District 9: la recensione del film fantascientifico di Neil Blomkamp

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District 9: la recensione del film fantascientifico di Neil Blomkamp

Con District 9, Neill Blomkamp si è fatto conoscere dal mondo, diventando poi uno dei più importanti registi della nuova scuola.

Quando uscì District 9, ancora non si parlava di immigrazione in Europa. Eppure, rivedendo il film oggi, a distanza di nove anni dalla sua uscita, si possono cogliere delle sfumature etiche e filosofiche che sono al centro dei dibattiti sui migranti dal 2015. Blomkamp ha dichiarato apertamente di essersi ispirato, per la trama, alla situazione dei bianchi ghettizzati a Johannesburg, ma un’eco importante del film è presente anche ai giorni nostri, e District 9 non è mai stato così attuale come adesso.

Nella pellicola, un’astronave aliena arriva sulla terra, e rimane sospesa nel cielo al di sopra della città di Johannesburg, in Sudafrica. Dopo lunghe riflessioni e giorni di stallo, il governo locale decide che la cosa migliore da fare è entrare nel mezzo alieno per cercare di stabilire un contatto con i visitatori. Qui, gli umani trovano una razza sconosciuta, malnutrita, in pessime condizioni, e dopo aver portato i crostacei (così vengono dispregiativamente chiamati gli alieni) sul suolo terrestre, li isolano in una baraccopoli poco distante dalla città.

District 9: la recensione del film fantascientifico di Neil Blomkamp

Il regista gioca continuamente con le aspettative del pubblico e con la tradizione fantascientifica, presentandoci fin dall’inizio una serie di situazioni atipiche e sorprendenti. Infatti, a differenza del solito, gli alieni non vengono rappresentati come una potente razza la cui tecnologia è di gran lunga superiore alla nostra, ma come un popolo in difficoltà, che ha bisogno di essere aiutato. Inoltre, l’invasione, se così possiamo definirla, non avviene in una delle grandi città americane, ma in Sudafrica, con conseguenze inaspettate.

Ci troviamo allora di fronte ad un paese in grave difficoltà socio-politica che deve gestire un’emergenza mondiale. Più di un milione di alieni devono essere sistemati in abitazioni provvisorie, in nome di un comune senso di umanità (intesa come empatia) a cui fanno appello le organizzazioni mondiali. Da una parte quindi la volontà di aiutare, conoscere e salvare un popolo in difficoltà, dall’altra l’occasione di sfruttare e ghettizzare, due facce della stessa medaglia.

 

District 9: la recensione del film fantascientifico di Neil Blomkamp

Ed è qui che Blomkamp costruisce il parallelo con l’emarginazione (e l’emigrazione che stava per arrivare) nel mondo reale. Le autorità non aiutano gli alieni in nome di un sincero impulso altruistico, ma in favore di un profitto egoistico. Gli alieni vengono catturati, studiati ed uccisi senza tenere conto dei loro diritti, perché in quanto ospiti non ne hanno. In più, la situazione si sviluppa in maniera così veloce che i governi non riescono ad organizzarsi in tempo. E’ in una situazione del genere che il crimine è libero di dilagare.

Non solo da parte dei crostacei, ma anche dalla criminalità organizzata umana del luogo. Autorità e potere legale contro mafia e potere illegale, entrambi mirano allo sfruttamento della razza aliena. Oltre al guadagno economico, l’aspetto che più interessa ad entrambi è lo sviluppo di armi aliene. Ancora una volta, come in tanta fantascienza del passato, le ambitissime armi sviluppate dagli alieni diventano oggetto del desiderio del governo.

District 9: la recensione del film fantascientifico di Neil Blomkamp

L’unico aiuto vero e sincero arriva dal protagonista del film: Wikus Van De Merwe, interpretato in maniera egregia da Sharlto Copley. Un antieroe che in maniera cronenbergiana si immedesima con l’altra razza sia empaticamente che fisicamente. La vicinanza e il dialogo diventano allora occasione di confronto, creando un legame fra Wikus e Cristopher, l’alieno che lo nasconde e lo aiuta nel recupero del fluido.

District 9 procede velocemente, senza prendersi mai un attimo di pausa. Il montaggio frenetico e la regia movimentata sono la base per la creazione di un ritmo coinvolgente, che trasporta lo spettatore dall’inizio alla fine. Molto riuscita, inoltre, è la sequenza iniziale in stile mockumentary (in cui si sente la mano di Peter Jackson, qui in veste di produttore), che inserisce subito il film in una cornice di realismo che facilita in modo efficace l’impressione di realtà dello spettatore.

In sostanza, District 9 è un ottimo film di fantascienza, con una regia fresca e funzionale, che attraverso la citazione e la trasgressione dei tradizionali codici del genere costruisce una narrazione emotivamente coinvolgente.

Leggi la nostra recensione di L’Ora più Buia.

Studente di Cinema. Faccio molte cose come fotografare, scrivere e bere ma non me ne riesce bene nessuna. Forse l’ultima un pò meglio delle altre.

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