7 psicopatici, il secondo film di Martin McDonagh. La nostra recensione

0
1808
7 psicopatici

7 psicopatici è il secondo lungometraggio del regista inglese Martin McDonagh, uscito nel 2012, cinque anni prima dell’acclamato Tre manifesti a Ebbing, Missouri.

Marty (Colin Farrel) è uno sceneggiatore in crisi di ispirazione, che cerca di superare la propria mancanza di idee rifugiandosi continuamente nell’alcool. Sta affrontando un momento cruciale, in cui vorrebbe compiere un cambiamento di rotta nel proprio lavoro e smarcarsi dall’etichetta di sceneggiatore di film violenti che si è guadagnato negli anni. Così decide di mettersi a lavoro sul copione di un nuovo film dal titolo Sette psicopatici, che non dovrà essere la solita esplosione di violenza hollywoodiana, ma una pellicola che alla fine si riveli un inno alla pace e all’amore.
Di aiutare Marty, con idee e consigli sul copione, si occupa l’amico Billy (Sam Rockwell), strampalato attore caduto in disgrazia che ruba cani in giro per la città e sopravvive con i soldi ottenuti dalle ricompense dei padroni. Billy consiglia a Marty di prendere ispirazione dagli avvenimenti di cronaca e in particolare dagli omicidi compiuti da un misterioso killer di cui tutti i giornali parlano. Ai due amici si aggiunge l’anziano Hans (Christopher Walken), che entra nel giro di rapimenti canini, finché Billy ruba l’adorato shih-tzu di un violento criminale (Woody Harrelson) e la situazione precipita.

7 psicopatici

Ha inizio così un’ondata di violenza e minacce, da cui però Marty trova lo spunto concreto per creare i propri folli protagonisti; deve solo riuscire a non farsi ammazzare e a vivere abbastanza a lungo per concludere il copione.

A livello strutturale il film presenta un’architettura narrativa studiata nei dettagli e che richiede la costante attenzione dello spettatore. 7 psicopatici è a tutti gli effetti un film folle come i suoi protagonisti, che mescola esplosioni di violenza a dialoghi scoppiettanti densi di quel black homuor tanto caro ai cineasti inglesi come il Guy Ritchie degli esordi, che il connazionale Martin McDonagh dimostra di avere ben presente.

7 psicopatici narra una storia grottesca e paradossale, con una struttura che si muove costantemente in bilico tra realtà e finzione.
Martin McDonagh, qui sceneggiatore oltre che regista, costruisce un film sopra le righe e una riflessione autoironica sui meccanismi del racconto. Intento chiaro fin dalla prima inquadratura, con sullo sfondo la scritta Hollywood, dove due criminali (Michael Pitt e Michael Stuhlbarg) intrattengono un anomalo e surreale dialogo su quanto sia difficile sparare negli occhi a qualcuno, tutto questo mentre vediamo arrivare alle loro spalle il misterioso uomo che dopo poco li ucciderà.

7 psicopatici-2

La crisi di ispirazione del personaggio di Marty è solo un pretesto utile al regista Martin McDonagh per giocare con lo strumento cinematografico portando sullo schermo una galleria di personaggi stravaganti e folli, che divertono lo spettatore proprio per questo loro essere psicopatici.

Se in In Bruges – La coscienza dell’assassino (leggi la nostra recensione) il regista era riuscito a creare un film con pochissima azione (nonostante i protagonisti fossero due killer di professione) senza lasciare che il film perdesse di tensione, in 7 psicopatici McDonagh corre il rischio di allentare la suspense a causa dell’eccessiva durata della pellicola. Eppure il secondo lungometraggio del regista inglese risulta un interessante esperimento che mette in scena un continuo gioco metacinematografico e può vantare un cast stellare, in cui appare perfino Tom Waits nella parte di uno psicopatico dall’oscuro passato che è solito andare in giro con un coniglio bianco in braccio.

Leggi anche la nostra recensione di Tre manifesti a Ebbing, MissouriCloser.

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here