Blue Jasmine, la recensione del film di Woody Allen

Accusato spesso di non avere più nulla da dire, solo nel 2013 il regista newyorkese aveva dimostrato invece di essere ancora in grado di fare grande cinema con un film radicale come "Blue Jasmine".

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Blue Jasmine

Woody Allen è passato dall’essere uno degli autori del cinema statunitense più amati in Europa (e su questo ci aveva pure fatto un film, Hollywood Ending) a venire sbeffeggiato da molti per la sua produzione incessante ma non più infallibile. Se una volta “il nuovo Allen” era un evento, ormai la sua regolare presenza nelle sale (è dal 1982 che gira un film all’anno) è vista da tanti con una certa sufficienza, sicuri che mai più ci regalerà qualcosa di davvero buono.

Certo, è innegabile che Allen di capolavori non ne sforni più da tempo (da Match Point, nel 2005, e per trovarne un altro bisogna tornare almeno al 1992, anno di Pallottole su Broadway), ma se si vuole essere sinceri bisogna anche ammettere che di film davvero mal riusciti ne ha realizzati ben pochi, dopotutto. To Rome with Love, ad esempio, di cui comunque almeno l’episodio che vede Allen protagonista è degno di nota, e ancor di più Incontrerai l’uomo dei tuoi sogni, questo sì il punto più basso della sua cinquantennale carriera. Ma se si pensa a Basta che funzioni o a Midnight in Paris non si può non riconoscere che il regista newyorkese abbia ancora qualcosa da dire. Molti obiettano che per quanto apprezzabili questi tentativi non possano reggere il confronto con i suoi capolavori del passato. Vuoi mettere Midnight in Paris con Manhattan o Basta che funzioni con Io e Annie?

Woody Allen

Verissimo: non c’è paragone. Ma è una critica che ha poco senso. Pretendere che un regista di ottant’anni abbia la stessa freschezza e originalità di quando ne aveva quaranta è irragionevole. Lo stesso discorso andrebbe fatto a chi, e non sono pochi, davanti a un ottimo film come The Wolf of Wall Street ha reagito sottolineando quanto Toro scatenato fosse meglio, perché Scorsese non è più quello di una volta. E ciò è innegabile, ma non credo spetti a Scorsese cambiare di nuovo la storia del cinema 35 anni dopo averla cambiata lui stesso. Che riesca ancora, comunque, a fare film importanti e di tale qualità è ammirevole, tanto più che Scorsese sa ancora essere più lucido di tanti registi molto più giovani di lui.

Allen, un altro autore che ha segnato irrimediabilmente il cinema statunitense e non solo, forse non si è mantenuto altrettanto bene, ma nemmeno a lui dobbiamo chiedere rivoluzioni, e che sappia tuttora essere godibile, pur tra alti e bassi, è un pregio non da poco. Anche perché in tempi recentissimi almeno un grande film lo ha fatto: Blue Jasmine. Sì, Blue Jasmine è l’esempio da portare a chi considera Allen un regista finito.

Con il racconto di una donna abituata alla ricchezza che si ritrova a vivere con la sorella proletaria dopo l’arresto del marito per una truffa milionaria, Allen è riuscito a raccontare la crisi economica (e umana) che ha travolto gli Stati Uniti contemporanei con una spietatezza che pochi altri registi hanno avuto. Non mostra alcuna compassione per la sua protagonista (Cate Blanchett in una delle migliori interpretazioni della sua carriera), di cui mette a nudo l’ottusità, l’ipocrisia, lo squallore. In Jasmine si riflette il mondo dorato dell’altissima finanza, ritratto da Allen in tutta la sua disumanità.

Cate Blanchett

Il contrasto tra le due sorelle è insanabile, allegoria della distanza sempre maggiore che negli USA corre tra ricchi e poveri, e ogni tentativo di riconciliazione è destinato al fallimento. Le responsabilità per Allen sono chiare, e lo si capisce bene nel modo in cui racconta le relazioni di Ginger, la sorella di Jasmine (una Sally Hawkins capace di non sfigurare accanto a Blanchett). Da una parte c’è Chili, meccanico rozzo e ignorante, dall’altra Alan, ricco, gentile e affettuoso, un uomo che gli ha fatto conoscere la sorella. Avvicinare i due mondi, quello basso di Ginger e quello alto di Alan, ha però conseguenze disastrose, perché, guarda caso, anche in amore il ricco inganna e sfrutta il povero. Il valore simbolico del rapporto tra i due è molto chiaro nel restituire le idee di Allen.

Dopotutto, il mondo di Blue Jasmine è quasi manicheo: non esiste un solo personaggio tra quelli legati alla protagonista che abbia qualche qualità reale; gli unici personaggi positivi vengono dalle classi sociali più basse, come Chili, che pur nella sua grettezza ama davvero Ginger.

Una visione simile rischia di apparire semplicista anche a chi ne condivide le premesse, ma Allen riesce a evitare il pericolo grazie all’impianto visivo del film, troppo asciutto e minimale perché risulti dogmatico. Blue Jasmine, infatti, è una delle opere stilisticamente più scarne del regista, che affida il proprio pensiero alla trama e ai personaggi, senza mai esaltarlo con facili scelte di messa in scena. Quale sia la cifra stilistica del film lo si può facilmente intuire analizzando come vengono inseriti i flashback nella narrazione: Allen non ricorre ad alcuno degli stratagemmi filmici usuali (come possono essere la voce fuori campo, il cambio di fotografia, l’uso di transizioni…), e sta allo spettatore comprendere quali scene siano il presente e quali il passato. Così come sta allo spettatore capire che Jasmine è un personaggio negativo che rappresenta i mali dell’élite economica statunitense. Pur chiarissimo, il messaggio di Allen è implicito, affidato alla natura delle due sorelle, ognuna personificazione di una differente realtà sociale.

Blue Jasmine

In questo senso Blue Jasmine ha qualcosa in comune con il già citato The Wolf of Wall Street, nonostante stilisticamente siano diversissimi. Quando uscì, il film di Scorsese venne accusato di esaltare la figura di un truffatore, sebbene gli intenti del regista fossero diversissimi. La sua “colpa” è stata quella di rifiutare facili moralismi evitando di gridare in faccia al pubblico che il suo protagonista era un “cattivo”. Dovrebbe essere sufficiente la rappresentazione esasperata e spesso grottesca della vita di Jordan Belfort per capirne l’aberrazione, per rendersi conto che Scorsese non la sta celebrando in alcun modo, anzi. Eppure così non è stato per tutti, e allo stesso modo a molti è sfuggito quanto Blue Jasmine sia un film radicale, bollato dai più come l’ennesimo ritratto femminile di Woody Allen.

Invece è tutt’altro. Allen sceglie di utilizzare Jasmine proprio perché ha grande dimestichezza con i personaggi di donne, ma qui lei è uno strumento per costruire uno dei suoi film più spietati e politici, che sa essere estremista senza mai diventare retorico o troppo esplicito. Si tratta dunque di un grande film, il migliore di Woody Allen nell’ultimo decennio, che testimonia quanto sia ancora capace di fare ottimo cinema. Certamente questo si perde nel marasma di film che gira, e se ne lasciasse perdere qualcuno per concentrarsi meglio su quelli che davvero valgono, ne guadagnerebbe lui in primis, poi anche noi, che non dovremmo più sentire le rimostranze di chi si attacca a qualche passo falso per demolirne tutta la filmografia recente. Ma quando Woody ci dice che fare film è l’unico strumento che ha per combattere la depressione e i pensieri suicidi, beh, allora possiamo accettare di vedere ogni anno un film discreto, in attesa del suo prossimo grande film. Perché Blue Jasmine dimostra che la possibilità c’è ancora. Altro che regista finito.

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Scrivo, giro cortometraggi, faccio teatro.
Nel tempo libero sopravvivo.

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