Il fascino dei road movie, uno sguardo sul cinema on the road

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Un nostro sguardo sul cinema on the road, considerato il più “amercano” dei generi cinematografici che nel tempo ha conosciuto diverse rivisitazioni.

«Dobbiamo andare e non fermarci finché non siamo arrivati»
«Dove andiamo?»
«Non lo so, ma dobbiamo andare».
(Jack Kerouac, On the Road)

Il cinema on the road si diffonde negli Stati Uniti alla fine degli anni ’60, dopo che è stata la letteratura, con il romanzo On the Road (1957) di Jack Kerouac, autore di riferimento della Beat Generation, a creare i presupposti perché questo genere nascesse e si sviluppasse ampiamente.
I road movie raccontano un viaggio, spesso senza una destinazione precisa, compiuto da personaggi ribelli, trasgressivi e anticonformisti. Il viaggio sulla strada è un’esperienza densa di significati, oltre che un potente espediente narrativo, un elemento di partenza che permette a registi e sceneggiatori di raccontare sul grande schermo una certa società, con tutti i cambiamenti politici e culturali che la attraversano.

In questi film emerge un nuovo modo di rappresentare gli spazi e gli ambienti, con riprese continue di sconfinate praterie, motel, deserti e lunghi rettilinei che definiscono il paesaggio americano; ma si sente anche il bisogno di utilizzare la musica in maniera diversa. Negli anni ’60 e ’70 l’impatto della musica nella cultura americana è molto forte e nel 1969 si svolge Woodstock, il festival musicale più importante di sempre. Molti dei film di questi anni vengono ricordati (e amati) soprattutto per la colonna sonora: Mrs robinson Simon & Garfunkel ne Il laureato e Born to Be Wild degli Steppenwolf in Easy Rider sono i due esempi più lampanti.

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Proprio Easy Rider di Dennis Hopper, con i suoi acceleratori premuti al massimo e le sue musiche rock che accompagnano le avventure dei protagonisti ribelli contro il conformismo e le istituzioni, può essere considerato il capostipite del genere on the road, il più americano dei generi cinematografici, di cui fanno parte anche il precedente Gangster Story e il successivo Strada a doppia corsia. In Easy Rider i protagonisti sono i due “ribelli” Billy (Dennis Hopper) e Wyatt (Peter Fonda) che si mettono in viaggio e attraversano l’America in sella alle loro motociclette. Anche l’avvocato alcolizzato George (Jack Nicholson) si unisce al loro viaggio, dopo averli fatti uscire di prigione.
Già I selvaggi di Roger Corman possedeva alcuni elementi tipici del genere e, con la sua banda di motociclisti lungo le strade della California, è stato precursore dei road movie che sarebbero venuti poco tempo dopo.

Negli anni successivi il cinema on the road ha avuto le più svariate declinazioni: ne La rabbia giovane i protagonisti viaggiano per fuggire dalla polizia, ma anche dal mondo civile, dalla comunità umana e dalla sue leggi, in Duel un “semplice” road movie diventa un thriller angosciante e onirico dalla forte suspense, in Paris, Texas un uomo attraversa le autostrade americane insieme al figlio per ritrovare sua moglie (e forse se stesso), in Thelma & Louise il viaggio delle due donne consiste nella fuga da una vita coniugale insoddisfacente. Solo per fare qualche esempio.

Spesso il viaggio è simbolo di un percorso esistenziale, talvolta di maturazione o iniziatico, compiuto dal protagonista. Qualcosa di simili accade in Una storia vera di David Lynch, che racconta un viaggio attraverso le strade americane compiuto da un anziano signore a bordo di un piccolo tagliaerba, ma si presenta come un atipico film on the road. Si tratta di un road movie intimo, dove il viaggio diventa metafora del percorso personale del protagonista e spunto per riflessioni universali sulla vita e sulla vecchiaia.

Arrivando al cinema italiano, il titolo che si è imposto come capostipite del genere on the road nella penisola è ovviamente Il sorpasso di Dino Risi, uno dei capolavori della commedia italiana del boom economico. Comico e tragicamente amaro insieme, Il sorpasso segue il viaggio di Bruno (Vittorio Gassman) e Roberto (Jean-Louis Trintignant) lungo il litorale toscano: qui il viaggio è simbolo del percorso dei protagonisti, dall’euforica e spensierata partenza da Roma alla tragica curva finale a Calafuria; in questo percorso l’automobile è simbolo di fuga da un destino che, nonostante ogni tentativo di evitarlo, ribadisce la propria ineluttabilità. Il film esce nel 1962 e fa da modello per molti registi americani, soprattutto Dennis Hopper che si ispira alla sua struttura narrativa per Easy Rider.

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Un titolo più recente di road movie italiano è Caro diario, dove Nanni Moretti, in sella alla sua vespa, si muove tra i quartieri di Roma percorrendo strade semi deserte durante il mese di agosto. Attraverso lo sguardo del personaggio-regista Moretti, riscopriamo luoghi e scorci inusuali della capitale. Con le panoramiche sulle case dei quartieri Moretti ci offre un ritratto architettonico di Roma, ma ci rende anche partecipi delle sue riflessioni sul cinema e delle sue confessioni personali.

Potremmo continuare all’infinito parlando di road movie e i titoli appartenenti a questo genere cinematografico sono così numerosi – nel panorama americano e in quello italiano, ma non solo – che è impossibile citarli tutti. Nel corso della storia del cinema numerosi registi hanno saputo utilizzare le caratteristiche tipiche del genere on the road, rielaborandole secondo gusti ed esigenze personali, riuscendo a far emergere, ognuno in maniera diversa, la propria libertà espressiva e creativa.

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