Grand Budapest Hotel, la recensione dell’opera di Wes Anderson

Grand Budapest Hotel coniuga sostanza e perfezione estetica, nell'opera più matura di Wes Anderson.

0
2989

È il 1932, monsieur Gustave è il consierge e direttore del Grand Budapest Hotel. L’uomo, eccentrico e vanitoso, gode piacevolmente della compagnia delle signore di una certa età. Una di queste gli affida in eredità un prezioso quadro; in seguito alla morte della donna, il figlio Dimitri accusa Gustave di averla uccisa. L’uomo finisce in prigione. Ma il suo neoassunto lobby boy, Zero Moustafa, lo aiuta a risolvere la spiacevole situazione. La loro complicità li porta a sostenersi e spalleggiarsi in avventure di tutti i generi.

Wes Anderson costruisce la linea narrativa su tre fronti: il film inizia con il monologo di uno scrittore che, per dar vita al proprio romanzo, si basa sul racconto orale dei fatti dallo stesso Zero, diversi anni dopo gli anni ’30. La linea narrativa principale è quella del 1932. Ogni fase della storia ha un aspect ratio (ovvero il formato del film) diverso dagli altri. Quello principale è il formato Academy, equivalente, più o meno, al 4:3 televisivo che conosciamo oggi; fu il ratio più utilizzato fino agli anni ’50, quando ad Hollywood presero il sopravvento dei formati più panoramici come il CinemaScope. Prima di allora, i due principali registi della commedia americana furono Billy Wilder e Ernst Lubitsch: è a loro due che, attraverso questa scelta estetica e a diversi elementi narrativi, Wes Anderson decide di rendere omaggio. Ma l’omaggio sta anche nei toni leggeri, da commedia appunto, che fanno da leitmotiv alla storia; una storia che, nonostante la leggerezza, non disdegna scene di omicidi di poveri uomini – e gatti – senza risultare mai drammatico. L’ironia è anche in questi episodi. Wes Anderson decide di omaggiare la purezza del racconto narrativo, attraverso questo particolare schema a scatole cinesi, con vivacità e estro; ma anche rigore geometrico e perfezione nella ricerca estetica, elementi che vengono valorizzati da un’infinita dose di fantasia.

Grand Budapest Hotel
L’albergo del film

Il film – possiamo dirlo senza mezzi termini – ha un impatto visivo che lo rende una delle opere più interessanti di sempre. Le scale cromatiche e la ricerca di colori saturi e vivaci sono studiati in maniera ossessiva per ogni personaggio e per ogni situazione: a ognuno il suo colore. E poi le scenografie, l’imponenza di un albergo di lusso, eccentrico e ricco di intensità nei colori quanto la divisa viola di chi lo dirige, è semplicemente fuori da ogni schema. Poi abbiamo una scelta di campi e piani, di carrellate e panoramiche, che sono geometriche e a scatti, dinamiche e studiate nel centimetro. I campi e i controcampi, nelle scene d’azione, sono tanto perfetti quanto lo è un’equazione matematica. Sono educati, così come monsieur Gustave che decide di istruire Zero con consistenti dosi di buone maniere e rigore, professionalità e puntualità, ma anche passione e entusiasmo. Il carattere del personaggio principale, interpretato da Ralph Fiennes, riflette lo stile estetico e registico del film.

Grand Budapest Hotel
Gustave e Zero nell’ascensore dell’albergo

Ma non è solo estetica. Gran Budapest Hotel riesce ad allontanare con forza il sospetto che, andando oltre all’impatto visivo, i film di Wes Anderson abbiano poca sostanza da un punto di vista tematico. È evidente che non sia così. I dialoghi geniali e brillanti danno ritmo e senso di pienezza all’opera; la perfezione visiva fornisce sostanza e viene arricchita da una maturità drammaturgica e tematica che porta l’autore alla sua massima espressione artistica. Il punto tematico è anche nell’assurdità della condizione di un immigrato, Zero, che continua ad essere fermato al confine da guardie in cerca dei suoi documenti. Una situazione che sembra più attuale che mai. Poi c’è l’assassino (Willem Dafoe), agli ordini di Dimitri (Adrien Brody), che è cattivo e senza scrupoli. Il mondo, a pochi anni dal crollo sociale e civile della guerra e delle persecuzioni razziali, sembra il posto più inospitale e grigio dell’universo. Eppure, c’è una lieta e rassicurante speranza nel rapporto di solidarietà fra i due protagonisti; così come nella dolce e ingenua storia d’amore tra Zero e la sua ragazza (Saoirse Ronan), tipicamente “alla Wes Anderson”. E poi, con quei colori ironici, come si fa ad odiare il mondo? La malinconica vivacità di Grand Budapest Hotel regala a un mondo crudele e in decadenza una rispettabile dignità; non possiamo che sorridere delle disavventure di monsieur Gustave e Zero Moustafa.

Leggi anche la recensione di Moonrise Kingdom

 

 

 

 

 

Nato a Roma. Giornalista sportivo e cinematografico. Studioso e appassionato della Settima Arte e della letteratura da sempre. È tutto.

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here