È Solo la Fine del Mondo, la recensione del film di Xavier Dolan

La recensione di È Solo la Fine del Mondo, film del 2016 di Xavier Dolan, vincitore del Gran Premio della Giuria al Festival di Cannes dello stesso anno.

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È Solo la fine del Mondo

È il 2015, Dolan viene dal grande successo di Mommy che gli è valso il premio della Giuria al Festival di Cannes 2014 e con esso la notorietà internazionale. Inizia a lavorare sul suo primo film in lingua inglese, The Life and the Death of John F. Donovan e mette insieme un cast ricco di stelle hollywoodiane (Kit Harrington, Natalie Portman, Jessica Chastain e molti altri). Alcune delle star hanno però altri impegni da portare al termine. Di conseguenza Dolan decide di dedicarsi, per il momento, ad un altro progetto, adattando la piéce teatrale, parzialmente autobriografica di Jean-Luc Lagarce, Just la Fin du Monde. Un testo che solo cinque anni prima aveva, per stessa ammissione del regista canadese, rifiutato non capendolo. E così al Festival di Cannes del 2016 Xavier Dolan presenta  È Solo la Fine del Mondo, dividendo critica e pubblico ma aggiudicandosi il Premio Speciale della giuria. È la seconda volta, dopo Tom à la Ferme, che il giovane autore realizza un film partendo da un soggetto non scritto di suo pugno. E come nell’opera portata al Festival di Venezia del 2013, con È Solo la Fine del Mondo, Dolan realizza un film differente dai suoi precedenti, in cui sperimenta molto e, seppur con tutti i difetti del caso, fa un passo avanti nel suo sviluppo tecnico e nella maturazione della sua poetica autoriale.

“Home is not a harbour
Home home home
Is where it hurts”

Un uomo è seduto in aereo, nella penombra, per un attimo i suoi occhi sono coperti dalle mani di un bambino.

Una voce fuori campo:

“E così dopo 10 anni, diciamo 12 se non si conta quella volta, insomma dopo un’assenza di una dozzina di anni e nonostante la paura, ho deciso di tornare a trovarli. Esiste una serie di motivazioni che ci appartengono, che riguardano soltanto noi e che ci spingono a volte a partire senza voltarci indietro. Allo stesso modo esiste una varietà altrettanto grande di motivazioni che ci spingono a tornare. Ed è così che dopo tutti questi anni ho preso la decisione di tornare sui miei passi, intraprendere il viaggio per annunciare la mia morte, annunciarla di persona e magari dare agli altri ed anche a me stesso un’ultima volta l’illusione di essere, fino alla fine, padrone della mia vita. Vediamo come andrà.”

È Solo la Fine del Mondo

È Louis (Gaspard Ulliel) che ci dice già tutto sulla vicenda che seguiremo vedendo È Solo la Fine del Mondo. Tempo e luogo sono imprecisati così come la malattia che affligge il protagonista. “Loro” sono Vincent Cassell, Marillon Cotillard, Léa Seydoux e Nathalie Baye, ovvero la sua famiglia. La musica che segue questo monologo, Home is Where It Hurts di Camille, fa già intuire quanto potrà essere duro e doloroso questo incontro. La sequenza successiva, con uno splendido montaggio alternato, ci prepara a questo evento: da una parte il tratto in taxi di Louis, dall’altra i preparativi del pranzo di famiglia. Il tutto con toni molto più vicini al thriller di quanto si possa immaginare, andando poi a chiudere su un orologio a cucù e mostrandoci così l’ultimo dei protagonisti della vicenda: il tempo.

Sulla porta ad attenderlo c’è Suzanne (Léa Seydoux), la sorella minore che non lo ha mai conosciuto e che, proprio per questo, lo ha idealizzato e quindi adorato fino ad ora; Antoine (Vincent Cassel) fratello maggiore che vive con soggezione il ritorno di Louis, più intelligente e dotato; Catherine (Marion Cotillard) cognata che non ha mai incontrato ma che, probabilmente per questo motivo, lo capirà meglio degli altri; per ultima la madre Martine (Nathalie Baye) che non ha mai compreso fino a fondo il figlio ma non vuole in alcun modo fargli mancare il suo supporto ed il suo amore. Pur non essendo, quindi, un soggetto scritto di suo pugno l’opera nasce su un tema caro e ricorrente nella filmografia di Dolan: i legami familiari. Ed ecco quindi la famiglia che prima viene vista come luogo sicuro in cui poter far ritorno e poi, immediatamente, diventa Giudice e Giuria della vita dell’individuo che si sente “morire” in questa, estenuante, dicotomia.

Attraverso l’uso dei primi (e dei primissimi) piani e ispirandosi al Kammerspiel (corrente del cinema avanguardista tedesco), Dolan, utilizza i volti del suo eccezionale cast come tele per dipingere le sfumature dell’animo umano, dando via ad una gara di interpretazioni che raggiunge vette di assoluto livello. Scontri fatti di sguardi, di silenzi, di smorfie, scontri dalle quali si riesce a fuggire esclusivamente tramite l’immaginazione del protagonista, attraverso quei momenti in cui il regista fa uscire uno dei suoi tratti caratteristici, uno dei suoi filtri per la realtà, si alza la musica e lo spettatore inizia a viaggiare. Su tutte la scena con in sottofondo Dragostea din tei, in cui vediamo un breve flashback di Louis da ragazzo. Una scena in cui si interrompe l’oppressione e fiinalmente il pubblico può tirare un (breve) sospiro di sollievo. Una valvola di sfogo che Dolan ha sapientemente inserito.

È Solo la Fine del Mondo

“Anche se non hanno voce, i morti vivono”

È Solo la Fine del mondo conferma l’abilità del giovane regista canadese nel creare un equilibrio fatto di sbilanciamenti. Ma è anche un enunciato dell’autore che comunica a tutti la fine del suo mondo, di una sua stagione autoriale giunta al termine. E ce lo dice con un film sul non detto, sull’isteria e sull’inconciliabilità di una famiglia che, come il suo protagonista, ha le ore contate. Esattamente come l’uccellino del finale, Louis, è al suo ultimo, consumato, giro di giostra. In realtà però il personaggio di Gaspard Ulliel è già morto, esattamente come il cinema giovanile di Dolan ma non per questo è finito, anzi. Il talento del Québec riduce l’eccesso per creare un film denso e potente. È Solo la Fine del Mondo è cinema in ogni sua componente, dalla gestione della fotografia che varia al mutare dell’umore della narrazione dai colori caldi ai colori freddi. È cinema nei campi e nei controcampi che comunicano molto più delle parole che con la loro assenza vanno a costituire un Horror Vacui, riempito da tutto il resto. È cinema nella gestione dei dettagli (per esempio sulla fossetta di Ulliel) e nelle scenografie ricche di particolari che danno informazioni sui protagonisti (esempio perfetto è la cameretta di Suzanne).

È Solo la Fine del Mondo è un film difficoltoso che richiede allo spettatore di empatizzare fortemente con la vicenda per essere apprezzato. Un’opera che decreta, col non detto, la morte del giovane Xavier Dolan regista e del mito della famiglia, celebrando tutto cìò che verrà senza però svelarcelo.

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Semplicemente appassionato ed affamato di tutto ciò che riguarda la cultura e l’arte popolare (nel senso letterale del termine): fumetti, libri, fotografia, tv e, ovviamente, cinema, che ne è il massimo esponente e la massima espressione.

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