Insidious, la recensione del capostipite della serie horror di James Wan

Nel 2010 Wan rivitalizzava la propria carriera con Insidious, un buon horror nel quale però si intravede solo in parte il talento del regista malese.

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Insidious

La serie di Insidious è da poco sbarcata in Italia con il suo quarto capitolo, Insidious – L’ultima chiave, che come i primi due sequel dell’originale (un sequel e un prequel, a voler essere corretti) non è stato accolto molto positivamente. Al contrario del film del 2010, che invece era stato ampiamente apprezzato, rilanciando la carriera dell’ancor giovane James Wan, all’epoca trentatrenne. Wan, regista cino-maliano naturalizzato australiano, era diventato un caso mondiale quando, nel 2004, a soli 27 anni, aveva ottenuto un clamoroso successo internazionale con il primo Saw, horror inventivo e divertente che aveva incassato più di cento milioni di dollari a fronte di un costo di poco superiore al milione. Sembrava però aver poi smarrito la strada, dopo che i due successivi Dead Silence e Death Sentence avevano fatto fiasco.

La critica più comune al suo cinema era rivolta alla violenza. Non tanto alla violenza in quanto tale, ma alla sua centralità narrativa: a molti i film di Wan sembravano stare in piedi solo per l’abbondante uso del sangue; senza sarebbero stati davvero insulsi. In effetti, persino Saw, se privato della sua componente splatter, potrebbe finire col girare a vuoto… Wan decise allora di rispondere con i fatti. Lo criticano perché i suoi horror sanno solo essere violenti? Allora lui fa un horror senza un filo di sangue, fondato solo sulla tensione. È così che è nato Insidious. E pubblico e critica gli hanno dato ragione: buone recensioni e 100 milioni di incasso.

 James Wan

Insidious è nella sua prima parte un classico film di infestazione: una famiglia si trasferisce in una nuova casa, ma quando il figlio maggiore finisce in un inspiegabile coma strane presenze iniziano a tormentarli. Solo nell’ultima mezz’ora, quando si rivela l’origine delle presenze, Insidious si allontana dal suo genere per diventare qualcos’altro. Tutti hanno lodato la parte iniziale del film, e buona parte del suo sviluppo: Wan infatti riesce bene nel suo intento, e dimostra di sapere costruire la suspense con scene ansiogene e inquietanti. Meno ha convinto il terzo atto, a causa del calo di tensione a cui porta la storia. Sono tutte affermazioni vere, in effetti, ma nonostante questo, forse, è proprio la parte in apparenza meno riuscita a far distinguere Insidious.

Il calo di tensione c’è, ed è innegabile, come in tanti film in cui a un certo punto bisogna fare i conti con l’attesa che si è creata e scioglierla. Forse però a Wan non interessava poi così tanto che Insidious proseguisse in quella direzione per tutta la sua durata; dopotutto fa entrare in scena due spalle comiche (in effetti piuttosto divertenti) che dimostrano quanto da un certo punto in poi a lui interessi altro. Cosa? La rappresentazione dell’Altrove (The Further in originale), il mondo popolato da demoni e fantasmi in cui il corpo astrale del bambino è intrappolato.

Insidious

Bisogna essere onesti: Wan gira bene, e al contrario di tanti suoi colleghi è un regista che si prende i suoi tempi, evitando di uccidere l’atmosfera horror con una regia frenetica e un montaggio ultracinetico, ma in buona parte Insidious è davvero un film di infestazione come innumerevoli altri. Bambini fantasma che corrono per la casa, figure nell’ombra, voci inquietanti, porte che si aprono e chiudono da sole scricchiolando: il catalogo dei cliché è completo. Così, per quanto sul momento possa pure fare paura, rimane ben poco di interessante. Se anche il finale si fosse fondato su questi stratagemmi, Insidious sarebbe stato dimenticabilissimo.

Ecco allora che Wan decide invece di terminare il proprio film gettando il suo protagonista nell’Altrove, con la cui costruzione visiva può dimostrare di non aver perso l’immaginazione che aveva in Saw. Il regista cambia ambientazione, cambia atmosfera e cambia anche messa in scena, riuscendo con il nuovo stile (più frammentario, più distorto) a restituire l’alterità del luogo. L’Altrove è una dimensione demoniaca riuscitissima, un incubo rarefatto speculare alla realtà umana. È vero che di tensione ce n’è ben poca e non si libera di tutti i cliché, ma ha una freschezza che manca al resto di Insidious.

Insidious

Non che ciò basti a renderlo un grande film, certo. Ma è un buon horror, questo sì. James Wan è un regista intelligente, dotato di immaginazione e di un solido mestiere; lo si è visto anche nel successivo L’evocazione – The Conjuring, il suo film di maggior successo. Dopo Saw, però, si è dedicato sempre a film dall’impianto un po’ troppo tradizionale, che rimangono godibili proprio perché Wan sa fare bene il suo lavoro, ma ai quali manca una vera impronta personale all’infuori di quella squisitamente tecnica. Solo in Saw, che pure paga tutti i difetti da opera prima e non è il suo film migliore, è riuscito a fare qualcosa di davvero innovativo. I suoi horror rimangono una spanna (forse anche due o tre) sopra alla maggior parte del contemporaneo cinema di genere statunitense, ma sarebbe bello vederlo lavorare di nuovo a un progetto più vicino a Saw (non come trama, ma come estro) ora che ha perfezionato le proprie capacità narrative, invece di perdersi in sequel (Oltre i confini del male: Insidious 2, The Conjuring: Il caso Enfield, che al di là della qualità non riescono davvero a brillare proprio perché sequel) e blockbuster su commissione (Fast & Furious 7, il prossimo Aquaman). A quel punto sì che potrebbe tirar fuori un nuovo grande classico del cinema dell’orrore.

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Scrivo, giro cortometraggi, faccio teatro.
Nel tempo libero sopravvivo.

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