed in gran parte ostacolata dalla paura.

Eppure Luna non la perde mai, continua a cercare il ragazzo di cui è innamorata nonostante tutti intorno a lei abbiano smesso di farlo, inarrestabile anche di fronte alla mancanza di appoggio da parte della famiglia prima, e degli amici poi. La narrazione si divide fra la vita di Luna, votata completamente alla ricerca di Giuseppe, e la prigionia di quest’ultimo, mostrata con crudezza. Anche lo stile cambia parzialmente in base alla situazione, e se le azioni di Luna sono spesso incorniciate da una regia che esalta la componente onirica e offusca i contorni ambientali, la condizione di Giuseppe è sottolineata in maniera esplicita.

Sicilian Ghost Story, la recensione del candidato ai David di Donatello

Quella che poteva essere una ‘semplice’ storia di mafia e di rapimento, viene allora esaltata da una ricerca formale molto attenta, che punta ad una voluta lentezza e all’indugiare su alcuni elementi. Il passaggio dalla realtà all’illusione è veloce, netto, eppure lo spettatore non perde mai la strada. Non c’è molto dell’ambiguità annunciata dal titolo, e la molteplicità di significato ricercata in maniera decisa viene raramente raggiunta, ma rimane l’abilità di raccontare una storia in maniera originale, più vicina ad un’idea europea di cinema d’Autore che all’estetica del realismo che molto spesso viene privilegiata nel nostro Paese. Una menzione speciale va fatta all’ottima fotografia di Luca Bigazzi, bravissimo ad evidenziare l’indefinitezza del paesaggio.

Sicilian Ghost Story forse non merita i 10 minuti di applausi ricevuti a Cannes, eppure è un buon film, le cui uniche pecche sono la recitazione di alcuni attori e l’eccessiva (in termini di tempo) lentezza nell’indugiare su determinate situazioni. Rimane comunque un prodotto che per la sua originalità e per il respiro internazionale si differenzia dal panorama italiano. Un esperimento coraggioso che, seppur meno riuscito del precedente Salvo, non può più farci ignorare l’abilità di Grassadonia e Piazza.

Leggi anche la recensione di A Ciambra e Napoli Velata, altri due candidati ai David.

Studente di Cinema. Faccio molte cose come fotografare, scrivere e bere ma non me ne riesce bene nessuna. Forse l’ultima un pò meglio delle altre.

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