Boyhood, la filosofia del tempo e dell’attimo

In attesa degli Oscar, vi riproponiamo la nostra opinione su uno dei migliori film degli ultimi tempi: Boyhood.

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Boyhood si impone di prepotenza come uno dei migliori film degli ultimi anni. Scritto e diretto da Richard Linklater, vince due Golden Globe, ottiene 6 nomination e una vittoria agli Oscar nel 2014 e l’orso d’argento a Berlino. Venne inserito nell’elenco dei 100 migliori film dal 2000 ad oggi stilato dalla BBC, ottenendo il quinto posto. La classifica si basò sull’opinione di diversi critici presi in causa da diverse nazioni in tutto il mondo.

Sinossi e tempi di produzione 

La pellicola racconta la vita di Mason, un giovane le cui vicende vengono narrate nel lungo periodo: dalle elementari alla partenza per il college. La cosa interessante di Boyhood dipende dal fatto che il film è stato realmente girato in dodici anni, con l’obiettivo di seguire gli attori nella crescita nella propria vita, al fine di ottenere maggior realismo all’interno della storia. Manifesta l’ossessione per la tematica del tempo da parte di chi ha scritto l’opera. A livello di produzione, è quasi superfluo specificare quanto sia complesso girare un film in questo modo: nel corso degli anni i tempi cambiano, gli stili narrativi, le idee degli autori e le tecnologie. Tutti elementi che rendono difficile portare avanti un lavoro in dodici anni, sempre con coerenza. Ma la IFC Productions, in collaborazione con la distribuzione della Universal in Italia, è riuscita a fare una cosa completamente fuori dagli schemi in maniera impeccabile.

Boyhood
Ellar Coltrane interpreta Mason Evans

Una sottile ribellione

L’arena di ribellione giovanile è sempre quella del Texas; difficile stravolgere lo status quo nella terra del regista, bigotta e arretrata sotto diversi aspetti. Ma la stessa protesta, rispetto ad altri lavori di Linklater, è più sottile e intimista; è come se l’autore chiedesse di coglierla nei dettagli, nella ricerca di un senso nelle cose da parte di Mason. Il lungometraggio si basa sull’esigenza di trovare la propria strada e la propria realizzazione, senza accettare passivamente tutto ciò che è imposto dalla società e dagli adulti. L’impossibilità di trovare la propria via non dipende soltanto da questo, ma anche dalla pura incapacità interiore di farlo. Un’introspezione che asseconda le problematiche del mondo al di fuori di essa. Il college, che in principio è solo un lontano obiettivo che arriverà anni dopo, non può di certo rappresentare l’esperienza che cambia la vita: è troppo artificiale e costruita. Anno dopo anno, vediamo Mason crescere insieme alla sorella e ai genitori (interpretati da Patricia Arquette e Ethan Hawke), confusi quanto lui. Studiare come il tempo ci modifichi e ci trasformi, in effetti, è interessante; soprattutto se fatto in maniera così realistica.

La filosofia del tempo e dell’attimo

Lo stile narrativo è lineare e semplice. I piccoli eventi quotidiani, senza invenzioni di trama particolarmente forzate o sofisticate, contribuiscono a raccontare le persone che li vivono. La possibilità da parte dello spettatore di identificarsi è molto forte. Attraverso gli anni, gli attimi si trasformano semplicemente in una vita intera. Nulla di più. Si potrebbe trattare, forse, di una leggera visione nichilistica, secondo cui la vita semplicemente non avrebbe senso.
Mason non vuole essere un protagonista, non vuole essere costretto ad emergere per forza. Non secondo le regole degli altri, non senza prima conoscersi a fondo. Vuole, invece, combattere insieme a tutti gli altri, come tutti gli altri; è una concezione quasi da anti-eroe, leggermente pessimistica e molto interessante. Ma è vera, è sincera: la possibilità di ritagliarsi il proprio spazio, senza pressioni e con i propri tempi di crescita, è un concetto fondamentale che caratterizza la filosofia del film.
Il regista decide di ribaltare il concetto del “cogliere l’attimo”, tanto amato – giustamente – dal pubblico e magistralmente trasmesso da Robin Williams qualche anno fa. Ma stavolta è forse l’attimo a cogliere noi, o sono magari due facce della stessa medaglia. La tematica viene proposta attraverso una monosillabica ed ermetica discussione finale, prima dell’attimo di silenzio che fornisce all’opera una degna conclusione.

Un’inquadratura tratta dal finale del film: Mason, così come l’attore che lo interpreta, è cresciuto di circa 10 anni

Tecnicismi e stile

Il film è credibile in ogni senso. Regia e luci sono semplici, perfetti, in linea con una storia altrettanto semplice. La musica, sempre sul pop, racconta i cambiamenti sociali nel tempo. Montato bene, mai troppo lento e mai troppo veloce, Linklater raggiunge la sua identità estetica attraverso attacchi e stacchi che cuciono il girato di 12 anni. Senza cercare virtuosismi. Il montaggio di Sandra Adair, infatti, è fra le categorie del film candidate all’Oscar.

Boyhood è, dunque, l’opera più intimista e coinvolgente del regista americano. Racconta la vita di una persona, che potrebbe essere chiunque, in maniera del tutto anticonvenzionale. Un film che ha tutte la carte in regola per essere ricordato a lungo ed entrare nella storia del cinema, senza sfigurare con tanti altri importanti lungometraggi.

Nato a Roma. Giornalista sportivo e cinematografico. Studioso e appassionato della Settima Arte e della letteratura da sempre. È tutto.

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