In Bruges, la nostra recensione del film d’esordio di Martin McDonagh

Già alla sua opera prima Martin McDonagh aveva dimostrato un grande talento, e soprattutto di sapere bene su cosa fondare tutto il suo cinema. In Bruges è stato il primo passo verso le 7 candidature all'Oscar di Tre manifesti a Ebbing, Missouri.

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In Bruges

Grazie a Tre manifesti a Ebbing, Missouri, candidato a sette premi Oscar e tra i favoriti per la vittoria della statuetta per il Miglior film (leggi la nostra recensione), l’inglese Martin McDonagh è entrato nell’Olimpo dei grandi registi. Con tre lungometraggi all’attivo ha saputo tracciare un percorso personale e originale nel mondo del cinema, molto meno debitore dell’opera dei fratelli Coen o di Tarantino rispetto a quanto comunemente si affermi con una certa superficialità.

Raggiunta la fama come drammaturgo e regista teatrale, McDonagh passò al cinema nel 2004, con il cortometraggio da lui scritto e diretto Six Shooters. Questo piccolo gioiello ebbe un inaspettato successo, tanto da vincere l’Academy Award per il Miglior cortometraggio, e ciò diede la possibilità all’artista inglese di realizzare il suo primo lungometraggio, In Bruges – La coscienza dell’assassino.

Martin McDonagh

Meno complesso di 7 psicopatici (leggi la nostra recensione) e meno potente di Tre manifesti, In Bruges è comunque un ottimo film, nel quale già si possono rintracciare tutte le istanze del suo cinema. Ray e Ken sono due sicari, spediti dal loro irascibile capo a Bruges, in attesa che si calmino le acque dopo che un incidente ha funestato il loro ultimo incarico. Ken saprà godersi la vacanza nella città belga, mentre Ray soffrirà la lontananza dalla sua Dublino, almeno finché non incontrerà una ragazza del luogo di cui innamorarsi. Le cose sono però inevitabilmente destinate a complicarsi quando emerge la vera ragione del loro viaggio.

Qualcuno ha accusato Tre manifesti a Ebbing, Missouri di perdonare troppo facilmente il razzismo di uno dei suoi personaggi, il poliziotto Dixon, che da cattivo diventa alleato della protagonista buona. Questa è una lettura sbagliata a causa della piattezza a cui riduce la rappresentazione di Mildred e Dixon, e manca completamente il senso della pellicola. Anzi, significa proprio avere frainteso come McDonagh vede il mondo e lo ripropone sullo schermo: in nessuno dei suoi tre film mette in scena uno scontro manicheo tra bene e male, dove i personaggi possono essere facilmente incastonati all’interno di una fazione o dell’altra. Il mondo raccontato da McDonagh è privo di bianchi e di neri, ma è tutto sfumato nei grigi. Dixon è un essere umano orribile e rimane un essere umano orribile sino alla fine del film, ma lo spettatore scopre che nonostante questo anche lui ha una sua dignità; al contrario Mildred, sebbene la sua rabbia sia del tutto giustificabile, si svela intollerante tanto quanto i suoi “nemici”, dimostrando di essere tutt’altro che un personaggio così positivo come tanti hanno voluto vedere.

Tre manifesti

Anche in In Bruges McDonagh gioca con questa ambiguità morale (non a caso al centro pure di 7 psicopatici). È impossibile non simpatizzare con Ray e Ken, ma il film non si dimentica mai di ricordarci che sono due killer, e il loro boss, rappresentato come un uomo violento e iroso, dimostrerà nel gran finale di essere perlomeno un uomo fedele fino in fondo alla propria, pur perversa, etica. Nessun personaggio sfugge a questo dualismo, non esiste in tutta la favolistica Bruges di McDonagh un solo individuo etichettabile come “buono” o “cattivo”.

Non a caso i personaggi principali devono tutti, nella storia, confrontarsi con una difficilissima scelta morale, e sono queste scelte a fungere spesso da motore dell’azione. Soprattutto Ray, il protagonista, è tormentato da ciò che ha fatto, rivelando di essere un individuo ben più complesso della macchietta comica che sembra inizialmente.

Colin Farrell

Già all’esordio McDonagh riesce a raccontare una storia che porta avanti istanze tutt’altro che banali, scegliendo la complicata strada del rifiuto di ogni contrapposizione rigida e netta, in favore della rappresentazione delle sfumature che colorano la realtà e gli individui che la popolano. Proprio per questo In Bruges, pur nel suo essere grottesco e a tratti quasi surreale, lascia allo spettatore una paradossale sensazione di realismo, perché se la vicenda e i suoi sviluppi hanno poco di reale, reale è il modo in cui essi vengono vissuti dai personaggi.

Se a questo si aggiunge che McDonagh, nonostante l’inesperienza, dimostra già una grande competenza narrativa e ha già ben chiara in testa la natura del suo cinema, il risultato non può che essere ottimo. In Bruges è un film frizzante e divertente, godibilissimo anche a uno sguardo disattento, ma che se ben osservato si dimostra qualcosa di più di una semplice action comedy.

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Scrivo, giro cortometraggi, faccio teatro.
Nel tempo libero sopravvivo.

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