Black Mirror 4, recensione episodio 1: USS Callister

A distanza di un anno, Black Mirror esordisce in una veste "cinematografica" sempre più lontana dai fasti del passato

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Che Black Mirror sia cambiato ce ne siamo accorti tutti. Quando nel settembre 2015 Netflix annunciò di aver acquisito i diritti per realizzare una terza stagione già si poteva intuire che la serie avrebbe preso una piega differente. Black Mirror 4 non fa eccezione.

La possibilità di poter arrivare ad un pubblico infinitamente maggiore, ma allo stesso tempo la necessità di adattarsi da uno stile britannico ad uno “nazionalpopolare” americano, hanno trasformato radicalmente il prodotto di Charlie Brooker.

Black Mirror – The National Anthem

La prova è arrivata il 12 ottobre dell’anno passato con la pubblicazione dei primi 6 episodi della terza stagione. Episodi pur acclamati come San Junipero sembrano lontani anni luce, come sensazioni e ambientazioni, a ciò a cui eravamo abituati. Con il passaggio a Netflix, Black Mirror sembra aver perduto quella dose di cattiveria che lasciava sbigottiti e svuotati alla fine di ciascun capitolo.

Nelle prime due stagioni – speciale di Natale incluso – l’attenzione era tutta incentrata sulla situazione che simboleggiava i tempi moderni nei quali siamo e saremo costretti a vivere. Un politico costretto a compiere atti osceni in diretta, un cartoon che si candida alle elezioni a suon di volgarità o anche un’assassina infinitamente tormentata. Tutte storie dove mancavano antagonisti di facciata, perché l’antagonista vero eravamo noi. Noi abbiamo costretto il primo ministro a copulare con un maiale, noi abbiamo votato Waldo e siamo sempre noi ad aver lanciato pomodori all’omicida.

Black Mirror – White Bear

Con l’acquisizione americana Black Mirror ha spostato la mira. Invece che focalizzarsi sulla comunità contro l’individuo, stavolta è l’individuo e le sue incertezze contro la comunità. Ecco spiegati gli sfoghi di Nosedive, il soldato contro il sistema di Men against fire e i dedali mentali del biondo protagonista di Playtest. Le sensazioni donate hanno un sentore appena accennato dei vecchi episodi, ma ecco puntuale l’iniezione di speranza e redenzione ben rappresentate dal finale di Hated in The Nation, con cui ci eravamo lasciati l’anno scorso.

Il primo episodio di Black Mirror 4 si apre con quella che pare essere una parodia di Star Trek. Scopriremo solo dopo pochi minuti che la scena alla quale abbiamo assistito altro non è che una simulazione creata ad arte. L’azienda che si occupa di produrre questi scenari virtuali si chiama Callister ed è diretta da James Walton (Jimmi Simpson) e Robert Daly (Jesse Plemons). Mentre il brillante e prepotente Walton si occupa della parte amministrativa, l’impacciato e timido Daly cura la parte tecnica.

Daly, che sul posto di lavoro è alienato e mal visto dai colleghi, ha hackerato una versione del software sulla base di una serie televisiva fantascientifica chiamata Space Fleet. Ogni giorno, di ritorno a casa, si connette a questa versione e interpreta i panni del capitano autoritario. Ad accompagnarlo vi sono le copie digitali dei suoi colleghi, i quali – questo il punto fondamentale – hanno una propria coscienza. Sanno di essere intrappolati in un mondo fittizio che segue le regole di un pazzo che trova nell’universo virtuale una valvola di sfogo verso i soprusi subiti nella realtà.

La situazione cambia quando nella compagnia arriva una nuova impiegata, Nanette Cole (Cristin Milioti). La ragazza si dimostra da subito grande ammiratrice dei codici di Daly, il quale, per tutta risposta, prende un campione del suo DNA da un bicchiere e la inserisce nella sua realtà virtuale. Sarà proprio questo elemento nuovo a scombinare gli equilibri e a portare alla degenerazione finale.

Cristin Milioti in USS Callister

USS Callister si avvicina parecchio ai concetti e alle tematiche già viste in San Junipero, l’episodio di maggior successo della passata stagione. Questa continua alternanza realtà/fantasia stavolta serve ad evidenziare i problemi derivanti dall’abuso di autorità e degli effetti a cascata che ne derivano. L’abusato che si trasforma in abusante.

D’altra parte troviamo il classico nichilismo e il tema dell’alienazione dell’individuo cui Black Mirror ci ha abituati, emblematizzato dall’inquadratura finale, ma anche il ricorso a battute sarcastiche e a situazioni comiche per alleggerire il carico complessivo dei 76 minuti d’episodio. Elemento, questo, che potrebbe non piacere ai più.

Black Mirror 4 si apre con quello che è il capitolo di gran lunga più complesso scenograficamente. L’idea per l’ambientazione arriva dal creatore della serie, Charlie Brooker. In un’intervista a Variety ha dichiarato: <<Certe volte le idee arrivano quando pensiamo: Cosa non abbiamo ancora fatto? E la risposta è stata: Non siamo stati nello spazio. E qual è la versione Black Mirror di una storia spaziale?>>

L’ideatore della serie, Charlie Brooker, agli Emmy 2012

Perno della narrazione è il nostro rapporto con il protagonista, Daly, che ricalca il rapporto che stabilisce con lui la nuova arrivata, Cole. Se inizialmente la voglia d’empatizzare è forte, sia per la sua goffaggine che per il comportamento dei colleghi, scoperta la sua vera natura l’atteggiamento non può che mutare.

Qui abbiamo un primo grande problema della puntata. Daly è cattivo e lo sappiamo bene (complice un’ingombrante quanto innecessaria sottotrama sul figlio di Walton), ma perché concentrarsi così tanto sulla ribellione al suo potere senza analizzare più nel profondo il personaggio?

Un’ulteriore criticità appare quella relativa ai personaggi secondari: quale il loro scopo se non quello di servire la storia principale con la mera presenza?

Jesse Plemons e Aaron Paul in Breaking Bad

Grande apprezzamenti, invece, per la performance di Jesse Plemons – visto in Breaking Bad, Il Ponte delle Spie e Fargo – che riesce a giostrarsi egregiamente nei panni di un personaggio dalle diverse personalità. Le situazioni stereotipate da Star Trek sono state ricreate con la giusta dovizia di particolari e l’episodio in generale risulta essere una buona fonte d’intrattenimento.

USS Callister è ben lontano dall’essere fra i migliori episodi di Black Mirror 4 e dell’intera serie. L’approfondimento psicologico è solo superficiale e le situazioni ricordano da vicino altre puntate della serie (San Junipero, Speciale di Natale). I suoi difetti paiono essere i medesimi degli episodi da Nosedive in poi. La narrazione scorre comunque fluida e le ambientazioni fantascientifiche sono ben ricostruite. Intrattenimento assicurato, distante anni luce, tuttavia, dal Black Mirror che fu.

Chicca finale: nell’episodio abbiamo due camei di spessore. Aaron Paul presta la sua voce nella scena conclusiva. Mentre la fidanzata di Jesse Plemons, Kirsten Dunst, fa un’apparizione fugace verso l’inizio, non venendo accreditata nei titoli di coda. Entrambi hanno già avuto modo di lavorare con Plemons: il primo in Breaking Bad, la seconda in Fargo.

 

Per mettermi i piedi in testa ci vuole Ben Affleck

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