L’assassinio di Gianni Versace: recensione ep. 6 – L’uomo Giusto

Prosegue l'analisi de L'Assassinio di Gianni Versace nella descrizione del mondo della menzogna, fatto di miraggi e di castelli creati dal suo protagonista.

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Assassinio di Gianni Versace, recensione ep.6

L’assassinio di Gianni Versace torna dopo la pausa con il sesto episodio, L’uomo Giusto, e porta avanti il suo percorso sulla descrizione del mondo delle menzogne e delle sue conseguenze con qualche riflessione su quell’American Dream mai così patinato e così fragile.

Tutte le persone che amo

L’episodio inizia un anno prima dell’inizio della serie degli omicidi di Cunanan, per esattezza nel giorno della festa del suo compleanno. Regista di questo episodio è Gwyneth Horder-Payton, già dietro la macchina da presa con Un omicidio Casuale e che tornerà anche per il prossimo Ascent, ci porta quindi all’inizio del declino della mente e della vita di Andrew (non a caso il titolo inglese della puntata è Descent). La serie ci porta quindi nel momento in cui il giovane Cunanan cerca di conquistare completamente David ed a convincerlo ad essere l’uomo della sua vita. Vedremo quindi il processo di costruzione di quel castello di carta basato sul (falso) successo e sulla esagerazione con relativo l’innalzamento della drammatizzazione di tutto quello che ruota attorno alla vita di Andrew. Emblematica per quanto inquietante la scena della foto di gruppo, “Tutte le persone che amo” dirà sospirando il giovane. Su quattro dei protagonisti, tre da lì ad un anno saranno vittime del protagonista, si salerà solo Norman che in un istante di lucidità si renderà conto di chi ha effettivamente davanti. Altrettanto significativo è appunto il dialogo tra il magnate e Cunanan dove finalmente Andrew in un istante di sincerità dirà uno dei due motivi per cui si è costruito questa realtà fittizia in cui vivere, perchè l’alternativa è “Così mediocre“. Così muore l’American Dream.

L'assassinio di Gianni Versace, recensione ep. 6

Sotto il peso delle aspettative

Dall’addio di Cunanan a Norman si apre quindi la seconda parte di questo sesto episodio de L’assassinio di Gianni Versace, dove lo spettatore si troverà a seguire il crollo mentale e fisico di Andrew. Situazione di svolta è certamente il litigio con David, nel fallimento di Andrew nel diventare un uomo che il ragazzo possa effettivamente amare senza però rendersi conto del fatto che ciò derivi concretamente dal suo mondo menzognero, dall’assenza di verità e di fiducia. Il tutto appare ancora più chiaro durante il trip del giovane sotto effetto di droghe, dove vi è l’incontro con Versace dove vittima e carnefice discutono e dove Cunanan accusa lo stilista di non meritarsi tutto quello che ha essendo loro non dissimili nei fatti. È qui però che subentra con un’ultima, ficcante, battuta il personaggio di Edgar Ramirez sottolineando una importante differenza: lui è amato. Tutto ciò porta ad un totale crollo di Andrew che lo porta a tornare a casa dalla madre, costringendolo ad un crudo ed impressionante bagno di realtà, niente più parenti milionari, solo la semplice verità. Ma è qua che il personaggio di Darren Criss viene mostrato nella sua completezza, in questi minuti finali comprendiamo la sua natura e da dove derivano le sue “ambizioni”. Allineandosi all’affresco sulla mente umana realizzato da David Fincher con Mindhunter (magnifica serie Netflix), L’assassinio di Gianni Versace, dimostra come la madre di Andrew ha rovesciato completamente il suo essere nel figlio creando, a causa delle sue enormi aspettative, quello che poi diverrà uno dei killer più temibili della storia americana. Quello che era solo un ragazzo fragile compie completamente la sua mutazione dicendo addio alla madre ed iniziando il suo, sanguinoso, percorse.

Le colpe dei padri non ricadono sui figli: non sempre, non questa volta.

 

L’appuntamento con L’assassinio di Gianni Versace torna la prossima settimana qua su Ciakclub

Semplicemente appassionato ed affamato di tutto ciò che riguarda la cultura e l’arte popolare (nel senso letterale del termine): fumetti, libri, fotografia, tv e, ovviamente, cinema, che ne è il massimo esponente e la massima espressione.

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